Ugo La Malfa nella politica del novecento

di Piero Lucia, Associazione Pensiero e Società (Salerno)

La particolare peculiarità italiana, almeno una delle principali, nell’immediato secondo dopoguerra e nei decenni che seguirono, fu senza dubbio a lungo costituita dalla originale funzione svolta dal Partito Comunista Italiano, una sostanziale e marcata anomalia rispetto ad altre formazioni politiche similari che, in Europa e nel mondo, si richiamavano in varie forme al comunismo. Per cui non a caso, dopo la rottura dell’unità delle forze antifasciste del 1947, si parlò del partito che impersonava la dura opposizione montante nel paese come presenza alternativa di “uno Stato nello Stato”.

Quella stessa formazione politica, forgiata nel corso della dura clandestinità e durante la guerra di resistenza e di liberazione nazionale contro il nazifascismo, si era trasformata, per volere di Togliatti, da partito di quadri in partito popolare di massa, aveva i suoi ministri e le sue articolate e capillari organizzazioni interne distribuite in modo capillare in tutto il territorio nazionale e regolate da un forte impianto gerarchico e da una dura disciplina.
I copiosi studi politico-storiografici che si sono succeduti all’indomani del conflitto e che ancora oggi si susseguono, sebbene con un minore vigore, indulgono nel rappresentare la contrapposta dicotomia italiana in maniera incompleta e parziale, come caratterizzata, esclusivamente, dal duro confronto e scontro tra la Democrazia Cristiana ed appunto il Partito Comunista Italiano.

Un semplificato schematismo più che la reale rappresentazione del composito arcipelago, seppure quantitativamente minore, dell’insieme delle forze in campo impegnate nella lotta per la conquista del governo e del potere. Poco ci si sofferma, in effetti, sul restante quadro rappresentato dall’insieme delle forze laiche minori, d’ispirazione laica, liberale e socialista, che pure in quegli anni difficili svolsero una funzione di elaborazione e di azione importante per non dire decisiva.

E’ pertanto utile allargare lo sguardo, in questa circostanza, oltre lo scontro principale che senza dubbio oppose democristiani e comunisti italiani, ed esplorare anche in altre direzioni ricordando, in premessa, che la storiografia , di per sé, non può essere sempre e necessariamente unilaterale, asettica e neutrale.
Un approccio ed un giudizio sulla biografia del nostro ieri è d’altra parte per più versi ancora attuale e necessario se si pensa che, in più aspetti della vita politica e sociale di oggi, molte delle questioni poste allora, pur nell’evidente e profonda mutazione sopraggiunta, possono essere criticamente rilette e riproposte in filigrana. Può risultare perciò utile in tal senso soffermarsi, brevemente, anche sulle così dette formazioni intermedie, da quelle socialiste e social democratiche a quelle repubblicane, d’ispirazione democratico-liberale e sulla funzione comunque di rilievo, spesso a torto sottovalutata o sottaciuta, dei loro capi e dei loro dirigenti.

In questa occasione si tenterà un’analisi, seppure necessariamente parziale e provvisoria, proprio di una di queste organizzazioni cosiddette minori, il Partito Repubblicano, formazione che, pur raccogliendo sempre limitati consensi elettorali, tuttavia risultò più volte decisiva, negli anni dell’immediato secondo dopoguerra e nei decenni che seguirono, per la definizione degli equilibri politici, della stabilità e del governo del Paese. In particolare poi sarà utile soffermarsi sulla funzione di guida intelligente del suo leader indiscusso con cui a lungo il partito si identificò.

Ugo La Malfa è stato senz’altro una espressione peculiare ed importante della storia meridionale ed italiana. Era nato da una famiglia di piccola borghesia ( il padre lavorava nelle forze dell’ordine) della periferia palermitana. Molti uomini politici del tempo in effetti provenivano proprio dalla piccola borghesia. E l’uomo politico siciliano si trovò a rappresentare ed incarnò, ad uno dei livelli più alti e significativi, l’aspirazione, la tensione, la politica e la stessa cultura d’ispirazione laica e democratica fin dai tempi della crisi più acuta della democrazia italiana, quella verificatasi alla vigilia dell’avvento del fascismo.

