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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Il teatro scuola di cittadinanza
a cura di
Guido Mollica
, Studente
Mi manca il teatro, sia andarci che “farlo”. È davvero molto tempo che non ci vado, non con regolarità, non quanto vorrei (e dovrei). E credo sia una cosa che condivido con molti di voi.
Il teatro l'ho “fatto” in adolescenza, attraverso alcuni anni di corsi di recitazione. E m'è servito: ho capito molte cose che stavano dentro di me e fuori. Sono cresciuto molto in quegli anni, più di quanto mi avrebbe cresciuto il solo passare del tempo. E il teatro mi ha reso un po' più colto di quanto non fossi (il che non guasta mai).
Il teatro è uno strumento molto “esperto”, da migliaia di anni ci aiuta a descrivere il mondo, denunciarlo, farlo crescere o semplicemente divertirlo. Allora, mi chiedo, perché non è istituzionalizzato (perché non lo è davvero)? Perché non vedo corsi di teatro in ogni scuola media, superiore o elementare? Perché non è una materia obbligatoria? Un laboratorio di sperimentazione su se stesso e sull'altro e di studio di un grandissimo pezzo di cultura del nostro mondo.
In effetti, in alcune parti del paese ci sono persone che tentano questa strada, cercano di portare il teatro nella vita dei ragazzi quando sono ancora ragazzi, a scuola, più o meno desiderosi di imparare (ma, senza dubbio, con la testa fresca di giovinezza). E, facendolo, danno vita ad un luogo, un quartiere, una città, in un modo che aiuta quel luogo, quartiere o città (e noi stessi, che lo facciamo o lo guardiamo) a crescere.
Per trovare una risposta ho parlato con chi questo mestiere lo fa, in modi diversi, con diversi esiti. Emanuele Valenti, direttore artistico del progetto “Punta Corsara”, che insegna il teatro ai ragazzini delle scuole di Napoli, e lo porta -fatto e guardato- per le sue tante periferie. E Claudia Pastorini, membro dell'associazione Cobaiasci, che portava (fino al 2008) il teatro nei laboratori di un istituto tecnico della periferia di Milano.
Emanuele è un uomo di trentasei anni ma, sbarbato e magro com'è, non ne dimostra più di trenta.
Come e quando hai cominciato questo lavoro?
Ho iniziato recitando, avevo ventiquattro anni. Ho sempre, però, trattato il teatro come qualcosa che comprenda ma superi lo scopo ludico, come qualcosa che ci permette di descrivere o addirittura cambiare il mondo che ci circonda. L'ho sempre visto come uno strumento molto utile al sociale. E ho lavorato molto in questa direzione, ho collaborato con alcune associazioni che si occupano di sociale e di pedagogia, come l'associazione “chi rom e chi no”, con la quale il progetto di Punta Corsara collabora da anni.
Punta corsara nasce da “una costola” di Arrevuoto e dal lavoro tuo e di Marco Martinelli. Come siete passati da un'esperienza all'altra?
Arrevuoto è stata un'esperienza straordinaria e di successo. Eravamo (e siamo ancora) presenti in molti licei e molti istituti superiori di Napoli, sia del centro che della periferia; e attraverso “chi rom e chi no” abbiamo potuto lavorare anche con dei ragazzini rom e addirittura portare gli spettacoli dentro i campi. Ci siamo chiesti, ad un certo punto, come si potesse far continuare questa esperienza anche oltre gli anni del liceo: da questo nacque l'idea di Punta Corsara, che avrebbe compreso ragazzi che uscivano da Arrevuoto ma che, perlomeno, avessero finito la scuola dell'obbligo.
Chi è il ragazzo “tipo”, e come accetta (se le accetta) e vive queste esperienze?
Un ragazzo tipo non c'è. Siamo presenti in centro e in periferia, in licei e in istituti tecnici: ci sono ragazzi poveri, ricchi, figli di impiegati, professionisti o anche disoccupati. E vengono quasi tutti a curiosare, giocare, spesso solo a fare casino. Ma, alla fine, quasi tutti ritornano, si affezionano. Perché capiscono che stanno facendo qualcosa di bello, che ti fa crescere, qualcosa di diverso. Non è detto che proseguano una volta finita l'esperienza, continuano con le loro vite. Ma quando sono lì lo fanno con piacere, si divertono.
