La costruzione di grandi aggregazioni per lo sviluppo e la competitività territoriale: il caso del Veneto

Incontro Internazionale di Studi AISLo 2009 "Città e futuro"
Napoli, Giovedì 11 dicembre - Città della Scienza

Lectio Magistralis di Stefano Micelli
Professore Università degli Studi di Venezia "Cà Foscari"

Il tema sul quale sono stato chiamato a riflettere è un tema che mi ha coinvolto molto negli ultimi anni ed è un tema che non si addice completamente ad un economista di impresa come me. Ci sono mestieri che si confrontano con il tema della città probabilmente in maniera più interessante e forse anche più rigorosa di quanto lo possano fare le materie economiche. Ci sono architetti ed urbanisti che ne sanno molto di città. Sociologi e scienziati politici hanno, anche loro, molto da dire a riguardo. Io credo che oggi parlare di città dal punto di vista di un economista sia comunque un’operazione importante perché negli ultimi dieci anni si è rafforzato il legame profondo tra città e sviluppo economico. Questo legame non era così chiaro fino a pochi anno fa. Lo è diventato in questi anni.

Oggi il nesso tra competitività e assetto territoriale, in particolare in chiave metropolitana, è diventato uno snodo essenziale. Ed è per questo che oggi è interessante ragionare con degli economisti su che cos’è una città e su cos’è una metropoli.

Ci sono molti autori negli Stati Uniti che si sono confrontati con questi temi di ricerca, ce ne sono molti in Asia, in particolare sul tema della città e dello sviluppo sostenibile. Devo dire che tra i lavori che ho seguito con maggiore interesse, prima come studioso, poi come diretto protagonista, c’è anche l’Ocse. L’Ocse ha uno straordinario data base costruito, negli ultimi anni, sul tema delle città in rapporto tra città e sviluppo economico.

Questo database si è completato con una città che è la città metropolitana di Venezia, che non è una città metropolitana in senso stretto. Il Comune di Venezia non ha i parametri oggettivi per rappresentare una metropoli nel data base dell’Ocse. Lo diventa se riusciamo e vogliamo considerare Venezia come il nome collettivo per leggere una realtà importante quale l’area metropolitana del Veneto Centrale, cioè l’insieme delle tre province di Venezia, Padova e Treviso che oggi rappresenta un’agglomerazione urbana di due milioni e seicento mila abitanti. E’ questo lo studio cui io stesso ho contribuito come responsabile del local team per l’Ocse. Credo che il percorso e i risultati che sono stati promossi in collaborazione con le tre province in questi ultimi mesi siano interessanti.

Prima di me, Luca Meldolesi parlava del Sud dell’Italia per ragionare sull’Italia in generale. Credo che si possa fare più o meno la stessa operazione guardando l’area centrale del Veneto perché molte delle caratteristiche di quest’area rappresentano in realtà caratteristiche più generali di quel modello industriale di Terza Italia che ha segnato lo sviluppo economico di questo paese negli ultimi venti anni. Guardare a questa agglomerazione, in realtà, insegna delle cose sull’Italia in generale; non solo da un punto di vista strettamente economico, ma anche da un punto di vista di strutturazione del dibattito politico. E proprio su questo punto vorrei chiudere la relazione di oggi, dando voi un quadro di quello che è, a mio avviso, il dibattito politico emergente, molto poco rappresentato sui media nazionali, ma in realtà strutturato oggi in modo molto chiaro in una determinata area del paese, con implicazioni di tipo nazionale.

In estrema sintesi, i punti che vorrei toccare con voi sono tre.

Prima di tutto, vorrei provare con voi a ricostruire molto velocemente il tema della città in una grande fase di sviluppo del nostro paese, lo sviluppo che ha segnato in particolare la Terza Italia, quell’Italia dei distretti industriali, delle piccole imprese, delle reti territoriali che ha consentito al nostro paese negli ultimi venti, venticinque anni di rimanere competitivo a livello internazionale e che nell’ultimo decennio ha profondamente sofferto di competitività attraversando una fase evolutiva molto impegnativa.