Se non si parte da ciò non si comprende, in maniera compiuta, l’effettiva collocazione storica del pensiero di La Malfa e le ragioni di fondo che la ispirarono. E neppure la logica alla base della sua riflessione teorica e della sua concreta azione politica. Che non fu, come invece genericamente si ritiene, azione e funzione di un politico isolato. Bisogna cercare allora di rendere ancora più esplicito e chiaro ciò che può essere ancora sotterraneo ed implicito. Senza dubbio era stato Giovanni Amendola, uno dei principali protagonisti della storia politica prefascista, l’uomo da cui La Malfa aveva ricavato importanti sollecitazioni e insegnamenti. In cosa si sostanziava la riflessione di Giovanni Amendola sulla nuova democrazia degli anni 20, dei primi due decenni del XX secolo? In un pensiero originato da considerazioni del tutto liberali, liberistiche anzi e pure vagamente conservatrici, nel mezzo della definizione di un’area di confine, assai labile, tra cultura liberale e cultura conservatrice.

All’indomani della prima guerra mondiale Giovanni Amendola si era già proposto come uno dei principali leaders della lotta antifascista ma anche come autore del primo tentativo di una più accurata riflessione sul tipo di democrazia da proporre al nostro paese. L’Italia del secondo decennio del XX secolo si trovava alla vigilia dell’avvento del fascismo, il grande squarcio, la vera e tragica frattura, rileverà più volte nei suoi scritti Benedetto Croce, nella storia della giovane nazione da poco giunta all’unità. Bisognava ergere una diga potente di fronte a ciò che stava avvenendo, una invalicabile barriera di ordine morale. Il problema della necessità della modernizzazione istituzionale della nazione in verità inizia a porsi già alla fine dell’ottocento, nella fase di avvio dell’ industrializzazione del paese e agli inizi del Novecento, nell’apogeo dell’esperienza giolittiana. Giolitti era stato uno dei primi ed autorevoli interpreti di questa esigenza seppur proposta in maniera parziale e insufficiente. La leaderschip politica di Giolitti durò per molti anni, pur tra palesi contrasti e opposizioni. Il suo tentativo, di costante ricerca della mediazione tra le diverse e contrapposte forze in campo, in specie tra industriali e classe operaia del Nord, aveva retto perché aveva fornito delle risposte per quei tempi sufficientemente convincenti ed in grado, per una fase almeno, di evitare che deflagrassero, in maniera violenta e irreversibile, gli acuti conflitti di classe già da tempo germinanti nel paese.

Gli scritti poco letti di Giovanni Amendola sono a questo proposito illuminanti. E’da Amendola e dal suo insegnamento che ha inizio la carriera politica di La Malfa.
Giovanni Amendola, sentendo parlare il giovane siciliano, ebbe la netta ed immediata sensazione che ci si trovava di fronte ad un autentico “cavallo di razza” della politica italiana. Il dirigente liberale lo aveva ascoltato con viva soddisfazione e grande commozione (1). Negli stessi anni dell’azione di Giovanni Amendola c’era un giovane torinese che tentava di conciliare ciò che conciliabile non era. Ovvero fare del liberalismo una rivoluzione, e che immaginava essere il comunismo, almeno nella sua versione italiana e nazionale, del tutto simile ad un movimento di autentica ispirazione liberale. Un giovane che, data l’età, ( morirà ucciso dai fascisti a soli 26 anni) ovviamente non poteva ancora possedere il requisito delle grandi costruzioni teoriche.

Eppure, riesaminando ancora oggi ciò che c’è di vivo ed attuale in quel pensiero, si intuisce come Gobetti (2) avvertisse chiaramente come i tentativi giolittiani e lo stesso richiamo politico- morale di Amendola non potessero risolvere, in maniera soddisfacente, il punto essenziale e dirimente del rapporto tra lo Stato Italiano e le masse e l’urgente necessità di accrescerne le basi del consenso.

Una questione centrale e decisiva contrapponeva lo Stato di allora e le masse di allora sulla concezione dei modi di governare e dirigere i necessari ed indifferibili processi di modernizzazione e di democratizzazione di cui c’era bisogno. Troppo ampia la distanza e la frattura tra governo e paese e ancora assai scarsa e limitata la partecipazione popolare alle vicende della vita pubblica. Lo Stato era vissuto nella coscienza delle grandi masse come entità nemica, opposta, ostile, in maniera assai diversa da quanto si riteneva da parte dei capi politici dell’Italia liberale. Era difficile la conciliazione tra due modi distinti ed anzi opposti tra di loro. Questa spinta gobettiana la si trovava anche in Rosselli, nella formula sintetica della giustizia accoppiata alla libertà.

