Il concetto di “distretto sociale” viene progressivamente affermandosi come strumento ottimale per rappresentare l’unità territoriale minima di riferimento per programmare interventi e servizi in campo socio-assistenziale e socio-sanitario a favore dei cittadini e delle famiglie.
La sua origine deriva da un’applicazione nel campo dell’offerta di servizi del concetto di distretto nato nell’analisi economica per descrivere le esternalità positive che derivano dalla concentrazione, in un ambito territoriale auto contenuto, di raggruppamenti d’imprese. Le economie distrettuali, rilevate da A. Marshall (1920) e poi sviluppate da G. Becattini (2000) in termini di suddivisione del ciclo produttivo all’interno di nuclei d’imprese di dimensione medio-piccola, consentiranno d’individuare i caratteri specifici che consentono un salto qualitativo dalle cosiddette “economie di agglomerazione” - derivanti dalla concentrazione territoriali d’imprese di diversa dimensione e natura merceologica - alle cosiddette “economie di localizzazione” - ulteriori vantaggi derivanti dalla concentrazione d’imprese appartenenti alo stesso settore merceologico.
Il contributo di Becattini e della sua scuola individuerà ulteriori elementi specifici del distretto industriale che consentiranno di utilizzare questo concetto oltre un mero modello di economia industriale. Un distretto industriale non è solo un modello organizzativo che consente di ridurre costi di produzione e di transazione, bensì la traduzione su di un piano produttivo di tradizioni, culture locali, di un sapere tacito storicamente radicato. In tale ottica il territorio entro cui nasce e si sviluppa un distretto è espressione e contenitore di una comunità sociale e produttiva, portatore di valore aggiunto perché impregnato di sedimentazioni storiche e culturali che, dove si manifesta la possibilità di una loro trasposizione in beni e servizi riproducibili, rappresenta un potenziale veicolo di crescita e sviluppo economico (Flora, 2008).
Il “capitale relazionale” (Coleman, 1990) diviene allora un elemento centrale nella teoria distrettuale proprio perché si sviluppa in un determinato ambito territoriale tra soggetti economici, sociali, pubblici e privati rendendo il territorio non più contenitore neutro o passivo rispetto al momento produttivo, bensì un “luogo” antropologico entro cui ogni essere umano costruisce la propria identità (Becattini, 2001). Questa, a mio parere, si presenta come una delle principali innovazioni del modello distrettuale, ossia la ricomposizione della genesi tra formazione dell’identità di un luogo e modo di produrre.
La ricomposizione tra identità, cultura e produzione consentirà, successivamente, di utilizzare il concetto distrettuale, oltre la mera attività manifatturiera, in diversi campi dell’attività umana (cultura, musei, turismo) e a produzioni tecnologicamente avanzate. A partire dal concetto di distretto industriale culturale (Santagata, 2007) applicato a produzioni industriali che prevedono l’intervento artistico dell’uomo (come nelle produzioni ceramistiche di Vietri o Caltagirone) si passerà al concetto di distretto culturale (Santagata, 2000) basato sull’esistenza di economie esterne di agglomerazione e di una natura idiosincratica della cultura, a quello di distretto museale (messa in rete di siti disseminati su un ampio territorio ma uniti da una comune matrice storico-culturale), fino al distretto culturale istituzionale (Santagata, 2007) basato su un ruolo attivo delle istituzioni per la loro nascita e decollo progettuale.
Il distretto sociale dovrebbe rappresentare un punto di riferimento territoriale per la cittadinanza, offrire informazioni e consulenza sui servizi e le prestazioni sociali erogate, promuovere “solidarietà attiva” tra la popolazione, mettere in rete le risorse territoriali, collaborare con associazioni del Terzo settore e con organizzazioni del volontariato.