In seconda battuta, vorrei mettere in evidenza come questo deficit di competitività sia legato alla mancanza, nel nostro territorio, di forme di governance che abbiano le caratteristiche tipiche di quelle città e di quelle aree metropolitane che l’Ocse e molti studiosi a livello internazionale hanno messo a fuoco come spazi della crescita della competitività a livello internazionale.

Vorrei, infine, chiudere questa presentazione di oggi segnalandovi come il dibattito politico, in particolare in alcune aree del nord Italia, rifletta in modo più o meno consapevole le diverse opzioni di politica territoriale che emergono dalla trasformazione urbana così come oggi la stiamo vivendo.

Parto affrontando il tema dello sviluppo economico della Terza Italia.

Questa alle mie spalle è una delle più recenti rappresentazioni grafiche della mappatura dei distretti italiani, così come proposta dall’ultimo Rapporto della Fiera di Milano. La utilizzo per riprendere il concetto di triangolo industriale che un tempo caratterizzava il territorio fra Milano, Venezia, Bologna e che poi lentamente si è espanso. Da Milano ha raggiunto Udine, Manzano, al confine con l’ex Iugoslavia, fino giù ad Ancona nelle Marche. In realtà, coinvolgendo buona parte del centro e se noi fossimo un pò più attenti, anche alcune importanti realtà del sud.

E’ un modello industriale questo che ha rappresentato uno spostamento di baricentro dall’altro triangolo industriale che invece aveva a che fare con tre grandi metropoli in senso classico: Milano, Torino e Genova. Queste ultime sono state le metropoli organizzate in senso radiale, metropoli caratterizzate da una popolazione socialmente stratificata, in cui classi sociali molto facilmente riconoscibili abitavano e vivevano la città in modo chiaramente distinto da altre classi sociali, da altre elite, che invece ne vivevano il centro e diventavano i punti di riferimento delle classi dirigenti.

Lo spostamento di baricentro da quest’asse nord-ovest ad un’asse nord-est ha rappresentato la fine della città gerarchica, così come l’abbiamo conosciuta in passato, e invece il proliferare dei territori, di aree senza una caratterizzazione metropolitana in senso stretto. Qui avete difficoltà a trovare città sopra al milione di abitanti, avete enormi difficoltà a trovare città sopra al mezzo milione di abitanti, in particolare, nel nord-est che è l’area, se voi andate a vedere, più densamente caratterizzata dal modello distrettuale.

Questa è una mappatura semi ufficiale, in particolare, dell’area nordestina, questa è proprio la Terza Italia. Ma come vedete, in Veneto, questa densità di agglomerazioni industriali informali ha raggiunto soglie particolarmente elevate. Segnala che oggi, se voi andate sul sito distrettidelveneto.it, ne trovate 36-37 censiti, più alcuni categorizzati come meta distretti. Siamo in una realtà in cui il governo locale riconosce, in forza della delega al Titolo V, quasi una cinquantina di sistemi distrettuali riconosciuti e finanziati a livello regionale. E credetemi non si tratta di un’operazione nominalistica, anzi; si tratta di un’operazione fortemente partecipata dal mondo economico.

Che ruolo ha avuto la città nello sviluppo economico di questo modello che è stato un modello particolarmente vivace?

Un ruolo assolutamente marginale. Non è un luogo comune; quando parliamo di policentrismo veneto, parliamo di aree che non hanno vissuto un chiaro radicamento nei tradizionali centri storici. Montebelluna, la capitale dello scarpone, della scarpa sportiva in generale è cresciuta più di Treviso. La riviera del Brenta è cresciuta più di Venezia in termini di crescita economica ed industriale. Stesse considerazioni valgono per Padova l’unico municipio dell’area ad avere caratteristiche tipiche della grande città, in termini di aggregazione di banche e di servizi terziari.

