Lifelong Learning e Sviluppo Locale: i due fantasmi

Tavola Rotonda "Lifelong Leraning per lo sviluppo locale"
Bologna, 12 Febbraio 2010

Intervento di Stefano Mollica, Presidente AISLo

1.   Serve una nuova concezione di formazione continua, al servizio dello sviluppo

Il cavallo non beve. Perché?
Di formazione continua tutti discettano, in modo colto e in linguaggio politico-tecnico-professionale. La verità è che i dati sono chiari: le imprese che in Europa mandano lavoratori in formazione sono circa il 60%, in Italia il 32%. I lavoratori che in Europa partecipano a corsi di formazione continua sono il 33%, in Italia il 29% (anzi molti di meno perché sono escluse le azienda con meno di 10 dipendenti). Le indicazioni che comunemente si danno per superare questa situazione sono deboli, pannicelli caldi: i) fondi di settore, ii) accordi Fondi/Regioni, iii) accorpamento fondi, iv) detrazioni fiscali, sensibilizzazione imprenditori, ecc. ecc. ecc. Tutti si lamentano che non beve ma nessuno è convinto che, allo stato, la situazione possa essere diversa. La mia ipotesi è che sia un problema di offerta: così com’è non serve, quindi la gente non la usa. Contenuti e modalità della LLL servono poco sia alle imprese sia ai lavoratori. Punto. Vedremo più avanti che vuol dire.

Lo sviluppo locale non paga, anzi non vince. Perché?
Lo sviluppo locale sembra finito. Pareva la nuova frontiera del cambiamento:  la concertazione e il territorio come metodo dello sviluppo. Il locale dell’economia che si coniuga con un metodo di governo partecipato, programmato, socialmente condiviso. Invece non ha funzionato. Non c’è più nell’agenda politica, solo parlarne dà fastidio diffuso, pochi programmi residuali, incertezze semantiche, accademiche, disciplinari, cognitive, ecc. “Non parliamone più, l’economia è una cosa seria, non una pratica concertativa”…….. Lo sviluppo in termini strettamente economici non c’è stato, soprattutto nelle regioni meridionali in cui lo sviluppo locale aveva creato più aspettative. Perché è fallita la politica di sviluppo locale? Voleva dire azione intenzionale di integrazione degli interventi di attori sociali ed economici, pubblici e privati. E’ fallita. Anche qui vedremo perchè.

2.   Sviluppo, crescita, sostenibilità.

a) Lo sviluppo non è solo economia ma società, conoscenza, patrimonio sociale, diritti, legalità, asset immateriali…ecc. La sostenibilità vuol dire dotazioni e capacitazione (Donolo). Si può ri-definire “sviluppo locale” nel nostro paese, in cui economie dal basso ed economie della diversità sono la forza su cui poggiano competitività e modelli di produzione e di servizio? Di certo nel nostro paese ha tenuto di più lo sviluppo delle capacità dei territori e dei suoi soggetti produttivi che non la crescita del PIL e dell’economia dei grandi settori, dei grandi investimenti, delle grandi politiche.

b) Tracce di futuri possibili. Sotto la pelle dell’economia dei settori e delle grandi politiche nazionali, che sembrano portare declino, si leggono segnali forti di vitalità e di energia. Trasformazioni grandi e piccole sono visibili, se gli occhiali sono quelli della “diversità dei modelli italiani di sviluppo” e dei sistemi produttivi locali. Due grandi direttive, per un futuro che si legge a partire dal presente: a) nuovi soggetti protagonisti, nuove frontiere e confini dell’economia, nuovi livelli di governance, b) riposizionamenti competitivi, internazionalizzazione, protagonismo delle istituzioni della conoscenza.

c) Segni e luoghi del cambiamento. Territorio, saperi dei luoghi, nuove alleanze istituzionali, creatività mirate su prodotti e processi, progetti pubblici e privati grandi e piccoli ma efficaci. Si intravede un paese vitale e pieno di energie creative e di sostanziale coesione. Se visto dal basso, accanto ai soggetti “produttori” e sui loro territori.

