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L'impresa sociale tra innovazione e sviluppo locale
di
Achille Flora
, Professore, Facolta di Economia - SUN
Gli ultimi decenni hanno visto imporsi all’attenzione degli studiosi di scienze sociali il ruolo del Terzo settore o settore no-profit, un settore atipico perché non guidato dalla logica prevalente di massimizzazione del profitto, bensì da quella della creazione di utilità sociale. Una finalità che testimonia l’esistenza di un’anomalia rispetto al paradigma dominante dell’”homo oeconomicus”, razionale e mosso solo dall’interesse personale, dimostrando che è possibile organizzare modelli di vita e di lavoro non in contrasto ma rivolti all’accrescimento del “bene comune”. Questo settore sta occupando uno spazio crescente nel campo della produzione di servizi sociali. E’ la conseguenza della divaricazione che si è aperta tra domanda e offerta di servizi, alimentata dall’invecchiamento della popolazione dei paesi avanzati, dai fallimenti dei settori pubblico e privato nel soddisfare questa domanda e dalla riduzione dei sistemi di welfare, anche in ragione della loro sostenibilità finanziaria.
In Italia il fenomeno si presenta in espansione dagli anni ottanta e il primo censimento (1999) registrava l’esistenza di più di duecentomila imprese no-profit di cui 44 ogni mille abitanti al Nord, 42,3 al Centro e 29,4 nel Mezzogiorno. Su 3,2 milioni di lavoratori volontari il 60,6% operava al Nord, contro il 20,7% impegnati al Centro e il 18,7% nel Mezzogiorno. Una disparità geografica che ricalca l’ineguale distribuzione dello stock di “capitale sociale” ed evidenzia un “circolo vizioso” operante nel Mezzogiorno: la carenza di capitale sociale determina scarsità d’imprese sociali che, a sua volta, riduce le potenzialità di un vettore di creazione di relazioni sociali. Le due negatività, sommandosi, contribuiscono, poi, a frenare l’avvio del volano dello sviluppo.
Il capitale sociale inteso come insieme di reti di relazioni fiduciarie, di senso civico, efficienza istituzionale e cultura della legalità, nasce in quello spazio intermedio tra famiglia e Stato, definito da F. Fukuyama come “socialità spontanea”. Uno spazio molto rarefatto nel nostro Mezzogiorno, anche grazie alla povertà di strutture e momenti associativi. In questo spazio vuoto, fatto di disgregazione sociale, nasce e si alimenta l’illegalità diffusa e la cultura del non rispetto delle regole.
L’impresa sociale può contribuire a riempire questo spazio colmando non solo il deficit di produzione di servizi, ma divenendo applicazione concreta del principio di sussidiarietà nello stimolare la cittadina ad auto organizzarsi per produrre e offrire servizi sociali. In tal senso la sua attività si farebbe carico della tutela d’interessi di comunità, trasmettendo una cultura del “fare” e non del “chiedere”, combattendo i fenomeni di esclusione sociale nell’offrire servizi ed occupazione a categorie svantaggiate.
Finora i campi di attività prevalenti delle imprese no-profit sono stati quelli tradizionali (cultura, sport, ricreazione, assistenza sociale) con modalità organizzative poco avanzate, come dimostra lo scarso uso di tecnologie informatiche e, nel Mezzogiorno, la più accentuata dipendenza da fondi pubblici. Le imprese sociali hanno i loro punti forza nel minore utilizzo di risorse, grazie al volontariato, nella possibilità di offrire servizi mirati ad esigenze delle comunità locali, ed una maggiore flessibilità derivante dalla dimensione medio-piccola. Dimensione che non costituisce necessariamente un limite, se si adottano modelli consortili o d’impresa a rete.
Il contributo che questo settore può offrire all’immissione d’innovazione nel nostro sistema produttivo e sociale deriva dal miglioramento dell’ambiente sociale che caratterizza i territori. Se il processo cognitivo e di ricerca che mette capo a un’innovazione non è più racchiuso entro le mura di un laboratorio e il ricercatore non riveste più i panni dello scienziato isolato in un mondo di alambicchi, se l’innovazione nasce da un processo di comunicazione, di scambio, di messa in rete d’idee e avanzamenti della conoscenza, allora il contesto, il territorio, l’ambiente sociale in cui si opera, diventano elementi fondamentali di questo processo. E’ una visione coerente con la strategia di Lisbona per la creazione dell’economia della conoscenza ma che richiede come suo atto fondativo il risanamento delle aree dove sono concentrate università e laboratori di ricerca. Un risanamento che non è possibile delegare puramente agli interventi repressivi, ma che richiede politiche urbane, territoriali e sociali che mettano al centro la creazione di un ambiente attrattivo per ricercatori e imprese avanzate.
L’impresa no-profit può contribuire a ricucire quel tessuto sociale che la modernità ha trasformato in forma liquida, riattivando quella disponibilità alla “socialità spontanea”, attraverso la fornitura di beni relazionali. Un compito che è proprio della metodologia dello sviluppo locale.
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