Questo policentrismo è caratterizzato da una fortissima presenza di imprenditorialità artigianale. Noi non abbiamo in quest’area imprenditori che nascono dal mondo universitario, non abbiamo imprenditori che hanno fatto carriere formative particolarmente brillanti. Io ricordo molto bene, al mio primo anno di università, la testimonianza di uno degli imprenditori che allora stava emergendo, Giuseppe Stefanel. Stefanel venne a parlare di economia aziendale e ci disse “sono contento di parlare in questo corso perché qua io sono stato bocciato più volte”. Ci fu un grande imbarazzo e qualcuno disse “Ma perché ci sta ringraziando?”. “Perché siccome voi mi avete bocciato, io sono dovuto andare da mio padre, mio padre mi ha mandato a lavorare e proprio perché mi sono messo a lavorare subito, ho costruito questo impero. Quindi grazie, grazie per avermi mandato via. Io ho fatto da me. Adesso però io sono qui ad insegnare ai vostri studenti come si fa”.

Questa assenza di imprenditori con un curriculum “universitario”, in stile Silicon Valley, e questa forte dimensione artigianale continua a far parlare di aree periferiche del Veneto. Queste aree però non sono periferie, ma territori che esprimono una propria progettualità, particolarmente intensa e viva, proprio grazie a questo spirito imprenditoriale.

Non c’è stato un percorso di politica industriale in senso stretto, anzi, questi famosi settori del made in Italy, quindi il tessile-abbigliamento-calzatura, il sistema moda così detto, l’arredo-casa, il sistema del design, il metalmeccanico, l’agroalimentare, cioè le quattro A del made in Italy hanno contravvenuto a tutti i dettami di politica industriale, così come noi li abbiamo conosciuti negli ultimi venti, venticinque anni. Hanno contravvenuto le linee guida di quello che gli anglosassoni chiamano la high road to development. Noi abbiamo saputo innovare in settori maturi, addirittura in settori categorizzati come low tech e su questo siamo riusciti, anche senza in assenza di un progetto, a mettere in moto dinamiche economiche onestamente sorprendenti.

L’assenza di centri urbani qualificati si è tradotta anche nella difficoltà di avviare un terziario competitivo. Un certo terziario, quello dei servizi reali, si è strutturato soprattutto attorno alle associazioni di categoria e alle camere di commercio, in particolare per quanto riguarda le piccole imprese: Raramente, però, questa crescita del terziario si è tradotta in quelle dinamiche imprenditoriali che hanno invece caratterizzato la manifattura.

Questo modello ha funzionato molto bene senza le città fino ad un certo punto; dopodiché le cose sono cambiate. Negli anni ottanta e novanta, abbiamo conosciuto prima una fase di grande sviluppo, fino all’ultima grande svalutazione competitiva della lira che è del novantadue. Dal 2000 tutto cambia. Come vedete nel grafico tutta la Terza Italia, in particolar modo il Veneto, dal duemila in poi, soffre drammaticamente. I tassi di crescita si riducono; si apre uno scarto rispetto alle più vivaci aree territoriali europee ed internazionali. Molti osservatori cominciano a parlare di declino industriale. Stando ai numeri, in particolare tra il 2000 e il 2004, questa previsione aveva una sua ragion d’essere.

I motivi di questo cambiamento strutturale 2000 sono stati abbondantemente ricostruiti dalla letteratura economica. Un primo shock è legato all’introduzione dell’euro e quindi alla fine delle svalutazioni competitive che consentivano di recuperare competitività attraverso un deprezzamento della divisa. Un secondo shock è stato determinato dall’apertura ai mercati asiatici che noi abbiamo pagato drammaticamente: essendo l’Italia fortemente concentrata su settori low tech, abbiamo subito la concorrenza asiatica molto di più della Germania, della Francia anche perché noi non avevamo, come i tedeschi ed i francesi, treni o centrali nucleari da vendere in contropartita della mancata vendita di scarpe e vestiti. Il terzo elemento che ha segnato la trasformazione del nostro mondo è stata l’introduzione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che l’Italia ha sempre fatto difficoltà a fare proprie, ma che, in particolare in questo momento di crescita, aveva avuto pochissima visibilità e bassissimi tassi di diffusione.

