La recente fase di recessione sociale ed economica, che ha visto le imprese reagire in modo difensivo riducendo gli investimenti in formazione sui lavoratori occupati (soprattutto le categorie più deboli perché meno qualificate e con livelli di istruzione più basse e pertanto più esposte a licenziamento), ha determinato il radicamento e il peggioramento di alcune criticità di genere, con particolare riferimento alle opportunità di qualificazione, occupazione e conciliazione.
Il Sud, a causa della sua debole struttura industriale e della scarsa efficacia delle politiche di sostegno all’occupazione, ha risentito maggiormente di questo calo di investimento in formazione. I dati Istat sulla formazione aziendale del primo semestre 2009, a differenza di quelli del primo semestre 2008, che avevano visto un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2007, evidenziano una riduzione delle attività formative del 26%. La diminuzione di attività ha colpito i soggetti con bassi livelli di istruzione e specializzazione (anche se nel 2009 hanno sofferto di questa riduzione anche i laureati), i gruppi professionali meno qualificati quali operai e artigiani e gli occupati prevalentemente delle medie e piccole imprese. Se nello specifico guardiamo agli investimenti in ricerca e innovazione (investimenti già bassi su tutto il territorio nazionale) vediamo che in Sicilia le università investono risorse per lo 0,6% e le imprese pubbliche e private lo 0,2%.
Se è vero che sono stati colpiti maggiormente settori in cui la presenza femminile è storicamente ridotta, è anche vero che le risorse finanziarie e le politiche di reazione sono state rivolte a reintegrare e tutelare coloro colpiti da tale crisi, indirizzando le opportunità di qualificazione e riqualificazione verso specifiche componenti sociali.
Da dati recenti (1), tra l’altro, emerge che l’Italia tra i 27 Stati UE, è tra i Paesi (con Bulgaria e Romania) con il più alto sbilanciamento di genere tra i laureati nei settori scientifici e tecnici, mentre la prevalenza di laureate nei settori arte, istruzione e sanità è comune a tutti gli Stati membri.
I dati Almalaurea evidenziano una sensibile lievitazione della disoccupazione, non solo fra i laureati di primo livello (dal 16,5% al 22%), ma anche fra i laureati specialistici biennali (dal 14% al 21%). La quota di lavoro stabile per loro diminuisce, così come il livello delle retribuzioni confermando il trend nel medio periodo e a tre e cinque anni dalla laurea. Il flusso di mobilità dei laureati per motivi lavorativi da Sud a Nord è del 40% e coinvolge la maggior parte dei percorsi di studio. Il ricorso delle imprese meridionali all’assunzione di giovani laureati resta ancora molto basso (in media, 3 assunzioni su 100 nel periodo 2001-2009, contro le 5 del resto del Paese), infatti solo il 29% dei laureati meridionali del 2008 ha dichiarato di aver trovato un’occupazione. Il profilo contrattuale a 5 anni conferma lo svantaggio sia per le laureate che per i laureati del Sud. Solo il 32% di essi rispetto al 51% del Nord ha un contratto a tempo indeterminato e le donne risultano essere il 34%. Il tasso di lavoro irregolare è il quadruplo per i residenti al Sud, ed è il doppio per le donne. In assenza di opportunità di lavoro, il ricorso al lavoro autonomo appare come settore di rifugio.
Questa situazione di mismatch tra domanda e offerta nel Sud, di tipo quantitativo ma anche qualitativo (cala la percentuale sul totale degli occupati dei laureati dei gruppi ingegneria ed economico-statistico, mentre aumenta quella del gruppo medico e politico-sociale), riduce anche l’efficacia di percorsi formativi più spendibili per l’occupazione e di ricerca attiva.
Tale aspetto rappresenta una prima riflessione necessaria, nel momento in cui si discute di domanda e offerta formativa e di innovazione nei processi di progettazione e pianificazione della formazione.
Ovviamente, in uno scenario di difficoltà e rarefazione delle risorse finanziarie disponibili (anche se non sempre è un problema di quantità ma di come vengono incanalate) all’interno di un contesto come il meridione, in cui il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona era una chimera già ben prima della crisi, le opportunità di emancipazione socio-professionale per le donne hanno subito una drammatica contrazione (2).
Negli indirizzi comunitari di prospettiva, relativi alla questione della parità, è stato recente ribadito quanta priorità debba avere l’approccio di genere.
