La casa Rut

Tratto dal libro di Pasquale Iorio "Il Sud che resiste" - Edizioni Ediesse
La Comunità Rut delle suore orsoline è presente nel territorio casertano dal 1995 con il Centro Casa Rut, con uno spazio di prima e seconda accoglienza per donne migranti, sole o con figli piccoli, in condizioni di difficoltà e/o sfruttamento. Il servizio di accoglienza va oltre il mero assistenzialismo attraverso percorsi personalizzati di tutela e accompagnamento, anche con un costante lavoro di rete con le istituzioni ed altre realtà associative del territorio, con l’obiettivo di portare le donne all’autonomia personale ed alla loro integrazione.

Le varie azioni messe in campo in questi anni – percorso sanitario, percorso di regolarizzazione, accompagnamento nell’iter giudiziario in caso di denuncia contro gli sfruttatori, sostegno all’apprendimento della lingua italiana, attività di formazione professionale e altre, hanno un duplice obiettivo, umano e sociale: far riscoprire alle donne il senso della propria dignità e favorire la loro integrazione nel nostro Paese.

Ad oggi sono più di 270 le giovani donne accolte ed assistite a Casa Rut, tra cui nove minorenni, e tanti sono i bambini che hanno potuto sorridere alla vita grazie a questo luogo di speranza. Molte di queste ragazze, sempre con l’accompagnamento delle suore, hanno trovato un inserimento lavorativo in città del Nord Italia (in molti casi hanno anche trovato un compagno e dato vita ad una nuova famiglia). Per 35 di loro, abbiamo sostenuto dei progetti di rientro in patria (molti dei quali realizzati con il supporto dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni).

Nel 2003 la comunità, spinta dalla intraprendenza di alcune donne in accoglienza, ha dato vita ad un laboratorio di sartoria etnica per attività di formazione e di addestramento professionale. Nel maggio 2004 è poi sorta la Cooperativa sociale “neWhope” – nuova speranza – la quale oggi, grazie al supporto logistico offerto dalla curia di Caserta, rafforza gli obiettivi di speranza con percorsi di formazione ed inserimento lavorativo. Nella sede del laboratorio, diretto da una giovane mamma rumena, le giovani confezionano manufatti: borse, zaini, porta cartelle e penne, copri cuscini e tavoli con l’esclusivo utilizzo di stoffe provenienti dall’Africa. Questi prodotti originali si prestano bene a diventare le “bomboniere della speranza” per feste e cerimonie di vario tipo (matrimoni, battesimi, comunioni, lauree, ecc.).

In una intervista rilasciata al quotidiano Buongiorno Caserta, Suor Rita Giarretta (responsabile e principale animatrice della Cassa Rut) ha raccontato il clima che si respirava nei mesi scorsi sulla costiera domitiana.

Prima la strage di San Gennaro, poi lo sgombero dell’American Palace, ed ora l’attacco al cuore del centro di prima accoglienza “Fernandes”. Nell’autunno 2008 i venti della intolleranza soffiano forte a Castel Volturno, spezzano vite, spazzano via speranze: una tempesta di odio e xenofobia che la scuote nel profondo. Lei è qui da anni, giunta a Caserta da Quinto Vicentino, insieme ad altre cinque sorelle orsoline, con un unico obiettivo: spezzare le catene dello sfruttamento e liberare donne nigeriane, albanesi, rumene dal giogo della sopraffazione. Una vita dalla parte ed al fianco degli ultimi a contatto, ogni giorno, con la sofferenza e l’abbandono. Da anni a combattere contro i mercanti di vite umane, gli sfruttatori, ma anche la burocrazia che, in silenzio e senza clamore,uccide: ed ora, mai come ora, Suor Rita si sente sola.

"Quello che è avvenuto nel nostro territorio, in particolare a Castel Volturno, la mattanza di cittadini italiani e stranieri per mano della camorra ci ha addolorate e scosse profondamente - si legge in una missiva sottoscritta dalla responsabile di Cara Rut ed indirizzata soprattutto agli amministratori di Terra di Lavoro - ma quello che sta avvenendo fa crescere in me un incontenibile sussulto di dolore e di indignazione".

Suor Rita non lascia spazio a dubbi di sorta: "Si resta senza parole di fronte a proposte e ad azioni politiche messe conseguentemente in campo quali la richiesta indecente, fatta da alcuni esponenti politici della zona, di chiudere il Centro Fernandes gestito dalla Caritas Diocesana di Capua e l’azione repressiva voluta e concordata, a dire del primo cittadino, con il Ministro dell’Interno che ha portato, dopo un blitz, all’alba delle Forze dell’Ordine, allo sgombero e all’inagibilità dell’American Palace con la conseguente deportazione di un numero consistente di cittadini migranti". La chiama così, suor Rita: "deportazione”. Un termine che racchiude in sé tutti gli orrori del novecento, diventato drammaticamente attuale negli ultimi giorni.

"Non importa - scrive suor Rita nella sua lettera appello - se c’erano donne e bambini, non importa se c’erano tanti poveri lavoratori a giornata, sottopagati e sfruttati, non importa se c’erano solo persone che hanno avuto l’unica sfortuna di nascere al di là del mare, in una terra ricca ma che non riesce ad essere madre per i suoi tanti figli perché impoverita e devastata da noi occidentali perchè abbiamo bisogno di conservare i nostri tanti privilegi".

"Tali azioni mi indignano e mi inquietano" - continua suor Rita. Al punto tale che "sorella Speranza" si pone un inquietante interrogativo: "Ma noi possiamo ancora dirci cristiani? Quale progetto culturale sta abitando i nostri comportamenti, le nostre scelte e le nostre azioni? Quale futuro per il nostro Paese?".Suor Rita, ed insieme a lei le sorelle orsoline e i volontari che ogni giorno affollano Casa Rut, non accetta etichette, né tanto meno quella di idealista: "Ma nessuno ci può rubare il diritto di sognare". E lei sogna "che un giorno bianchi e neri, italiani e stranieri, ricchi e poveri imparino a sedersi attorno all’unica mensa, a guardarsi in volto e a condividere insieme il pane della vita". E poi, nella sua lettera rivolta soprattutto alla politica che in questi giorni ha dato il peggio di se in più di una circostanza, suor Rita lascia ancora spazio alla speranza: "Non sono di parte,ma nessuno mi può impedire di scegliere e di impegnarmi caparbiamente ogni giorno, insieme a tanti altri, di stare dalla parte delle scelte fatte da Cristo. Non sono una che vive fuori dalla realtà, fuori dalla storia; so cosa significa sporcarsi le mani per diventare compagna di tante persone, di tante donne, violate nella loro dignità e costruire con loro percorsi di liberazione e di vero riscatto; so cosa vuol dire abitare il territorio e sentire e accogliere il peso che sta diventando dramma per tanti anziani, per tante famiglie, per tanti giovani tutti resi più poveri e insicuri da questa crisi che sta attanagliando anche il nostro Paese".

Il vero nemico da combattere non è l’immigrato ma un sistema perverso che ha legalizzato le tante e dilaganti forme di ingiustizia, di prepotenza, di corruzione e di egoismo nel nostro Paese che sta producendo, inesorabilmente, sempre più poveri, sempre più “Lazzari” a mendicare. "E dall’altro versante un accumulo sfacciato di ricchezza e di beni in mano a pochi, che sono sempre troppi". Dentro questa logica perversa - secondo suor Rita Giarretta – c’è il tradimento del Vangelo e della vita: “sono venuto perché tutti abbiano vita e questa in abbondanza” (Gv 10,10).

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