A causa di questi shock noi abbiamo vissuto tra il 2001 e il 2004 una crisi per molti aspetti molto più dura e dolorosa di quello che stiamo vivendo adesso. Oggi si tratta di una crisi finanziaria, quella fu una crisi industriale in senso stretto, in cui le aziende non sapevano più cosa fare quando si alzano la mattina.

Questi shock sono stati simultaneamente digeriti non senza fatica dal nostro sistema industriale. A dieci anni di distanza, tuttavia, vediamo non si è trattato di declino, ma di una difficile evoluzione. Qualcosa è successo. Questo qualcosa lo possiamo sintetizzare molto rapidamente. Abbiamo visto emergere una nuova generazione di medie aziende industriali che non sono né grandi multinazionali né piccole imprese, che hanno fatto da leader sul territorio. Mediobanca e Unioncamere ne contano più di quattromila. Alcune di queste sono molto note, come Geox: hanno delle caratteristiche proprie specifiche legate soprattutto al modo in cui organizzano le reti di fornitura sul territorio e fuori di confini locali. Questi grandi marchi sono in realtà i nuovi organizzatori dei sistemi locali.

L’internazionalizzazione è l’altro grande fatto che caratterizza la nostra economia, ma adesso andiamo al tema che ci interessa di più che poi è quello del territorio e della città. Internazionalizzazione non significa soprattutto delocalizzazione. Avevamo fatto sempre internazionalizzazione commerciale, cosa scopriamo, che si può fare made in Italy de localizzando. Questa scoperta ha decisamente avvantaggiato una serie di imprese, che sono poi quelle medie imprese che citavo prima che hanno potuto internazionalizzarsi: prima in Est Europa, Bulgaria, Romania ed Ucraina; poi dal 2001 in Cina, Vietnam, Sry Lanka.

L’altro tema, e qui chiudo la parte strettamente economica, è il tema legato alla presenza sociale di un possibile rinnovamento di quella capitale umano che poi ha costituito l’infrastruttura su cui si è sviluppata la Terza Italia. Qui potrei portare le statistiche di tutta l’Italia, ma il Nord-Est da questo punto di vista è incredibile. Dal 1997 al 2007 siamo passati da una presenza molto sparuta, l’1%, l’1,5% di extra comunitari riconosciuti al 9%, 10%. In dieci anni abbiamo fatto più del percorso che la Francia ha fatto in decenni. Senza banlieux incediate, per ora, senza problemi sociali gravi come quelli che troviamo in altri paesi; con un sistema scolastico che in altri paesi non avrebbe retto alla sfida. I numeri che noi vediamo parlano di un capitale sociale, usando la terminologia degli economisti che trent’anni fa hanno per primi descritto i distretti industriali, che non è più quello a cui abbiamo attinto per generare imprenditorialità, crescita economica così come l’abbiamo conosciuta in passato.

Questo nuovo modello industriale basato storicamente sulla ricerca, sul design, sulla comunicazione, sulla capacità di utilizzare reti per delocalizzare la produzione può ancora far leva sulle forze della tradizione? No, questo va detto subito.

Se voi interpellate queste aziende vi dicono di no. La competitività di queste imprese si basa oggi su saperi, conoscenze, abilità, pratiche che sono il portato delle comunità della tradizione. Le comunità locali sono ottimi contenitori per ospitare i processi di produzione, in particolare la produzione manifatturiera artigianale. Oggi questa competenza manifatturiera non basta più. Le nuove imprese hanno bisogno di know how e di competenze che tradizionalmente si sviluppano nelle metropoli ovvero in luoghi ad alta concentrazione di capitale cognitivo, in luoghi che hanno anche conflittualità e diversità. Soprattutto in luoghi che hanno numeri diversi da quelli che noi abbiamo tradizionalmente conosciuto nell’area del Nordest: una città come Padova ha trecentomila abitanti, Venezia ne ha trecentomila, Treviso ne ha centomila, le rispettive province ne hanno ottocentomila abitanti. Quando voi andate in Cina, questi numeri fanno letteralmente sorridere i vostri interlocutori.

