Legalità come fattore di libertà per i cittadini

di Dario Iacobbe, Questore di Ancona
“Il Sud che resiste” costituisce la valorizzazione del lavoro di tante persone, che nel quotidiano, con determinazione ed incisività, si ribellano alla prevaricazione e costruiscono la rinascita di un sud che, specie dalla fine degli anni ’70 all’inizio degli anni ’90, sembrava dover soccombere alla criminalità organizzata e al suo successivo tentativo infiltrarsi nel circuito dell’economia dei colletti bianchi.

In questo ambito accanto alle tante iniziative poste per la rinascita del sud,che può avvenire solo nella legalità, presupposto indispensabile per il progresso economico, sociale e democratico, è necessario scalfire quel mito che tanti ragazzi possono nutrire nei confronti dei “boss”, visti come uomini che comandano, che si fanno rispettare, che si fanno temere, che dispongono di tutto ciò che desiderano, che rischiano sì, che vanno in galera sì, ma hanno il predominio su tutti e su tutto!

Dire che una società non può basarsi su questi disvalori, che la società deve reagire insieme contro il sopruso è giusto, corretto e pacifico, ma penso che dobbiamo fare anche qualcosa di diverso, dobbiamo mostrare la bassezza, la non convenienza dell’essere delinquente, dell’essere camorrista, dobbiamo dimostrare che nulla di positivo una persona può trovare nell’inserirsi nella criminalità!!!

Nella mia attività di dirigente del Commissariato P.S. di Aversa ho avuto modo di entrare nelle abitazioni di malavitosi dell’agro aversano, da Casal di Principe a Villa Literno, da San Marcellino a Casapesenna, San Cipriano eccetera, ebbene in ognuno di queste case la sensazione che mi è rimasta più impressa è l’esposizione di tantissime foto di giovani morti. Tutti uccisi!!! Tra i familiari del soggetto nei cui confronti avveniva la perquisizione, oltre ai tanti ammazzati, chi era in carcere, chi latitante. Vorrei che chi mi ascolta mi dica se auspica per sè una famiglia del genere, che non potrà mai riunirsi insieme come avviene nelle normali case.

Non basta: dalle indagini, dagli appostamenti, dalle intercettazioni, dalle confidenze, dalle verifiche, dagli esami testimoniale, dai verbali dei “pentiti”, da tutte le investigazioni, il quadro che emerge è veramente sconfortante. Il delinquente medio-piccolo è trattato dal boss, come un servo, i toni, le pretese, il mancato rispetto per la sua dignità lo rende un “ridotto in schiavitù”!!! Non ha un orario di lavoro, deve controllare senza sosta che non si verifichino nella zona a lui assegnata fatti che destano sospetto, deve stare attento alla polizia, deve stare attento ai clan avversi, per cui nei migliori dei casi la sua vita si svolge tra un costante pericolo per la sua incolumità con un’alta probabilità di morire ucciso e un’alternanza tra libertà e carcere, una prepotenza nei confronti di altri,ma una sudditanza totale al suo padrone: il tutto per uno stipendio di sicuro non superiore al suo coetaneo che semmai al centro nord fa il meccanico, si appassiona al suo lavoro, che espleta nelle ore prestabilite, trascorre la vita senza il timore di essere ucciso, di essere arrestato, di perdere la sua dignità davanti ad una persona cara! Ebbene c’è qualcuno che ha dubbi su quale vita prediligere???

Quante volte poi questo medio-piccolo delinquente viene tradito dal suo clan, ora con una soffiata, ora dal collaboratore di giustizia di turno, che per proprio tornaconto si pente e lo fa giustamente perché se delinque per il danaro, per il mero aspetto materiale, quando si vede scoperto sceglie la soluzione per sé più conveniente.
Certo si può dire che io sto parlando del gregario, del piccolo-medio delinquente, ma pensate che la situazione sia diversa per il grande boss? Nient’affatto! Per restare il Campania e in particolare nell’agro aversano, prendiamo l’esempio di Francesco Schiavone, il boss, Sandokan, l’indiscusso capo che ha esportato la fama del Clan dei Casalesi.

