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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
La stampa italiana è in libertà vigilata
di
Vito Faenza
, giornalista
E’ un tema difficile da trattare perché i giornali, per deontologia professionale dovrebbero essere tutti, senza “se” e senza “ma”, per la legalità, contro il malaffare, contro le organizzazioni criminali, purtroppo questo oggi non avviene per moltissime cause e la informazione per la legalità è lasciata all’arbitrio, non sempre libero, del giornalista, del direttore, del caporedattore, e in casi sempre più ampi anche dell’editore, che in un periodo di grave crisi ha sempre più voce in capitolo.
L’informazione corretta poi va a carte quarant’otto quando l’editore è anche un politico o legato ad ambienti politici.
Ed ecco perché oggi la credibilità è scesa ai minimi storici, senza che nessuno ponga un freno. E il peggio avviene quando si cerca di far passare la vittima per carnefice, il giudice solo per un inquisitore e gli italiani per una massa di creduloni e ignoranti. E’ accaduto con don Peppe Diana, è accaduto mille folte in passato: quando venne ucciso Giancarlo Siani prima si cercò di infangare la vittima, ma dopo aver notato che questo era impossibile, cominciarono i depistagli, fino ad arrivare ad una falsa pista poi smentita dai fatti.
La legalità è un dovere, solo in un paese malato si devono fare lezioni per la legalità, iniziative per la legalità, chiedersi se esiste una legalità nell’informazione. Non è tutta colpa dei giornalisti, degli editori, ma del fatto che negli ultimi tempi non conta nulla se non è un “boatos”, che le storie mandate in onda dalla televisione vengono riproposte dai giornali, con l’aggravante che spesso tutto questo è orientato politicamente per far avere vantaggi a questa o quella parte politica. E si instaurano complessi fenomeni mediatici dei quali ci si dovrebbe chiedere il percome e il perché. Ricordate il processo televisivo per il delitto di Cogne, o per Garlasco, o, ancora, per quello di Perugia. Per arrivare alla vicenda di Eulana, che invece di rimanere un fatto privato è diventato un fatto talmente pubblico da disturbare gran parte della comunicazione.
Nessuno, proprio nessuno ha sollevato, ad esempio, un aspetto legale per la ragazza in coma da 17 anni. Ammesso che invece di un incidente stradale, Eluana fosse stata vittima di un episodio criminoso il colpevole di cosa avrebbe risposto? Di lesioni o tentato omicidio? Oppure quasi nessuno ha ricordato che un caso simile negli Stati Uniti ha visto un contrasto enorme fra presidenza degli Usa e organismi elettivi, ma la decisione della Corte suprema è stata contraria ai voleri di Bush, solo che George W. Non ha sollevato alcun conflitto e ha accettato la decisione.
Legalità significa rispettare il diritto, le leggi, significa anche fornire gli strumenti alle persone per capire. Questo non accade (più), perché oggi il mondo che si è profondamente modificato nel nostro paese va più verso il “grande fratello” di 1994 di Wells che per la democrazia perfetta e senza violenze di “Sole nudo” di Isamov.
La scomparsa dei partiti di massa, ma anche di quel quadro intermedio della politica costituito dai partiti dell’uno, due per cento, con relativo bagaglio di quotidiani di partito impediva ai cosiddetti quotidiani indipendenti di comportarsi come si comportano. Sono trascorsi più di 50 anni dal cosi detto “Caso Montesi”, da quello “Piccioni”, o da uno scandalo recente come quello di “Antilope Cobler” per le tangenti pagate per le forniture militari. Oggi i giornali sono omogeneizzati, tutti uguali, con una differenza tra quelli nazionali e di grande tradizione e quelli locali, sovente insaccati di notizie, purtroppo spesso anche inventate, che scimmiottano i grandi senza peraltro riuscirvi.