Cosa ha fatto il Veneto per pensarsi diversamente anche da un punto di vista spaziale? Ha messo in piedi rappresentazioni come questa, l’immagine di un Veneto che s’immagina di metropoli regionale. Se parlate oggi con gli amministratori della regione, sentirete la descrizione di una città che ha la forma della regione. E questa potrebbe essere una rappresentazione grafica, tipo subway.

Oltre all’immaginario ci sono i numeri. Le statistiche sono tante e non tutte confermano la forza di questa area. Voglio farmi vedere quelle più problematiche. Qui voi vedete le statistiche sull’educazione terziaria, quindi le persone che hanno una educazione superiore, e vedete come l’area metropolitana di Venezia, che non è, non mi sento di dire, d’ignoranti completi, è nettamente in fondo alla classifica del data base Ocse. Questo è un altro parametro che ci riporta al tema competitività e spazio territoriale: qui vedete i brevetti per milioni di abitanti, anche in questo caso esistono aree metropolitano particolarmente attrezzate per svolgere quel ruolo di sostegno, di supporto alle aziende che prima abbiamo messo in evidenza. In questo caso, di nuovo, vedete come l’area in particolare di Venezia è indietro, sono indietro anche Torino e Milano; indietro, fuori da questa graduatoria, c’ è Napoli.

Dico questo perché non è un’operazione di cosmesi che ci fa arrivare rapidamente all’obiettivo che avevamo in mente. Certo, almeno una rappresentazione grafica aiuta, anche se non basta.

Proprio in questo percorso, che poi è coinciso nel mio caso con la redazione della territorial review dell’Ocse, ho imparato che esiste una dialettica molto più impegnativa e anche più complicata fra quello che chiamerei un partito dei municipi e un partito della metropoli. Difficile etichettare politicamente l’uno e l’altro: sarebbe semplicistico dire che uno è il partito dei progressisti e l’altro è il partito dei conservatori. In realtà, questa realtà non è facilmente categorizzabile. In estrema sintesi, sono quattro le parole su cui ci si scontra.

La prima di queste parole è gerarchia.

Oggi la nostra politica non ha strutture gerarchiche per ordinare il rapporto spaziale tra il centro e la periferia in territori come quello che io vi ho descritto.

Ci sono delle leggi che parlano di area metropolitana; nel caso di Venezia c’è l’inserimento della città all’interno del novero delle città che potrebbero diventare aree metropolitane a partire dalla provincia. E in realtà, questo processo stenta enormemente nel nostro paese e a Venezia ancora di più. Dobbiamo essere tutti a favore della concentrazione? C’è un partito dei municipi che dice “io ho pieno diritto ad autogovernarmi, ho autogovernato il mio territorio in maniera molto efficace nel corso degli ultimi anni e lo continuo a fare in maniera assolutamente positiva. Non volete mica - dicono alcuni - che mi metta al carro di comuni che non hanno mai saputo prendere le giuste decisioni?”

Vogliamo fare una metropoli? I sistemi dei trasporti locali deve essere unificati e concentrati. I sistemi di gestione delle acque, i sistemi dei rifiuti, il sistema delle università va concentrato. Provate a chiedere ai diretti interessati. Troverete molte persone che dicono: “a questo progetto noi non aderiamo”.

Hanno torto? Ci sono, per esempio, delle specificità in una scuola come lo IUAV, che è una scuola di architettura famosa e prestigiosa, che potrebbe ad un certo momento dichiarare di non essere più una università in senso stretto, ma un liberal art college, una scuola professionale di altissimo livello. Questo significherebbe salvaguardare le specificità caso per caso, immaginando strategie molto complicate. La concentrazione non è una via scontata.