Si incuriosiscono e appassionano tanto che, ho saputo, c'è chi si è “spacciato” per studente di un liceo nel quale stavate lavorando mentre studiava in un altro.
Si, Gianni. Aveva alcuni amici nel liceo Elsa Morante, dove alcuni suoi amici partecipavano ai nostri laboratori. Per qualche giorno ha partecipato ai corsi spacciandosi per studente di quel liceo, forse pensando che l'accesso era consentito solo agli studenti di quella scuola. Ovviamente non era così, infatti ha continuato a collaborare con noi anche dopo essere stato scoperto. Ed è uno dei più attivi membri del progetto di Punta Corsara, dove lui e alcuni altri hanno capito di voler fare questo di mestiere.
Come si finanzia Punta Corsara?
Il progetto Punta Corsara ha sempre guardato in molte direzioni. Fa comunque parte della fondazione Campania dei Festival, inizialmente finanziato da Regione Campania e Ministero di Napoli, poi solo dalla regione. Negli anni i finanziamenti si sono ridotti notevolmente, che finiranno di arrivare questo dicembre. Il prossimo passo è duplice: da un lato dobbiamo capire se riusciremo a mantenere rapporti con la fondazione, dall'altro dovremo ampliare le relazioni ad altre fondazioni e collaborazioni che ci permettano di continuare a sostenerci. Il rapporto con la fondazione è finora andato benissimo, e se riusciremo a mantenerlo vivo sarà magnifico; ma dobbiamo pensare a come renderci più autonomi.
So che hai un amico che lavora a Parigi come educatore di strada: quando sono paragonabili quella e la tua realtà?
Lo sono quando si parla di luoghi e persone emarginate dalla vita culturale della città. Sono molto diversi, però, se si considera il ruolo dello stato nell'eliminare questa emarginazione: a Parigi il ruolo dell'educatore di strada è decisamente più legittimato e -soprattutto- difeso dalle istituzioni; in Italia, semplicemente, no. Le città in sé sono molto diverse. Napoli, poi, è diversa da tutte le altre città: non si può parlare di una sola periferia ai margini geografici della città, ma di sacche di periferia INTERNE ad essa.
Anche Claudia Pastorini è poco più che trentenne, ma da sempre lavora nell'ambito teatrale.
Per alcuni anni, tu e l'associazione Refinerie Cobaiasci, avete lavorato nell'istituto superiore di Quarto Oggiaro, nella periferia di Milano. Cosa facevate?
Niente più che teatro a scuola. Laboratori didattici in cui i ragazzi, adolescenti, potevano misurarsi e conoscersi attraverso questo straordinario strumento che è il teatro, in ogni sua parte. E andava bene, davvero. Ogni anno organizzavamo spettacoli di e con i ragazzi, aperti però a tutti coloro che volessero vederli. Così il quartiere prendeva vita, ed era sempre una festa. Quello che i ragazzi portavano in scena, poi, non era mai scontato; e la gente se ne accorgeva.
Dove si tenevano i laboratori?
Era stata appositamente per noi costruita una tenso-struttura capace di soddisfare ogni nostra esigenza logistica o didattica. Perfino artistica.
Era un vero e proprio teatro, con un set di luci, delle quinte e camerini invidiabili. Nel 2008, così come c'erano stati per quegli anni, i finanziamenti sono cessati, e il sogno è diventato un incubo.
Cosa ne è stato della struttura?
È stata trasformata in un laboratorio di meccanica. Ed costato non poco farlo: per riuscire a far entrare tutto il materiale di lavoro, che comprendeva intere automobili o parti di esse, è stato aperto un buco nel muro della struttura. Un portone è stato tagliato nella parete esterna della sala per riuscire a far entrare tutto. Ogni volta che lo vedo – o addirittura ci entro – mi viene da piangere. Ci sono ancora il palco, le quinte coi camerini e tutte le luci di scena.
In buona sostanza, cosa succede nel nostro Paese? Accade che, quando il teatro viene reso episodio educativo di successo, un colpo messo a segno dall'Amministrazione Pubblica e dalla politica, queste poi non cercano di istituzionalizzare mantenere viva l'esperienza; da un lato perdendo l'occasione di rendere questo fantastico strumento un uso della nostra cultura dell'educare, dall'altro mostrando scarso interesse verso i luoghi in cui queste esperienze si compiono; come a dire che, in fondo, non ne vale davvero la pena.
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