A rendere ancora più carente l’informazione, la precarietà che si vive in alcuni quotidiani dove un redattore è pagato meno della elemosina che raccoglie un rom in una settimana o di quello che un idraulico guadagna in una giornata. Un problema sollevato da più parti, ma senza soluzione, perché anche gli stessi organismi di controllo dell’ordine e della federazione della stampa su certi giornali “preferiscono non mettere piede”. Così ci si può permettere di tutto, anche infangare la memoria di un sacerdote ucciso o dimenticare che in parlamento siedono decine di inquisiti (alcuni condannati in via definitiva). Troppo scomodo e pericoloso scrivere la verità: si rischia il licenziamento.
Così quando due ministri designati da Obama hanno dovuto rassegnare le dimissioni per problemi fiscali, i giornali hanno titolato sulla difficoltà del neo presidente dimenticando che Uno non ha accettato perché è in vertenza con il fisco, la seconda per non aver versato i contributi alla propria colf. Sia nel primo caso, che nel secondo caso non si è arrivati alla fine dei procedimenti, ma siamo all’inizio. Un collega staniero mi ha fatto una battuta che come italiano e giornalista mi ha fatto molto male: “In america se c’è un contenzioso con il fisco, o con la previdenza sociale, si abbandona la carica prima di averla. Da voi se uno si becca una condanna a 5 anni di reclusione per favoreggiamento di alcuni mafiosi, festeggia e viene eletto al senato. Se i suoi parenti hanno parentele con la camorra diventa componente del governo. C’è da scommettere che se si candidasse Setola diventerebbe il vicepremier”.
Battuta caustica che io sintetizzerei: “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Ma i partiti non vogliono perdere nessuna briciola di potere e con la scomparsa dei partiti di massa ognuno va da sé, e c’è una cosa che è il coibente di tutto: l’affarismo.
Sono trascorsi circa quarant’anni dal famoso titolo dell’Espresso: “Capitale infetta, paese marcio”. E sono passati quasi trenta dall’inchiesta di Panorama sulla Dc: “Dio, patria e conto corrente” e solo qualche anno in meno per gli articoli sulla trattativa fra la camorra e le Br per la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo. Per non parlare dei dossier sulla P2, di quelli sul terrorismo internazionale, e così via. Montanelli aggiungeva che un paese ha i politici che si merita e poi chiosava: “anche i giornali che si merita”. Proprio la presenza dei giornali politici liberava in un certo senso i quotidiani cosiddetti indipendenti e chi ha avuto la fortuna, come me, di lavorare contemporaneamente per un quotidiano di partito (l’Unità) e uno indipendente (il Messaggero) sa bene quando l’uno condizionasse, l’altro. E come entrambi condizionassero gli altri quotidiani. Ma erano solo 72 in tutto il paese e si consideravano testate locali giornali quelli che pur diffusi in più di una regione non si trovavano dappertutto (ma non era sempre vero).
Certamente sono stati commessi tanti errori, certamente quel “sordido tintinnio di manette” e i cappi della forca mostrati in parlamento dai leghisti (alcuni oggi sono ministri alleati di quelli che chiamavano “ladroni”), furono in molti casi eccessive, ma oggi si fanno passare per innocenti persone che hanno goduto solo della prescrizione (che sostiene che il reato non è più perseguibile, non che non è stato commesso) in un revisionismo storico che falsa la realtà dei fatti per mettere insieme chi fu alleato in quella bruttissima stagione della storia italiana. I giornali non parlano più delle tangenti pagate per mettere in commercio i farmaci, oppure per fornire sangue infetto a ospedali e cliniche (il processo delle migliaia di vittime dopo 14 anni è appena agli inizi), in cui il malaffare era tanto dilagante che per i mondiali del 1990 a Napoli si spesero 110 miliardi per rifare il look allo stadio San Paolo, molto di più di quanto si sarebbe speso a farlo nuovo.
