Il Sud che resiste_Postfazione

di don Luigi Ciotti
Il Sud resiste, ci dice il titolo di questa fatica di Pasquale Iorio, che racconta “Storie di lotta per la cultura della legalità in terra di lavoro”. Ed è anche grazie a persone come lui, a libri come questo e a editori come Ediesse, se il Mezzogiorno e il Paese intero non soccombono davanti alla morsa delle organizzazioni criminali e dei poteri che con essi stringono alleanze e fanno affari. Organizzazioni e poteri che sono sempre meno sulla difensiva: ce lo dicono i dati e le autorità istituzionali, come ad esempio la Corte dei conti che, aprendo l’Anno giudiziario 2009, ha rimarcato l’altissimo livello di illegalità che affligge l’Italia e ha parlato esplicitamente di «corruzione senza freni».

Gli affari della criminalità sono sempre più redditizi, diffusi e penetranti, come ci mostrano le cronache e ci dimostrano le inchieste giudiziarie. Senza che peraltro − e questa è forse una peculiarità della forma camorristica − le armi tacciano per favorire i traffici, senza che nemmeno venga meno anche la strategia omicida, quella del terrore diffuso, della costante guerra tra cosche rivali, una guerra che però lascia spesso per strada pure vittime innocenti. E molto opportunamente questo libro richiama sin dalle prime pagine uno degli episodi più sanguinari e più sconvolgenti degli ultimi anni: la strage di Castel Volturno, che nel settembre 2008 ha visto assassinati sei giovani immigrati del Ghana a opera della mafia dei casalesi. Un eccidio gratuito, motivato – se così si può dire − solo dalla ferocia e dalla volontà di affermare e rivendicare sanguinosamente il dominio del territorio, la supremazia criminale.

La ricognizione che ci propone qui Pasquale Iorio è però, per altri versi, confortante, perché ci mostra come, nelle pieghe della società, e in specifico nei territori campani, sopravviva, cresca e si organizzi una rete di resistenza morale e civile. Scopo e merito di questo libro è di restituirne una fotografia dettagliata, di contribuire a rendere maggiormente conosciute anche a livello nazionale esperienze faticose e preziose che, con tenacia, sono nate e si sono radicate in quegli stessi territori devastati e avviliti dal Sistema camorristico.

Un tessuto vitale, forte di voci alte e autorevoli, come quella del vescovo Raffaele Nogaro, di tante altre forse meno conosciute ma non meno capaci di denunciare e di scuotere, come, ad esempio, don Rosario Giuè, padre Giorgio Poletti, Michele Gravano, Michele Russo, Franco Imposimato, Andrea Vinciguerra, Renato Natale, Lorenzo Diana, Valerio Taglione, don Antonio Palazzo, Pietro Russo, Michele Colamonici, Salvatore Ciardiello, Maurizio Pollini, Mauro Baldascino, Nicola Melone o come gli studiosi Sergio Nazzaro, Gigi di Fiore, Isaia Sales e Ugo Di Girolamo il cui lavoro viene qui richiamato.

Ma questo prezioso spazio di resistenza democratica non è composto solo di singole voci o della capacità di inchiesta di valorosi scrittori e giornalisti, come Roberto Saviano, Raffaele Sardo o Rosaria Capacchione e i tanti operatori dell’informazione che contribuiscono, a prezzo di gravi rischi, al necessario sforzo di verità e documentazione. La libera informazione e il lavoro formativo ed educativo sono due fondamentali pilastri non solo della resistenza alle mafie ma, più in là, della salvaguardia democratica. Non è dunque un caso che proprio queste due vitali funzioni siano sempre più sotto attacco.

Assieme e a fianco delle tante voci raccolte in questo libro vi sono poi esperienze e realtà collettive, come la Cooperativa culturale Capuanova o la Comunità Rut di Caserta, il Comitato don Diana o l’associazione Jerry Essan Masslo, il CSV Assovoce, l’associazione per la legalità “Mo’ basta”, l’Osservatorio per la legalità, le cooperative sociali Edil Atellana e Coop Sole, il consorzio Agrorinasce, oltre naturalmente a Libera, le cui attività vengono riferite in queste pagine.
Lotta alle mafie significa anche lotta per i diritti e per la democrazia. Sono due facce di uno stesso problema e di un’identica necessità.

Padre Poletti, comboniano per molti anni missionario in Africa, ha scelto di portare avanti la sua fede e il suo impegno a Castel Volturno, a fianco delle persone immigrate. A sostegno dei loro diritti è stato capace non solo di una quotidianità di accoglienza e di condivisione ma anche di gesti forti ed eccezionali, come quello di incatenarsi davanti al portone della questura di Caserta, assieme a padre Franco Nascimbene. In un intervento, riportato in questo libro, pone una domanda che non dovrebbe lasciare tranquilli: «Mi chiedo se spesso dietro il rifiuto del permesso di soggiorno da parte delle autorità non ci sia una volontà punitiva e l’interesse ad avere una moltitudine di schiavi che facciano comodo soprattutto all’economia sommersa».

