I nuovi diritti

di Andrea Ranieri, Assessore Comune di Genova
L’autonomia è spesso confinata dentro i limiti di un potere verticale duro a morire, (è morto il fordismo, ci dice Trentin, non il taylorismo), così come è assolutamente viva la tendenza delle imprese a scaricare sui lavoratori l’incertezza insita nel passaggio ad una produzione più flessibile e piatta, attraverso una flessibilità numerica – il lavoro usa e getta – senz’altro più comoda della flessibilità organizzativa, ed è viva la tendenza a concentrare sulle figure strategiche la formazione in impresa, relegando una massa sempre più ampia di lavoratori – istruiti o meno – in lavori poveri e precari, da cui è spesso impossibile uscire.

La società della conoscenza si afferma se si combattono queste derive possibili, fornendo ai lavoratori gli strumenti per conquistare nuovi livelli di sicurezza all’interno delle condizioni mutate.

E’ il compito fondamentale che Trentin affida al sindacato, il centro di quel sindacato dei diritti, che nel 1989 lanciò da Chianciano, capace di ridisegnare uno statuto generale dei diritti che sia punto di riferimento per le diversità – imposte o scelte – che oggi compongono il mondo del lavoro.

Nella lectio magistralis di Venezia Trentin sintetizzava i nuovi diritti necessari, indipendenti dalla natura giuridica del rapporto di lavoro. Del resto dopo che il lavoro si è fatto “concreto” dopo che si è superato il lavoro “astratto”, senza qualità delle teorie marxiste e della pratica del fordismo, è la concretezza del lavoro umano, della persona che lavora, che è necessario assumere come punto di riferimento, per valutare la qualità e la sicurezza del lavoro. Al di là delle stesse astrazioni giuridiche. Si può essere autonomi facendo un lavoro dipendente, e schiavi pur essendo etichettati tra gli autonomi, o fra gli imprenditori di se stessi.

A questo lavoro diverso occorre assicurare diritti esigibili ed universali, che questa diversità, siano in grado di tutelare, e di promuoverne la qualità e la ricchezza.

Per tutti Trentin auspica la certezza del contratto. La sicurezza dei tempi e dei modi pattuiti per la prestazione lavorativa, indipendentemente dalla durata e dalla natura del rapporto di lavoro. Per le prestazioni più qualificate e più rare la certezza del contratto sarà garanzia per la stessa impresa, che nella formazione di quei lavoratori ha investito.
Ma la certezza e la sicurezza sono indisgiungibili dalla qualità del lavoro stesso, dalla possibilità per il lavoratori di arricchire nel lavoro il proprio sapere e le proprie competenze, e di avere il diritto di essere informato e di avere voce in capitolo nella organizzazione del lavoro soprattutto quando gli si chiede, più discrezionalità, più responsabilità, più autonomia.

Quanta libertà è possibile esercitare, quanta libertà è necessario cedere, deve essere frutto di un confronto chiaro e il più possibile condiviso.

Soprattutto per i lavori in cui è decisivo – come nella tecnologia dell’informazione e di comunicazione e nella ricerca e sviluppo – il rapporto tra pari, anche trasversalmente, orizzontalmente all’impresa.

Come regolare il conflitto potenziale tra il sapere come bene comune, e il sapere proprietario dell’impresa, come far si che il comando verticale non inibisca l’orizzontalità dello scambio tra pari, che è il motore fondamentale della ricerca e dell’innovazione, è uno dei terreni decisivi in cui congiungono il tema dei diritti della persona e quelli dell’organizzazione del lavoro.

Trentin invoca il diritto allo “sguardo”, all’informazione e al controllo sulla organizzazione del lavoro. Se anche nel fordismo è stata messa in discussione dal movimento dei lavoratori la “one best way”, l’organizzazione del lavoro oggettiva, scientifica, presupposta alle capacità e alle intelligenze delle persone, tanto meno la “one best way” può esistere nell’epoca della flessibilità e della crescente responsabilità del lavoro.

Non esiste un oggettivo potere delle tecnologie che predetermina i caratteri dell’organizzazione del lavoro, casomai sono le tecnologie del potere – l’espressione è di Manuel Castells – a porre i propri vincoli al dispiegarsi dei saperi, della creatività, che le nuove tecnologie certo non promuovono automaticamente, ma che le nuove tecnologie rendono possibili.

Ma il nuovo diritto al centro della riflessione di Bruno Trentin è il diritto alla formazione permanente come diritto di cittadinanza. Come mezzo per evitare che il cambiamento dei lavori e delle professioni provochi l’obsolescenza delle competenze dei lavoratori, e per evitare l’espulsione dai processi lavorativi dei lavoratori ultracinquantenni. Problema grave e drammatico per l’Europa, gravissimo per l’Italia, in cui la percentuale di over 55 che lavorano è la più bassa di tutti i Paesi sviluppati.

L’invecchiamento attivo è esso stesso una condizione di ringiovanimento della società. Sono gli anziani ridotti alla marginalità e alla passività quelli che pesano di più, economicamente e culturalmente, sulle nuove generazioni. Non solo sul lavoro ma anche nel modo di vivere e pensare la città e la sicurezza nella città. A Genova, dove la ritirata precoce dal lavoro è stata la strategia dominante per risolvere la crisi dell’industria e del porto, proprio per il crescere dell’età inattiva assistiamo contemporaneamente al calo dell’insicurezza reale – quella registrata dai numeri dei delitti e delle infrazioni effettivamente avvenute – e aumenta l’insicurezza percepita. Per la vecchiaia passiva ogni forma di vitalità è spesso sinonimo di insicurezza.