“La politica costa”, è stata la giustificazione dei politici di allora. E oggi? E’ peggio, si fanno titoli a caratteri cubitali sul figlio del politico inquisto a Milano (notizia vecchia di qualche mese) per nascondere quella di un esponente del partito a cui il quotidiano è legato è finito in una inchiesta della procura di Napoli. E questo alla faccia della deontologia professionale e della libertà di stampa.
La questione morale è durata lo spazio di una elezione (in Abruzzo), il caso di Eluana morirà con le elezioni (in Sardegna). Lo scontro istituzionale riprenderà per le europee e finirà con l’apertura dei seggi.
La stampa italiana è agli arresti domiciliari. Non riesce più a uscire dal proprio guscio, a fornire una informazione puntuale e corretta, invischiata com’è nelle mani di pochi gruppi tutti orientati politicamente. Allora perché il coraggioso tentativo fatto da Paolo Mieli sul Corriere della Sera di prendere posizione per le elezioni politiche non ha avuto alcun seguito neanche da parte dei giornali spudoratamente schierati anche se sotto la testata hanno scritto “quotidiano indipendente”?
Perché è una cosa che solo un popolo maturo, una democrazia matura (e non marcia) possono capire e accettare, come la può capire e accettare una classe politica che non sia quella attuale.
Ma la colpa è anche di chi fa controinformazione. Non è più quella degli anni sessanta, settanta, che andava a scoprire fatti, magagne, documenti e li pubblicava. Oggi quando vedi (molti) elaborati della controinformazione viene in mente la Prava del periodo stalinista o le veline del miniculpop tutte e due orientate a non far capire nulla alla gente. Bollettini di guerra che non c’è, non esiste.
C’è da non raccapezzarsi più, in un mondo che va alla rovescia e nel quale una oligarchia prende decisioni per tutto il paese che non può dire la propria.
Il giorno della elezione di Barak H. Obama molti commentatori, e tra questi Curzio Maltese, hanno detto che cambiava il mondo e il modo di leggere i rapporti tra le persone, tranne che in Italia (aggiungeva maltese). Ed ecco che il presidente Usa autorizza la sperimentazione dell’uso delle staminali per le persone rimaste vittime di incidenti che hanno leso la colonna vertebrale. In Italia la notizia è stata data solo come “autorizzazione alla sperimentazione delle staminali e concessioni di fondi statali alla ricerca”. Anche sulla concessioni di fondi alle organizzazioni per la pianificazioni delle nascite in Africa sono diventate organizzazioni abortiste e naturalmente si è data eco all’opposizione a queste posizioni che all’avallo della nomina di un vescovo tradizionalista da parte di Benedetto XV.
Tanti anni fa i nostri maestri, di qualunque parte politica fossero, ci insegnavano a studiare i casi di cui ci occupavamo, di essere rispettosi delle persone, ma di essere anche oggettivi, di non guardare all’appartenenza ma solo alla verità. Così poteva avvenire che su l’Unità si potesse scrivere, in prima pagina, del comunista (o del pidiessino) inquisito, condannato o assolto, senza che nessuno pensasse a censurare quell’articolo.
Oggi potrebbe avvenire questo?
Assolutamente no.
La legalità così va a farsi benedire. Basta guardare quanti bracci destri della malavita sono stati arrestati in questi anni (stando ai titoli) che tutti i boss dovrebbero avere alle loro dipendenze solo qualche sparuto gruppo di scalmanati. Della condanna, talvolta, si scrive, ma si ignorano i legami con la politica, l’imprenditoria. O meglio si dice che esistono questi legami, che questo rende potenti queste organizzazioni criminali, ma quando poi si trova realmente un legame, un tessuto connettivo chi ci casca sostiene che sono tutte infamie, che non c’è nulla di vero e così via.
La libertà di stampa, l’informazione sono state messe agli arresti domiciliari, ma c’è il serio rischio che da questi si passi all’ergastolo o addirittura alla pena di morte. E questo mentre il mondo corre e noi stiamo fermi.
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