Davanti alla «deportazione di un numero consistente di cittadini migranti», ai «tanti poveri lavoratori a giornata, sottopagati e sfruttati», «persone che hanno avuto l’unica sfortuna di nascere al di là del mare», una domanda non meno impegnativa viene da suor Rita Giarretta, animatrice della Casa Rut di Caserta: «Ma noi possiamo ancora dirci cristiani? Quale progetto culturale sta abitando i nostri comportamenti, le nostre scelte e le nostre azioni? Quale futuro per il nostro Paese?».

Non dobbiamo infatti dimenticare il volto feroce che assume nelle regioni del Sud, ma non solo, la “dittatura del caporalato”, tante volte denunciata dal sindacato e dalle associazioni ma non di meno florida e virulenta. Solo episodicamente è venuto alla luce e all’attenzione dell’opinione pubblica il gravissimo fenomeno delle mafie che rubano dignità e salario ai lavoratori più fragili ed esposti, gli immigrati irregolari.

Grazie a inchieste documentate di alcune testate (in particolare, vanno ricordate quelle di Fabrizio Gatti su “L’Espresso”) e alla denuncia delle organizzazioni sociali (come, ad esempio, il dossier Una stagione all’inferno − Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia, realizzato da Medici senza frontiere e come la campagna nazionale della CGIL Il rosso contro il nero), governi e istituzioni hanno annunciato modifiche legislative (in specifico, l’estensione dell’art. 18 della legge sull’immigrazione per consentire permesso di soggiorno e protezione a chi denuncia gli sfruttatori) che, però, non hanno trovato la forza di concretizzarsi, dipanando il nodo di resistenze ma anche d’interessi e di compiacenze che spesso consente a questi fenomeni di svilupparsi.

È per questo che la memoria non è solo omaggio alle vittime, attenzione agli insegnamenti del passato, ma una vera e propria strategia di lotta, un dovere sociale e istituzionale.

Questo volume non si limita a ricostruire le “storie di lotta” del presente, a testimoniare quanto tutti i giorni si realizza − spesso con gravi rischi e sacrifici − per contrastare le mafie e per costruire culture e pratiche di legalità, solidarietà e democrazia. Richiama anche quanto è stato fatto ieri, ciò che ha consentito di erigere, mattone dopo mattone, questa barriera attorno alla quale adesso ci adoperiamo, con più vittime da ricordare ma anche con maggiore consapevolezza e determinazione da esercitare.

Una di queste vittime è Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano che lavorava come bracciante nelle campagne di Villa Literno, ucciso vent’anni fa, alla fine dell’agosto 1989. Pasquale Iorio ricorda in prima persona, per il ruolo avuto come rappresentante della CGIL, della quale è stato segretario provinciale, quanto quel tragico avvenimento segnò una tappa fondamentale nella presa di coscienza e nella capacità di reazione. Guardando a oggi, con i discutibili provvedimenti legislativi che vorrebbero addirittura costringere i medici a denunciare gli immigrati irregolari che dovessero ricorrere alle cure del pronto soccorso, viene da pensare che, nonostante il movimento di crescita civile e culturale di questi due decenni, la strada da fare rimane ancora tanta. Di quell’esperienza di mobilitazione preziosa, che vide in prima fila il sindacato e le realtà sociali, rimane erede l’associazione intitolata a Jerry Masslo, qui raccontata da uno dei suoi fondatori, Renato Natale. Ma rimane anche nella memoria collettiva il fatto che quell’omicidio aprì per la prima volta uno squarcio nella coperta che nasconde la discriminazione e la violenza nei confronti delle persone immigrate. Per quanto le cose siano, sotto alcuni punti di vista, addirittura peggiorate, questa consapevolezza rimane un fatto acquisito, un punto di non ritorno.

La memoria ha un costo, come titola un libro di don Rosario Giuè sulla figura di don Peppe Diana. La coscienza ha un prezzo, talvolta alto e doloroso, come quello pagato appunto da don Peppe e da troppi altri. E ricordarli tutti assieme, come facciamo ogni anno il 21 marzo, nella Giornata della memoria e dell’impegno, fa davvero impressione. Centinaia e centinaia di vittime innocenti delle mafie, semplici cittadini, sindacalisti, giornalisti, operatori delle forze dell’ordine, imprenditori, sacerdoti, magistrati, rappresentanti politici e amministratori locali rimasti uccisi, dicono inequivocabilmente che troppo poco si è fatto e si sta facendo per contrastare questa sanguinosa piaga, che oltre a morte produce e perpetua sottosviluppo e povertà.