Agli occhi di Benedetto Croce (3) questa formula era sintomo di una confusione enorme, un ircocervo, un animale allo stesso tempo caprone e cervo, e ciò in quanto a quel tempo quella era una questione che andava affrontata in relazione alla realtà vera e non immaginata, non riducibile ad una questione astratta di filosofia teoretica.
La prima formazione politica cui aderì La Malfa fu quella del Partito D’Azione (4) che aveva il suo motto appunto nella parola d’ordine “giustizia e libertà”, un richiamo, come si vede, profondamente mazziniano. E nel simbolo del Partito D’Azione non a caso veniva rappresentata la spada risorgimentale.
Un altro dei suoi riferimenti teorici e politici privilegiati era costituito da Gaetano Salvemini, figura singolare nella storia politica e culturale dell’Italia nella prima metà del Novecento e fino alla sua morte.

Salvemini era stato il primo ad avere auspicato l’alleanza tra i contadini del Sud e gli operai del Nord, il precursore della specifica formula poi usata da Gramsci nel noto saggio “La questione Meridionale” (5).
Pur non trattandosi di posizioni del tutto identiche e coincidenti, tuttavia vi erano tra i due evidenti sintonie in quanto entrambi consideravano, con realismo, la struttura essenziale del paese, nelle sue grandi conformazioni sociali e per le profonde interne differenze, come la questione decisiva, da troppo tempo evasa ed irrisolta, da affrontare e superare con urgenza.

Salvemini raccolse molti consensi ed anche forti opposizioni ed insuccessi nella sua vita politica.
La qualità morale dell’uomo è rappresentata, essenzialmente, dalla sua intransigente opposizione al fascismo e nell’idea di non mollare, nell’esilio a cui si sottopose andando a trovare un’altra patria e costruendo una diversa possibilità di vita in un paese lontano, gli Stati Uniti d’America, in una realtà del tutto nuova e sconosciuta di cui non conosceva neppure la lingua.
Salvemini restò per sempre assolutamente fedele ai suoi originari ideali politici. Mazzini, Rosselli, Salvemini quindi i suoi essenziali punti di riferimento storici, politici, teorici.

Salvemini, in qualità di storico dell’età contemporanea, intervenne sul primo decennio della politica estera del fascismo attingendo soltanto alle scarne notizie di cui disponeva e che poteva ricavare dai giornali ufficiali. Si tratta ancora oggi di una delle migliori testimonianze che ci sia stata fornita sull’argomento (6). Tornando dall’America in Italia Salvemini tentò di impegnarsi nella politica e partecipò attivamente al dibattito pubblico. Ferocemente contrario al Partito Liberale ed alla sua concreta tradizione, per la sua tendenza alla vacua declamazione di principi astratti non in grado di incidere in alcun modo sul reale e portatore di un’aspra polemica anti giolittiana.

Salvemini, a proposito di Giolitti, sosterrà che l’uomo era stato un “pessimo sarto”. E’ rilevante la prefazione di La Malfa agli scritti di Salvemini sulla questione meridionale pubblicata da Einaudi nel 1956 a cura di Gaetano Arfè (7). Se c’era un vero problema nell’Italia del dopoguerra esso consisteva nel fatto che la parte peggiore della politica nazionale si concentrava all’interno del Governo, la parte più avanzata e progressiva nelle forze di opposizione. Perciò il massimo dirigente repubblicano sognava il giorno in cui i giovani comunisti di allora avrebbero messo al servizio dello sviluppo del paese l’energia e l’entusiasmo, lo slancio di vita etico-politica e di pulizia, non le false ed illusorie idee di comunismo ma appunto della libertà e della democrazia. E’ opportuno ricordare tutto ciò perché La Malfa fu un originale interprete dell’Italia dei suoi tempi e per più aspetti ne comprese in anticipo, a fondo e bene, la natura.