In particolare, nella lettura della Road Map per la parità tra uomini e donne 2000-2006 è stato evidenziato il ruolo strategico del maggior sforzo necessario con riferimento alle azioni rivolte alla parità economica, all’accesso al mercato del lavoro e alla formazione, al rafforzamento dei sistemi di welfare per la conciliazione. Ancor più nel meridione appare evidente che tali aspetti non solo sono strumentali per l’effettiva e sostanziale emancipazione sociale e professionale delle donne, ma sono determinanti anche per attivare adeguati meccanismi di crescita e sviluppo, rafforzamento del capitale sociale territoriale, potenziamento della dimensione organizzativa e normativa delle comunità.
La formazione, in tal senso, vista in un’accezione più ampia, come duale operare di azioni positive e interventi di politica attiva, rappresenta una indubbia opportunità, ancora più importante, se si considera la riduzione delle risorse finanziarie in un territorio che già esprime ritardi cronici e strutturali.
Tali criticità, se non contrastate con una logica strategica, rivolta a sedimentare prassi e politiche concretamente influenti sulle istanze di genere, potrebbero determinare ulteriore marginalizzazione sociale e professionale, che ricadrebbe non solo sulla componente femminile, ma sull’intero territorio, non in grado di mobilitare competenze, esperienze, abilità e capitale umano.
I dati sull’occupazione femminile in Italia, come noto, mostrano forti differenze territoriali, con una media nazionale del 47%3 (dati 2008) che non esprime la sintesi di sistema, avendo un meridione che patisce un tasso del 31% (solo tre donne su 10 lavorano al Sud) a fronte del 57% del Nord (con punte territoriali anche prossime ai traguardi di Lisbona 2010). Le diverse analisi disponibili segnalano, oltre allo stagnare dei flussi occupazionali, il deteriorarsi delle dinamiche di attivazione femminile. La componente femminile si muove tra irregolarità occupazionale ed abbandono della ricerca di lavoro, peggiorando in tal senso la dimensione delle criticità espresse dai tassi di occupazione.
Il tema dell’inattività si collega al livello di istruzione ed al contesto territoriale di appartenenza. Recenti analisi (4) indicano che a livelli di istruzione più elevati corrispondono livelli più bassi di inattività. In tal senso, è possibile riaffermare la centralità di politiche che integrino servizi per il lavoro e per la conciliazione, politiche di tempi e politiche formative in grado di rafforzare le opportunità e stimolare l’attivazione.
Quali, allora, i possibili indirizzi operativi e politici da indicare per conferire maggiore efficacia e rilevanza alle politiche formative nel mezzogiorno?
In primo luogo, migliorare la governance dei sistemi formativi, per rafforzare la dimensione di genere sia nella formazione della domanda che nello sviluppo dell’offerta formativa.
In secondo luogo, potenziare la contrattazione di II livello, con riferimento alle politiche attive del lavoro ed al welfare di attivazione, per sviluppare azioni e dispositivi di tutela e promozione delle istanze di conciliazione e partecipazione femminile.
Inoltre, promuovere la maggiore formazione specialistica e la consapevolezza tecnica di genere – oltre che sociale – di referenti istituzionali, operatori della formazione, decisori politici e responsabili dell’attuazione dei piani formativi locali. In tal modo, tutti gli attori del sistema formativo – delle politiche e dei programmi, dei servizi per il lavoro, dell’analisi della domanda e della progettazione dell’offerta – potrebbero esprimere una più sensibile proiezione del fabbisogno non solo occupazionale ma anche sociale e di cittadinanza attiva, con probabili effetti moltiplicatori sulle dinamiche di crescita, qualità e sviluppo locale.
Tali aspetti – semplici spunti di analisi – non esauriscono la riflessione ma la indirizzano verso percorsi di coerenza e rilevanza, che potrebbero, se opportunamente presenti ai tavoli di programmazione, sostenere il perseguimento di risultati concreti in termini di partecipazione femminile ai processi formativi, sostenibilità occupazionale delle qualificazioni raggiunte, sussidiarietà sociale delle azioni di conciliazione, attrattività sociale delle comunità regionali.
In conclusione, la promozione di una rinnovata concertazione e contrattazione di genere all’interno delle politiche formative può e deve rappresentare l’occasione per allargare il perimetro delle opportunità per le donne e di riduzione degli effetti critici strutturali di segregazione e discriminazione.
(1) Key data on education 2009 pag. 250 – Eurydice Eurostat - ISSN 1725 -1621
(2) Relazione congiunta 2010 del Consiglio e della Commissione sull'attuazione del programma di lavoro "Istruzione e formazione 2010" – CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA Bruxelles 18.01.10 5394/10
(4) Donne in bilico tra famiglia e lavoro - http://www.isfol.it/DocEditor/test/File/CS_Madri_Lavoratrici2010.doc