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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Il rapporto Isfol 2009
di
Fabrizio Dacrema
, Coordinatore del Dipartimento Formazione e Ricerca
Il rapporto Isfol 2009 fotografa un paese immerso della crisi, prevede che la fine della caduta del PIL nel 2009, ma gli effetti occupazionali saranno più pesanti nel 2010. L’indagine evidenza come la disoccupazione ha fino ad oggi colpito con maggior forza i giovani, il cui accesso al mercato del lavoro avviene soprattutto attraverso forme contrattuali flessibili, peraltro in aumento in questa fase di recessione. All’interno del segmento giovanile sono i laureati a far registrare le diminuzioni più significative nei tassi di occupazione in seguito alla crisi, a conferma di un sistema produttivo che sta rispondendo alla crisi accentuando i propri limiti strutturali.
Già prima della crisi, infatti, la domanda di lavoratori qualificati delle imprese italiane era più bassa dell’offerta e molto più bassa della media degli altri paesi sviluppati. Si accentua con la crisi la distanza del nostro paese dalle principali economie avanzate rispetto ai fenomeni di sviluppo e valorizzazione del capitale umano. Il rapporto registra infatti una progressiva riduzione dei salari percepiti dai lavoratori più istruiti rispetto a quelli con un più basso livello di istruzione.
Nel settore privato i vantaggi salariali associati al conseguimento di una laurea e di un diploma sono diminuiti tra il 1993 e il 2004 in misura considerevole, senza che questa perdita di reddito fosse compensata da un aumento delle opportunità occupazionali. Anche sul versante della formazione le ombre prevalgono ampiamente sulle luci, nonostante il tentativo della relazione del Presidente di cogliere anche il bicchiere mezzo pieno. Appare francamente esagerata l’affermazione “nel 2008 la partecipazione della popolazione adulta alle attività formative risulta in crescita” a fronte di un dato che passa dal 6,2% del 2007 al 6,3% del 2008, quando avremmo dovuto raggiungere nel 2010 l’obiettivo europeo del 12,5% e la media dell’Unione Europea a 27 è del 9,6%.
La dispersione formativa continua a interessare il 5,4% dei 14-17enni, vale a dire 126.000 giovani al di fuori di ogni percorso di istruzione e formazione; negli istituti professionali solo il 55% degli studenti risulta in regola in regola con il percorso scolastico. Anche nei percorsi triennali regionali di istruzione e formazione professionale, la cui utenza è segnalata in costante aumento, il tasso di abbandono è del 22%. Il tasso di passaggio all’università è in aumento, ma diminuisce il numero dei laureati in rapporto alla popolazione 23enni e dei 25enni, un fenomeno che segnala un aumento dell’irregolarità dei percorsi, che invece era migliorato nella prima fase di attuazione del modello 3+2. La partecipazione alla formazione continua rimane stazionaria, le imprese che fanno formazione sono la metà rispetto alla media europea, ma nella relazione il Presidente ha segnalato come fatto positivo che le iniziative di formazione non sono arretrate nonostante la crisi.
Dal lato dell’offerta crescono dell’8,1% i Fondi Paritetici Interprofessionali, grazie al contributo dell’aumento delle adesioni soprattutto delle piccole imprese. Rimane molto pesante l’evasione formativa nei contratti di apprendistato: gli apprendisti che svolgono l’attività formativa sono il 5% al sud, l’1% nelle isole, il 10% nel centro, il 25% nel nord-ovest e il 35% nel nord-est. A fronte di un quadro che conferma tutti i limiti strutturali del nostro sistema produttivo e del nostro sistema formativo, le soluzioni avanzate dal Ministro Sacconi nel suo intervento alla presentazione del rapporto sono decisamente preoccupanti. Sacconi ha annunciato un prossimo tavolo – pensa di convocarlo prima di Natale - con le Regioni e le Parti Sociali per “rigirare la formazione come un calzino”.
Il Ministro conferma quanto contenuto Piano Italia 2020 firmato assieme alla Gelmini: la centralità dell’impresa nella formazione per superare i limiti di autoreferenzialità. Le proposte conseguenti anticipate da Sacconi sono: formazione per l’apprendistato esclusivamente in azienda (possibilità già introdotta per legge), obbligo di istruzione assolvibile anche nell’apprendistato, orientamento già a 14 anni verso la formazione professionale, rilancio della formazione a costo zero mediante l’utilizzo delle risorse già esistenti (legge 236, Fondi paritetici interprofessionali, Fondo sociale europeo).
L’esaltazione della centralità dell’impresa come principale soggetto formativo sia nella formazione iniziale professionalizzante e che nelle formazione continua appare del tutto ideologica ed in contrasto con la realtà e con le stessa analisi svolta dal Ministro. Nella prima parte del suo intervento ha infatti prospettato le necessità per le imprese italiane di una profondo riposizionamento competitivo che comporterà un vera e propria “migrazione da un lavoro all’altro, da una competenza all’altra”.
Gli stessi dati forniti dall’Isfol ci rappresentano un sistema produttivo in difficoltà sul fronte dell’innovazione: riduzione della manodopera qualificata, insufficiente valorizzazione del capitale umano, poca ricerca e poca formazione anche quando è obbligatoria come nell’apprendistato. In queste condizioni l’esaltazione della formazione fatta esclusivamente in azienda e l’automatico riconoscimento della capacità formativa delle imprese non può che ridurne ulteriormente l’attività formativa.
Riposizionare sulla qualità e l’innovazione il nostro sistema produttivo significa innanzi tutto far entrare nelle imprese conoscenze e competenze nuove e non limitarsi a riciclare quelle già presenti. Il necessario riconoscimento di tutte le competenze sviluppate attraverso il lavoro e l’esperienza, la loro certificazione e valorizzazione, deve allora coniugarsi con interventi formativi coerenti con programmazioni territoriali e settoriali di ricerca e sviluppo in modo da stimolare l’innovazione.
La formazione iniziale deve assicurare a tutti le competenze chiave di cittadinanza – saperi oggi essenziali anche per ogni tipo di lavoro - attraverso una coerente attuazione dell’obbligo di istruzione a 16 anni. Sacconi invece prospetta il ritorno dell’apprendistato a 15 anni e il conseguente abbassamento dell’età di accesso al lavoro e dell’obbligo di istruzione da 16 a 15 anni. In contrasto con le indicazioni europee propone per i giovani più svantaggiati una riduzione delle opportunità di conseguire una formazione sufficiente per essere cittadini consapevoli e lavoratori occupabili.
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