La formazione per tutto l’arco della vita quindi come strumento per ridisegnare il Welfare – dal risarcimento alle opportunità-, come mezzo per contrastare il passaggio dalla flessibilità alla precarietà, perseguendo e incrementando nei percorsi lavorativi l’impiegabilità dei lavoratori; come condizione essenziale per uno “sguardo” consapevole e per la contrattazione dal basso dell’organizzazione del lavoro, soprattutto quando l’introduzione delle nuove tecnologi fa crescere il peso del sapere formalizzato e rende meno decisive quel sapere implicito, incarnato negli strumenti e nelle pratiche di lavoro, e su cui si basava la relativa capacità di controllo di lavoratori con bassi livelli di istruzione. Quello che permetteva all’operaio Faussone de “La chiave a stella” di Primo Levi di chiamare il suo martello “l’ingegnere” perché con qualche martellata ben assestata faceva ripartire la catena di montaggio inceppata. La nuova conoscenza implicita, il nuovo saper fare non codificato, di cui c’è bisogno anche nella produzione basata sulla conoscenza- persino, ce lo spiega Pierre Bourdieu ne “Il mestiere dello scienziato”, nelle pratiche quotidiane della più pura delle ricerche- necessita di un accrescimento del sapere formale.
E la formazione permanente infine come base di una politica attiva del lavoro centrata sulle persone, modulata “in ragione dell’età” dell’origine, della cultura di base, del saper fare dei lavoratori e delle lavoratrici”.

La formazione è per Trentin componente essenziale di ogni ammortizzatore sociale che si proponga di riaccompagnare al lavoro i lavoratori in difficoltà professionale e occupazionale. Ma, nell’affermare la formazione permanente come diritto della persona, ci mette in guardia dall’appiattirla sugli ammortizzatori sociali. La formazione è utile nei momenti di crisi, se è stata vissuta durante tutta la vita lavorativa come strumento per crescere.

Ma non basta la determinazione legislativa di un diritto soggettivamente esigibile, se poi il sindacato non ne fa un elemento centrale – per Trentin l’elemento centrale della contrattazione nei luoghi di lavoro.Per dirla con Duhrendorf stabilito l’entitlement sta al sindacato contrattare le provision, cioè le condizioni salariali, organizzative, di orario necessarie ad esercitarlo. Secondo l’impostazione, per Trentin più che mai valida nei suoi momenti essenziali, sperimentati con la conquista contrattuale delle 150 ore per lo studio. Prevedendo un costo a carico delle imprese e una quota dello stesso salario dei lavoratori, perché i nuovi diritti, e soprattutto quello alla formazione, non si esercitano senza un’assunzione di responsabilità attiva dei lavoratori e del sindacato.

Trentin riteneva che su questa base andasse aperta una nuova stagione di relazioni industriali, con i suoi elementi di conflitto e con grandi, nuove possibilità di accordo.

Perché, in sintonia con Jacques Delors, riteneva che la crescita della conoscenza nel mondo della produzione, e la nuova coesione sociale che sulla conoscenza poteva fondarsi, è anche la condizione fondamentale per la competitività delle imprese.

Il nuovo vincolo del diritto delle persone alla qualità del lavoro e alla conoscenza può essere esso stesso un motivo formidabile per spingere le imprese sulla strada della qualità e dell’innovazione, per sostituire alla flessibilità numerica del lavoro usa e getta, la flessibilità organizzativa necessaria a reggere la sfida del cambiamento.

Non solo: le imprese andranno aiutate su questa strada, perchè i vincoli negativi che la finanziarizzazione crescente dell’economia, che è stato il più evidente correlato della globalizzazione e l’uso più clamoroso e perverso delle stesse tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la corsa frenetica a realizzi a breve, bruciano i tempi che agli investimenti in ricerca e in formazione sono necessari per diventare utili dell’impresa e della società.
Il tarlo che rode la società della conoscenza è per Trentin proprio questo.

E che si rivela- come dirà nel dialogo cin me e Vittorio Foa del marzo 2006, pubblicato in appendice alla raccolta di scritti “Lavoro e libertà”- nel turn over frenetico dei manager delle grandi società, che hanno portato all’incasso, con stock options strabilianti, i risultati delle loro spericolate operazioni finanziarie, incassato liquidazioni da favola, per poi passare rapidamente ad altro incarico, prima che esplodessero nelle loro società i disastri derivanti proprio dai mancati investimenti in ricerca, in innovazione, nella capacità di apprendimento dei loro lavoratori e delle loro organizzazioni.

Ora che il castello dell’economia di carta è finalmente crollato, che da più parti si invoca il ritorno all’economia reale, forse è possibile riprendere il filo di un discorso che è stato per lungo tempo interrotto.

Occorre ricominciare a fare politica economica e politica industriale. Mettere al centro quello che è davvero centrale. Il “centro” che non è, - lo scriveva Trentin - “un apriori dal quale muovere”, un luogo geometrico a metà fra la destra e la sinistra in cui ricercare consensi, ma “il risultato e l’anima di una politica riformatrice” sui temi essenziali per lo sviluppo sostenibile e la crescita democratica del Paese, a partire dal quale è possibile “un fecondo rimescolamento delle carte in tavola e la crisi di schieramenti cristallizzati intorno a pregiudiziali ideologiche”.



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