Di particolare rilievo per la sua formazione era stata in precedenza l’esperienza iniziata nel 1936 alla Banca Commerciale, che gli aveva consentito di entrare in contatto, tra gli altri, con Guido Carli, Enrico Cuccia, Cesare Merzagora. Esemplificative e illuminanti al proposito le sue parole “Cominciai a conoscere Keynes, quindi il pensiero economico americano e il New Deal, il laburismo, il Fabianesimo… cominciai a valutare criticamente i problemi dell’economia italiana. Là, alla Banca, c’era la possibilità di conoscere quello che maturava nel mondo anglosassone”. Non ebbe un grandissimo successo ma riuscì a trasformare il Partito Repubblicano, ridotto a ben poca cosa dopo le elezioni del 1948, con una discesa rovinosa da 25 a 9 deputati e nelle successive elezioni del 1957 addirittura a 5 deputati. Ne impedì in sostanza lo sfarinamento e la scomparsa ed anzi riuscì ad ampliarne la capacità di egemonia ed influenza sul complesso della politica italiana. Il suo vero e più importante risultato fu quello di trasformare un piccolissimo partito in una forza politica particolare che nel paese contò ben oltre i suffragi striminziti che riusciva ad ottenere. Una grande parte del mondo politico, di destra e di sinistra, era particolarmente ostile a La Malfa e non si spiegava come mai con una piccolissima formazione politica si riuscisse a condizionare, spesso in maniera decisiva, le scelte generali del Governo e del Paese.

Se però si guarda ai contenuti delle posizioni sostenute, in tema di politica economica, di riforme sollecitate ed in parte realizzate, se si indulge ad inquadrare la sua visione di collocazione dell’Italia nello schema di alleanze di un mondo bipolare allora senza dubbio impianto analitico e ruolo del leader repubblicano risultano essere state ben più ampie ed incisive.

Il suo ragionamento teorico- politico si sostanziava infatti di robusti contenuti. E dibatteva alla pari con uomini come Moro e Fanfani ricercando, come si vedrà, convergenze con la stessa opposizione comunista.
Uno dei suoi insuccessi più grandi fu la scarsa considerazione che conseguì a livello internazionale. Le sue idee ebbero scarsa presa in Inghilterra, di più in Francia ed in America. La sua posizione in tema di collocazione internazionale dell’Italia fu sempre intransigente. E in maniera radicale. Con lui si poteva dialogare e confrontarsi su tutto tranne che mettere in discussione la naturale collocazione dell’Italia nel contesto occidentale e dell’Alleanza Atlantica. E poi c’era larga parte dell’emigrazione italiana d’oltreoceano che a La Malfa prestava un’attenzione particolare. Eppure a livello internazionale non divenne una figura di particolare prestigio, in ogni caso mai paragonabile a De Gasperi o Andreotti.

Ancora oggi l’Italia in realtà non riesce a far capire bene i suoi problemi. E comunque a quel tempo era difficile far comprendere agli intellettuali italiani, in larga prevalenza orientati a sinistra, cosa significasse l’aggettivo “laico”. O l’idea dell’esistenza del “paese duale”, concetto che, fuori dai confini strettamente nazionali, era inteso come se l’Italia fosse costituita da due paesi in uno. Ancora più complesso fare accettare le terapie adatte a superare questa contraddizione strutturale.

Certo non venivano comprese facilmente le posizioni che La Malfa esprimeva sul Mezzogiorno, per lo più incentrate non tanto sulla sottolineatura delle marcate differenze tra le distinte aree geografiche quanto piuttosto sulla profonda necessità e originalità, per l’Italia intera, dell’accelerazione del processo di creazione dell’Europa unita.

“Mezzogiorno nell’Occidente” è in proposito l’illuminante articolo di La Malfa apparso sulla rivista “Nord e Sud” (8).L a Malfa di quella esperienza fu il nume tutelare. Lo scarso rilievo che si darà internazionalmente all’uomo è sintomatico della particolarità dell’Italia di quel tempo nel contesto europeo. Quando si parla di La Malfa e si pensa al ruolo da lui esercitato nella storia nazionale si comincia, in genere, dal 1951, e invece si deve iniziare, come prima si è cercato brevemente di spiegare, da parecchio tempo prima. Prima del Partito Repubblicano, dal Partito D’Azione, dall’importanza strategica di scindersi dal Partito D’Azione. Più forze erano in origine confluite in questa formazione : il movimento “ Giustizia e Libertà”, una corrente repubblicana, i liberali crociani- amendoliani, i sardisti, i liberal socialisti.