Pasquale Iorio ci ricorda qui che «la camorra affama», e che dunque contrastarla è anche necessità sociale, non solo schieramento culturale. Il falso mito della mafia che dà lavoro è un tragico inganno che va sfatato, rendendo evidenti i dati di realtà. I quali indicano che, a fronte delle ricchezze accumulate dai boss e dai loro protettori, la gran massa dei giovani reclutati incassa solo morte e galera.

A ragion veduta Iorio richiama le parole di monsignor Raffaele Nogaro: «La camorra in Campania impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro. Procura le dimissioni di ogni imprenditoria intelligente e produttiva».

Laddove c’è un radicamento della criminalità organizzata, lì perde forza e consistenza il futuro, la possibilità di crescita e di riscatto. Dove il territorio è violentato dagli interessi mafiosi inevitabilmente viene meno la qualità della vita collettiva e viene messo in crisi il tessuto economico e produttivo.

Ce lo ha insegnato il sindacato che per primo e in misura tra le più alte (basti ricordare la strage di Portella delle Ginestre) ha pagato un tributo di sangue alla lotta contro le mafie.
Ce lo ricorda la figura di Federico del Prete, sindacalista dei commercianti ambulanti massacrato a Casal di Principe, raccontata in queste pagine.

Lo abbiamo di nuovo verificato attorno alla drammatica vicenda dei rifiuti. Un gigantesco affare documentato da opere approfondite e graffianti come “Biutiul cauntri” – il lungometraggio di Peppe Ruggiero, Esmeralda Calabria e Andrea d’Ambrosio – dove viene denunciato l’enorme arricchimento delle cosche criminali e il corrispettivo impoverimento della popolazione civile. Impoverimento per il degrado e per la perdita di valore degli immobili, per l’indebolimento delle attività economiche e produttive, ma anche concreta messa a rischio della salute e della vita stessa dei residenti. Vi sono ricerche epidemiologiche sconvolgenti, che mostrano al riguardo dati di enorme preoccupazione e comprovano la correlazione tra lo smaltimento illegale dei rifiuti in Campania e l’aumento dei tumori. Uno studio effettuato da Graziella Caselli − tra i maggiori esperti mondiali in materia, professore ordinario di Demografia alla Sapienza di Roma, componente del consiglio scientifico dell’Unione Internazionale per lo Studio Scientifico della Popolazione – e da Rosa Maria Lipsi, ricercatrice presso la stessa università, ha preso in esame i tassi di mortalità dei comuni campani nel periodo 1982-2001. Rispetto alle province di Napoli e Caserta, le due ricercatrici rilevano tra l’altro: «Nel periodo in esame, a livello provinciale la mortalità complessiva è diminuita del 12% a Caserta e del 20% a Napoli, mentre quella prodotta dai tumori maligni ha subito un aumento rispettivamente del 29% e dell’8%. Tutto ciò si verifica quando per l’Italia la mortalità per queste cause diminuisce del 5% circa». Sono cifre tremende che indicano quanto vi siano stragi immani addebitabili alla camorra, ma invisibili e silenziose, che vanno aggiunte al lungo conto di sangue e di crimini che andrebbero qualificati come contro l’umanità.

Sulla questione dei rifiuti in Campania – «una bancarotta della democrazia» l’ha definita il sociologo ambientalista Guido Viale – è stata al momento posta la sordina, ma essa permane in tutta la sua gravità e in tutti i suoi devastanti effetti.
Non è allora un caso che nel 2009 la Giornata della memoria e dell’impegno, organizzata da Libera ed Avviso Pubblico sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica, si svolga in Campania, con la manifestazione del 21 marzo a Napoli e con una prima tappa a Casal di Principe nella ricorrenza dell’assassinio di don Peppe Diana, avvenuto quindici anni fa.

«Insieme si può» abbiamo scritto e detto a Trapani il 9 febbraio 2009 inaugurando il nuovo corso della Calcestruzzi Ericina. Un’azienda a lungo oggetto delle attenzioni e degli appetiti della mafia che ora sarà gestita da una cooperativa di ex dipendenti, grazie anche a Libera e a un uomo coraggioso e tenace come Fulvio Sodano, l’allora prefetto che difese a oltranza e a sua spese – tanto da essere trasferito altrove – la Calcestruzzi dai tentativi della criminalità di impadronirsene.

Anche in quell’occasione è stato ribadito che la lotta alle mafie comincia dall’assicurare il diritto al lavoro, con il difendere dignità e legalità nei luoghi della produzione.
È lo stesso messaggio scritto con l’inchiostro nelle pagine di questo libro e con il sangue nelle terre del nostro amato Sud, che nonostante tutto resiste e che riuscirà infine a battere le mafie. Insieme si può.


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