Il concetto di distretto sociale nasce sulla base dell’ispirazione della Legge Quadro 328/2000 che ha stabilito i principi per la realizzazione di un sistema integrato d’interventi e servizi sociali, con l’idea guida che la programmazione e l'organizzazione di un tale sistema competono agli enti locali, alle regioni e allo Stato. I principi ispiratori degli interventi sono quelli di sussidiarietà, cooperazione, efficacia, efficienza ed economicità, omogeneità, copertura finanziaria e patrimoniale, responsabilità ed unicità dell'amministrazione, autonomia organizzativa e regolamentare degli enti locali. Il principio di sussidiarietà, che ispira l’agire delle politiche di coesione dell’Unione europea e introdotto nel diritto comunitario con il Trattato di Maastricht e assunto a principio di rango costituzionale nell’ordinamento italiano (Legge 59/1997), stabilisce non solo che le funzioni amministrative vanno allocate al livello istituzionale più prossimo alle comunità locali - sussidiarietà verticale - ma contempla anche l’assolvimento di funzioni e compiti di rilievo sociale da parte di famiglie, associazioni e comunità - sussidiarietà orizzontale (Clarich, Pisaneschi, 2008).
A questi principi va poi collegata l’adozione, per la programmazione 2007-2013 dei fondi europei, degli obiettivi di servizio cui destinare risorse per la convergenza delle regioni meridionali relativamente alle aree maggiormente sviluppate italiane ed europee. Gli obiettivi di servizio rappresentano l’identificazione d’indicatori di beni pubblici (conoscenza e competenza, servizi per l’infanzia e socio-sanitari, servizio idrico, rifiuti urbani e qualità ambientale) capaci di migliorare le condizioni di qualità della vita delle popolazioni meridionali. Un salto qualitativo, rispetto all’obiettivo tradizionale di crescita della mera ricchezza (il PIL), sulla linea avanzata da Sen (1999) del miglioramento delle capacità delle persone di cogliere le opportunità derivanti dall’espansione dei livelli di libertà reali (D’Antonio, 2009).
Per favorire l'attuazione del principio di sussidiarietà, gli enti locali, le regioni e lo Stato, promuovono azioni per il sostegno e la qualificazione dei soggetti operanti nel terzo settore anche attraverso politiche formative e interventi per l'accesso agevolato al credito e ai fondi dell'Unione europea. Ciascun ente erogatore di servizi adotta una carta dei servizi sociali ed è tenuto a darne adeguata pubblicità agli utenti. La carta definisce i criteri per l'accesso ai servizi, le modalità del relativo funzionamento, le condizioni per facilitarne le valutazioni da parte degli utenti e dei soggetti che rappresentano i loro diritti, nonché le procedure per assicurare la tutela degli utenti. Per progettare l’offerta di servizi sociali è previsto un processo interattivo di cooperazione istituzionale tra governo, regioni e autonomie locali, in base al quale:
- Il Governo predispone ogni tre anni il Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali, tenendo conto delle risorse finanziarie nonché delle risorse ordinarie già destinate alla spesa sociale dagli enti locali.
- Le Regioni, adottano nell'ambito delle risorse disponibili attraverso forme di intesa con i Comuni interessati, il piano regionale degli interventi e dei servizi sociali.
- I Comuni associati negli ambiti territoriali, d'intesa con le aziende unità sanitarie locali, provvedono, per gli interventi sociali e socio-sanitari, secondo le indicazioni del piano regionale, a definire il piano di zona, che individua:
a) gli obiettivi strategici e le priorità d’intervento nonché gli strumenti e i mezzi per la relativa realizzazione; b) le modalità organizzative dei servizi, le risorse finanziarie, strutturali e professionali, i requisiti di qualità in relazione alle disposizioni regionali; c) le forme di rilevazione dei dati nell'ambito del sistema informativo; d) le modalità per garantire l'integrazione tra servizi e prestazioni; e) le modalità per realizzare il coordinamento con gli organi periferici delle amministrazioni statali; f) le modalità per la collaborazione dei servizi territoriali con i soggetti operanti nell'ambito della solidarietà sociale a livello locale e con le altre risorse della comunità; g) le forme di concertazione con l'azienda unità sanitaria locale.