La seconda parola chiava è verticalità. Le metropoli sono spazi verticali. Uno va a Shangai e non c’è dubbio su cos’è la metropoli. Ci sono palazzi da decine di piani che circondano questa incredibile autostrada che collega l’aeroporto con People Square. Non c’è dubbio che la metropoli è verticale. E’ verticale, è neon, è colore. Quando ci si affaccia dal Bund e si vedono questi giganteschi schermi televisivi fatti di palazzi e illuminazione non si hanno dubbi; si è in una metropoli. Avete dei dubbi se vedete case di due, o di tre piani, come nel nostro mondo. A Shanghai no.

Però, guardate che il partito del verticale è un partito in grande affanno in Italia perché un partito che è immediatamente associato ad una serie di orrende speculazioni immobiliari che hanno segnato in maniera gravissima il nostro territorio.

L’ultimo punto, e poi concludo, ha a che fare con il tema, che poi mi sta molto a cuore, del cosmopolitismo.

Io vengo da una città, Venezia, che è storicamente cosmopolita.

Il cosmopolitismo è l’essenza della metropoli. Nelle scuole di New York gli assistenti sociali ci dicono che si parlano oltre 100 lingue e ci sono assistenti sociali per oltre 100 lingue.

Alcuni mesi fa quando c’è stata la chiusura del passante, che è una delle grandi infrastrutture delle metropoli del Veneto, il Governatore Galà ha detto “Io sono molto fiero di queste maestranze” e ha indicato una foto in cui c’erano tante persone, brasiliani, sudafricani, marocchini, ecc. con grande esperienza in queste cose che erano venuti da tutto il mondo per costruire questa strada che è stata fatta in quattro anni. Queste maestranze hanno fatto alcuni passaggi molto interessanti sotto terra che hanno rappresentato delle grande sfide di ingegneria civile. Il giorno della presentazione del cantiere e della chiusura di questo grande opera, il governatore ha detto “Questo è il Veneto che mi piace” e ha fatto vedere un mondo assolutamente cosmopolita, perché questo mondo ha costruito una infrastruttura per un altro mondo cosmopolita, che è il Veneto che ha in mente lui.

Non è l’unica visione del Veneto. C’è un’altra visione che dice che dietro questo cosmopolitismo ci sono dei prezzi da pagare; ad esempio, un aumento della criminalità, un problema di deterioramento dei servizi sociali, un problema di deterioramento della qualità dei servizi scolastici.

Queste sono cose che non si possono non notare e non possono essere sottratte alla opinione pubblica. E anche in questo caso ho imparato che esiste un partito dei municipi che non ha tutti i torti nel difendere a ragioni costitutive del benessere locale che hanno rappresentato la forza del nostro territorio negli ultimi trent’anni.

Come avrete notato, non ho parlato di uno schema a destra e a sinistra tradizionale; non vi ho detto che da una parte c’era un partito e dall’altro un altro, ma vi ho parlato dello stesso schieramento che attualmente governa la mia regione. Vi lascio con questa considerazione perché credo che queste differenze fra un modello di città inteso più in senso municipale e un altro in senso più metropolitano, convivano oggi in quella grande coalizione che definisce la governance in senso lato della regione in cui vivo.

Chiudo dicendo che sono convinto che su questi temi ne continueremo a parlare per molto tempo. Gran parte del futuro del nostro paese è legato a queste tematiche.

Mi dispiace che in Italia questi ragionamenti non vengano fatti in maniera più sofisticata di quello che è lecito leggere sulla stampa locale e nazionale. E per questo volevo ringraziare AISLo perché oggi riuscire a promuovere ragionamenti di questo tipo, anche se molto nordestini adesso, ma mi auguro più generali in futuro, rappresenta per me una bella occasione per condividere con voi questo tipo di percorso intellettuale che mi sembra assolutamente attuale ed importante.

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