Un raggruppamento, eterogeneo e composito, che farà fatica a mantenere al suo interno l’unità e la coesione finendo ben presto per dividersi disperdendosi in più rivoli. La vera scissione italiana è stata in realtà proprio quella realizzatasi all’interno del Partito D’Azione. In quel partito, d’ispirazione risorgimentale, c’erano componenti che, ad un certo punto, reputando velleitario e destinato al fallimento il precedente tentativo sintetizzabile nell’obiettivo di dare vita ad una terza forza, spingevano per la confluenza nel Partito Socialista, altre nel Partito Comunista, sbocco l’ultimo ritenuto da più parti assolutamente inaccettabile.

L’idea di fondo su cui era imperniato il suo ragionamento era quella secondo cui fosse realisticamente possibile costruire, nel panorama politico italiano, una forza politica intermedia, da far sorgere su un impianto effettivamente e conseguentemente riformista, capace di sfuggire alla frontale contrapposizione tra partito cattolico e forze social comuniste, coi loro reciproci, paralizzanti sistemi ideologici sul cui impianto si stava sempre più caratterizzando lo scontro politico in Italia, nell’Europa e nel mondo. Una “terza forza”, laica e progressista, un partito di stampo europeo capace di mediare e di far accordare tra di loro i due grandi blocchi di massa, i democristiani di De Gasperi ed i socialcomunisti di Togliatti e di Nenni. Forze di notevole spessore culturale, d’ispirazione azionista, che espressero compiutamente una tale posizione sul piano culturale sui fogli della rivista “ Il Mondo”, diretta da Mario Pannunzio. L’idea originata dall’esperienza del Partito d’Azione era durata troppo poco, per chiudersi ben presto, poco dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale. Ne derivò la diaspora che disperse gli azionisti in diverse e separate formazioni politiche, più compatte e più coese. La Malfa, preso atto della situazione che si era venuta a determinare dopo il fallimento di quel generoso ma anche ingenuo tentativo, ebbe il merito di non chiudersi ma di aprirsi alle novità, dimostrando forte duttilità e capacità di confronto con gli altri.

La Malfa fu inoltre tra i dirigenti politici più prodighi nella ricerca del dialogo col Partito Comunista, in una fase in cui questa era una tra le cose di sicuro meno facili. Fu il primo ad apprezzare lo strappo del legame del PCI da Mosca, pur ritenendo che esso non sarebbe risultato sufficiente fin quando non si fosse tradotto in atti di conseguente responsabilità politica, nell’accettazione inequivoca dei principi liberali e universali di libertà, pluralismo politico e di democrazia. Un altro esponente della borghesia meridionale, di una piccola città, Avellino, era Guido Dorso che pensava che il modello- politico e civile da realizzare in Italia fosse quello dell’Occidente. Egli aveva capito a tempo che l’indirizzo del mondo contemporaneo avrebbe visto di sicuro prevalere quel modello istituzionale, politico e sociale. A questo ideale di civiltà politica egli rimase fermamente fedele.

Con contraddizioni anche acute. L’elemento in assoluto prevalente è la chiarezza della direzione di marcia verso cui si mosse e la giustezza di alcune essenziali sue intuizioni almeno in parte confermate dallo sviluppo concreto degli eventi. In buona sostanza il nocciolo essenziale del pensiero del dirigente politico siciliano può essere sintetizzato in questi punti prioritari : l’intransigente proposizione della costruzione, in Italia, di un sistema democratico e repubblicano che ponesse definitivamente fine all’esperienza monarchica; l’individuazione di alcuni interventi statali decisivi atti a ridurre in maniera significativa il potere eccessivo e senza controllo dei grandi monopoli che si materializzeranno con l’avvio della nazionalizzazione di alcuni complessi monopolistici e di grande interesse collettivo come quello elettrico; la messa in moto di una profonda riforma agraria che concorresse alla progressiva riduzione del divario di sviluppo tra le diverse aree del paese ed iniziasse ad attuare, per mezzo della programmazione economica, un percorso coerentemente ed incisivamente riformista; la grande attenzione al mantenimento dell’equilibrio dei conti pubblici e la capacità di tenere sotto controllo l’inflazione; il coinvolgimento pieno e responsabile dei Sindacati nella partecipazione al processo economico; la creazione di un paese in cui venisse garantito, ad ogni cittadino, la piena libertà di credenze e di culto in una visione laica di netta separazione e distinzione del potere civile da quello religioso; la messa in moto di un processo politico nazionale e sovranazionale che si sostanziasse nella creazione di una Federazione europea di liberi paesi democratici nel più ampio quadro di una più vasta collaborazione mondiale incentrata sull’alleanza atlantica.