Il distretto sociale nasce, quindi, sulla base di una collaborazione verticale con diversi livelli istituzionali, e orizzontale con le associazioni della solidarietà sociale e del volontariato, intercettandone potenzialità e disponibilità a coprire quello spazio intermedio apertosi tra due tipologie di fallimento nell’offerta di servizi, quella del settore pubblico e quella del settore privato. L’invecchiamento della popolazione, la progressiva riduzione dei sistemi di welfare, causata dalla necessità di ridurre i disavanzi del bilancio pubblico, stanno determinando la necessità di rimettere in moto sistemi di offerta di servizi alla persona fondati sulla disponibilità a cooperare di soggetti non guidati dalla mera logica del perseguimento dell’interesse personale e del profitto. Le probabilità di successo di questa strategia dipendono quindi dalla disponibilità di “capitale sociale”, intesa come accumulo di reti di relazioni sociali orizzontali, dotazione storicamente carente nel nostro Mezzogiorno (Putnam, 1993).
Le rilevazioni sulla geografia delle organizzazioni del terzo settore nel nostro Paese (Flora, 2010) evidenziano come il loro numero vada scemando nel passaggio territoriale dal Nord al Sud (da 44 organizzazioni ogni 1000 abitanti nel settentrione a 29,4 organizzazioni ogni 1000 abitanti nel Mezzogiorno), così come quelle di volontariato (dal 60,6% del Nord al 18,7% del Mezzogiorno). Fanno eccezione le cooperative sociali in cui il Mezzogiorno vanta un primato relativamente alle altre circoscrizioni (33,8% nel Mezzogiorno contro il 29,6% nel Nord-Ovest, il 19,9% nel Nord-est e il 19,4% nel Centro). Un dato positivo, seppur da depurare da fenomeni d’infiltrazione di organizzazioni criminali, che può rappresentare una base di connessione tra strategie di crescita dell’offerta di servizi e tessuto sociale locale. Lo sviluppo economico, per essere socialmente sostenibile, necessita di partecipazione dei soggetti locali, sia al momento delle scelte delle politiche che nell’offerta di beni pubblici locali. La creazione di distretti sociali può rappresentare uno strumento per connettere partecipazione e produttività sociale, una connessione virtuosa e favorevole allo sviluppo locale.
Riferimenti bibliografici
Becattini G., 2000, Il distretto industriale, Rosenberg & Sellier, Torino
Becattini G., 2001, “Metafore e vecchi strumenti. Ovvero della difficoltà d’introdurre il ‘territorio’ nell’analisi economica”, in Becattini G., Bellandi M., Dei Ottati G., Sforzi F., a cura di, Il caleidoscopio dello sviluppo locale, Rosenberg & Sellier, Torino
Clarich M., Pisaneschi A., “Il vecchio e il nuovo regionalismo nell’esperienza italiana”, in D’Antonio M., a cura di, Il Mezzogiorno. Dall’intervento straordinario alla politica regionale europea, i Quaderni di Economia Italiana
Coleman J. S., 1990, Foundation of Social Theory, Belknap Press
D’Antonio M., 2009, “Una riflessione sulle prospettive del Mezzogiorno a partire dal Rapporto Svimez 2009”, in Economia Italiana, n°2
Flora A., 2008, Lo sviluppo economico. I fattori immateriali, nuove frontiere della ricerca, Franco Angeli, Milano.
Flora A., 2010, “Economia sociale, sviluppo locale e innovazione”, prefazione al volume a cura di Iorio P., Impresa sociale, innovazione, legalità, Ediesse, Roma
Marshall A., 1920, Principles of Economics, McMillan, London
Putnam R. D., 1993, Making Democracy Work, Princeton University Press, Princeton
Santagata W., 2000, “Distretti culturali, diritti di proprietà e crescita economica sostenibile”, in Rassegna Economica, n° 1-2
Santagata W., 2007, La fabbrica della cultura, il Mulino, Bologna
Sen A. K., 1999, Development as Freedom, Oxford University Press, Oxford