Francesco Schiavone ha trascorso tantissimi anni in galera, non penso che sia una situazione che qualcuno di voi auspichi per sé. E’ stato latitante per alcuni anni, è stato stanato nel 1998 in un bunker costruito all’interno della sua abitazione, aveva tutto, ma lo spazio non era più di 3x3: penso che nessuno di voi auspichi per sé una tale situazione. Durante la latitanza non è potuto mai uscire di casa e farsi una passeggiata per le strade del suo Paese: penso che nessuno di voi auspichi per sé una cosa del genere. Dal 1998, cioè da 11 anni è in carcere col regime del “41bis”, è forse ancora temuto, ma sfido uno di voi a fare il cambio con la sua situazione!!!

Pensate che la delinquenza sia convenuta a questo soggetto, se la sua attività l’avesse messa a servizio di lavori leciti, pensate come sarebbe stata diversa la sua vita!!!Chissà quanti rimpianti gli affiorano e non può manifestarli!!!
Ho impostato queste considerazioni sulla mera convenienza materiale perché un delinquente non può che basarsi sul guadagno materiale, ho voluto tralasciare i sentimenti, anche se mi rifiuto di pensare che un uomo non abbia mai bisogno di fare affiorare qualche scrupolo!!!

Ai delinquenti non conviene fare questa vita eppure sono riusciti a far precipitare il sud in una condizione di gran lunga peggiore rispetto al centro nord d’Italia!!! Uniamoci a quanti e sono molti che lottano per la rinascita del sud!!! Creiamo le condizioni affinchè anche al sud ci sia libertà, cioè mercato, cioè investimenti, cioè benessere.

Un ultimo concetto è bene evidenziare. A nessuno e dico a nessuno conviene la illegalità. Penso di aver dimostrato che non conviene al delinquente , perché comunque avrebbe avuto una vita migliore, ma talvolta la brava persona è tentata a rivolgersi al criminale o a cedere alle sue richieste, ritenendo che in tal modo possa risolvere più facilmente i suoi problemi. Non è così! Il gioielliere di Napoli o di Palermo che si rivolge alla criminalità per avere protezione, forse paga una cifra non esosa e probabilmente non subisce rapine. Il gioielliere di Milano paga forse la stessa cifra per una vigilanza privata e per le misure di sicurezze passive, sta chiuso nel suo negozio e ciò nonostante subisce forse una rapina.

Ebbene se a prima vista possiamo ritenere che per un calcolo utilitaristico sia migliore la condizione dei gioiellieri di Napoli e di Palermo che pagano il pizzo, dimostro che la di là di tutte le considerazioni morali che possiamo avanzare, comunque il gioielliere di Milano sta in una condizione privilegiata. Il suo collega di Napoli e di Palermo infatti ha finito di essere un commerciante, inteso come imprenditore, cioè non esercita più un’iniziativa privata, perché se volesse allargare il proprio commercio troverebbe probabilmente un divieto da parte della criminalità perchè potrebbe incidere sugli interessi di un altro “Protetto”. Non basta se un delinquente effettua degli acquisti e non paga, il negoziante non può far valere i propri crediti. Non basta se la criminalità gli chiede di acquistare merce rubata o comunque di illecita provenienza il commerciante non si può rifiutare. In tal modo diventa, forse senza inizialmente accorgersene, un complice e comunque un favoreggiatore esterno della criminalità, con le conseguenze giudiziarie che prima o poi lo coinvolgeranno.

Se questo vale per il gioielliere vale anche nel piccolo, per cose più banali che ognuno di noi è tentato di fare. Pensiamo alla locazione di una abitazione senza contratto, al lavoratore in nero. Quante nefaste conseguenze!!!
Al di là di qualsiasi considerazione, la legalità ci rende liberi e non ricattabili!!! Sempre e dovunque!!!
A Pasquale Iorio per il suo prezioso lavoro e a tutti coloro che svolgono un’encomiabile attività a favore del sud per la sua rinascita, perché il sud possa far valere le sue potenzialità tarpate dalla criminalità va il mio grazie!!!


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