E’ certo questo ultimo aspetto quello che probabilmente favorisce la comprensione dell’originalità del pensiero di La Malfa e la qualità oggettivamente anticipatoria delle sue intuizioni. Un’elaborazione politica e teorica in anticipo sui tempi, un robusto impianto di pensiero che guardava al futuro dell’Italia non in relazione ad angusti approcci e chiusure provinciali quanto piuttosto all’interno di una visione ben più ampia e aperta, necessariamente incentrata su una visione sovranazionale, continentale ed europea, l’unica prospettiva percorribile per attuare i necessari processi di modernizzazione ed integrazione dell’intero paese.

Per ciò che concerne infine la sua visione di sviluppo dell’economia mi sembra si possa sostenere che egli fu naturalmente ostile all’idea di un’economia a sistema chiuso e recintato, senza concorrenza ed allo stesso modo critico verso una visione salvifica, di esaltazione di un liberalismo selvaggio e senza regole. Egli accettò il concetto di economia di mercato e di concorrenza, che tuttavia non doveva escludere l’idea di un parziale e mirato intervento dello Stato che ne regolamentasse le dinamiche interne saldando in un processo progressivo, di unità economica e produttiva, una nazione fin dalle origini acutamente duale. Così può interpretarsi il favore con cui guardò all’istituzione della Cassa del Mezzogiorno ed alle precise funzioni ad essa originariamente assegnate (9). Fu inoltre sempre duramente contrario ad ogni scelta di tipo assistenziale tesa a disperdere in mille rivoli risorse pubbliche da impiegare invece in maniera mirata, più utile e virtuosa (10). Anche in economia, comunque, una visione minoritaria, e piuttosto inconsueta, di terza forza e di terza posizione.

Il centro sinistra che inizierà a materializzarsi nel 1962 col Governo Fanfani, varato con l’appoggio esterno del PSI, vedrà proprio La Malfa ministro del Bilancio (11).
In verità l’Italia, dopo il fervore dell’immediato secondo dopoguerra e la straordinaria tensione unitaria che era stata diffusamente messa in moto per garantire la ricostruzione e la rinascita, iniziava proprio allora ad essere potentemente condizionata dalla nascita e dal consolidamento di robuste corporazioni deviate che ne avrebbero indirizzato, in negativo, sviluppo e identità.

Una serie disseminata di piccoli poteri ma coriacei, tra loro separati e non comunicanti, che avrebbero ostacolato ed impedito la messa in essere di un processo in cui risultasse prevalente l’attenzione agli interessi generali. Compartimenti stagni all’interno dei quali non poteva penetrare una visione fondata sulla priorità dell’interesse generale rispetto ai vari ed ostativi particolarismi. Un lascito negativo che la storia nazionale purtroppo in vari aspetti ancora oggi si trascina. Perciò, come si accennava, l’insistenza sulla necessità di tenere sotto controllo il debito pubblico e l’inflazione e la chiamata dei sindacati alla corresponsabilità con la richiesta della moderazione nelle richieste salariali, perciò l’incoraggiamento ad azioni che si muovessero sul terreno concreto della programmazione e della realizzazione di alcune riforme strutturali di rilievo, sulle nazionalizzazioni, sulle riforme dell’università, della sanità, dei trasporti, della casa. Obiettivi tenacemente perseguiti ma solo parzialmente raggiunti. Un lascito che permane tuttora, con danni e conseguenze negative enormi. Questo fu il vero cruccio di La Malfa e della parte migliore degli uomini politici d’Italia, questa la ragione di convergenze, periodiche e non effimere, con autentici uomini di Stato come Giorgio Amendola. Il confronto, in specie con Giorgio Amendola, pur sempre all’interno di una visione che in via prioritaria privilegiava la stretta intesa tra laici e cattolici, fu fitto, serrato e costruttivo e frequenti le sintonie con una visione realista e riformista di quella parte del partito comunista spesso osteggiata e criticata dal resto dei militanti e dalla stessa direzione.
Negli anni successivi, alla metà degli anni 70, dopo il giugno 1976, La Malfa sarà il primo dei vecchi leaders storici di formazione laica ed anticomunista a guardare con favore ad un ulteriore sviluppo in avanti della situazione politica italiana ed all’ipotesi della realizzazione del “compromesso storico”, giudicato ormai come una ineluttabile necessità. Nel 1974 aveva dichiarato “ Un governo riformatore potrebbe servirsi dell’opera del Pci se il Pci avesse il coraggio di accettare il disegno di fondo di una società giusta e libera in tutte le sue conseguenze. Ma… neppure col Pci si può arrivare a niente se viene a mancare l’energia morale. Incidentalmente dirò che durante l’antifascismo e la resistenza di tale energia ne ebbero in forte misura gli azionisti e i comunisti”.
E a quella energia ed a quella volontà bisognava a suo avviso di nuovo e potentemente far ricorso. Colpisce nell’uomo il senso del dovere e dello Stato, la concezione alta e disinteressata della politica, lo sguardo della ragione rivolto sempre al futuro, un altro esempio di un pensiero vivo, creativo, concreto e appassionato e di una prassi in netto contrasto con l’aridità grigia dei tempi presenti in cui viviamo.


(1) La Malfa era intervenuto durante il Convegno dell’Unione Democratica Nazionale tenutosi a Roma dal 14 al 16 Giugno 1925
(2) Piero Gobetti, La rivoluzione Liberale, Saggio sulla lotta politica in Italia, Einaudi, Torino 1925, prima ristampa Casa Editrice Einaudi, Torino 1948
(3) Croce Benedetto, L’idea liberale, contro le confusioni e gl’ibridismi, Scritti Vari, Laterza, Bari 1944.
(4) Ugo La Malfa, Che cos’è il Partito d’Azione, a cura di G. Tartaglia, Acropoli, Roma, 1993
(5) Antonio Gramsci, La Questione Meridionale, Editori Riuniti, Roma 1966; II Edizione a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato, Editori Riuniti, Roma giugno 1969
(6) Vedasi Nicola Tranfaglia, “Gaetano Salvemini storico del fascismo”, in Studi Storici, anno 29, n.4, ottobre-dicembre 1988
(7) Vedasi in proposito anche Gaetano Salvemini, Dai ricordi di un fuoriuscito, 1922-1933, Bollati Boringhieri editore, a cura di M. Franzinelli e l’edizione curata di Gaetano Arfè, editore Feltrinelli, Milano 1960
(8) Ugo La Malfa, Mezzogiorno nell’Occidente, in “Nord e Sud”, Dicembre 1954
Nord e Sud, Rivista d’ispirazione liberale e democratica, nasce a Napoli ed avrà tra i suoi principali animatori, oltre ad Ugo La Malfa, Francesco Compagna, Vittorio De Capraris, Giuseppe Galasso. In polemica con “Cronache Meridionali”, di prevalente ispirazione socialista e comunista, che aveva visto tra i suoi principali esponenti Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Giorgio Napoletano, Francesco De Martino, guarderà con favore ed attenzione all’apertura di una nuova fase politica, quella del centro sinistra, ed alle speranze di riforma economiche e politiche allora propugnate dalle forze di governo d’ispirazione riformista
(9) A proposito di una ricostruzione ragionata della storia della Cassa del Mezzogiorno è utile consultare il libro di S. Cafiero, Storia dell’intervento straordinario nel mezzogiorno ( 1950-1993), Lacaita, Manduria 2000, ed il volume di Piero Lucia, “Salerno, Firenze, frammenti sparsi di storia e di cultura democratica”, arti grafiche Boccia editore, Salerno 2004
(10) Lo ricorda Giuseppe Galasso, nella recensione di commento al libro di Paolo Soddu “ Ugo La Malfa, il riformista moderno”, Carocci 2008, apparsa l’8 luglio 2008 sul “ Corriere della Sera”
(11) La rivista “Il Mulino ”, nel convegno organizzato a Bologna nell’aprile del 1961 sul tema “La politica estera degli Stati Uniti e la responsabilità dell’Europa” aveva anticipato lo sviluppo degli eventi e nell’occasione uno degli interventi più qualificati era stato proprio quello di Ugo La Malfa

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