Queste sono le ragioni della buona resistenza italiana alla crisi. Ma sono anche lo specchio della sua fragilità.


3.   Un futuro possibile: per uscire dalla crisi e non rientrarvi

a) Uno sviluppo sostenibile. Capacità crescenti di governance delle comunità, cultura della competitività, coesione sociale, vere innovazioni di prodotto e di processo, integrazione delle politiche, politiche ambientali e di difesa del territorio e del pianeta. Lo sviluppo sostenibile è futuro, giovani, territori vitali e ben governati.

b) Una sostenibilità compatibile con la globalizzazione. Nell’economia globale della conoscenza, il fenonemo caratterizzante dello sviluppo è il vasto numero di differenti, molto particolari, circuiti globali di specializzazioni ad elevata intensità sociale, radicati sul territorio, che sono regionali, nazionali, mondiali. Le reti globali di relazioni, competenze, specializzazioni vanno sostenute da grandi investimenti di sostegno e di sviluppo delle conoscenze e delle competenze, e dei ruoli e delle fasce sociali che le posseggono.

c) La globalizzazione non comporta omogeneizzazione delle economie, come si è spesso frainteso. Guardando bene dentro a ciò che comunemente si intende per globalizzazione, si coglie quanto essa richiede differenti e specializzate capacità competitive, differenziazione dei modelli di lavoro e di produzione, valorizzazione delle competenze e delle specialità contestuali.

d) Lo sviluppo è radicamento e capacità di “legare”. Nell’economia globale della conoscenza lo sviluppo richiede dimensioni e relazioni forti. Esso poggia su grandi piattaforme territoriali di competenze, di energie, di relazioni. I territori, le grandi regioni urbane, le città costituiscono le grandi infrastrutture di reti e scambi, per forme multiple di globalizzazione che non omogeinizza ma poggia sulla differenziazione delle economie. La storia economica di un territorio fa la differenza: il radicamento delle sue capacità e competenze economiche specializzate, le relazioni antiche, i saperi e i saper fare del luogo ma nella trasformazione in competenze nuove, forti, visibili, professionalmente e socialmente ri-conosciute.

Occorre investire sulle competenze che servono per competere e per valorizzare i territori. Occorre investire sui lavoratori della conoscenza ma anche sulle conoscenze dei lavoratori.
Quale concezione di Lifelong Learning lega o può legare reti lunghe, specializzazioni, interdipendenze fra nodi, prodotti, professioni, competenze? Quale formazione continua serve ai sistemi produttivi locali?


4.   Alcune risposte, alle questioni che emergono guardando alla relazione fra formazione continua e sviluppo dei territori

a) La formazione continua: il “cavallo non beve”, in massima parte perché l’offerta non funziona. Essa va fondata sull’economia della diversità e sulle viste lunghe dello sviluppo globalizzato.
Il centro dell’offerta devono essere le competenze del territorio, del luogo, dell’azienda. Competenze visibili, che incorporano saperi radicati. Certificate in modo rigoroso. Che diventano patrimonio del territorio, proprio perché condivise, fatte emergere, monitorate. Competenze formali, non formali, informali.
Per un avere un sistema di offerta così:
• Servono mappe delle competenze territoriali
• Servono mappe delle interdipendenze professionali e relazionali, fra ruoli lavorativi e sistemi produttivi
• Servono mappe dei potenziali di innovazione e di sviluppo incorporati nella struttura dei sistemi produttivi locali
• Serve in sostanza, una lettura nuova e disincantata del rapporto fra territorio, competenze, qualità e potenziale produttivo

b) La politica di sviluppo locale è fallita per alcune ragioni principali:
• il deficit di spessore delle elaborazioni politico/sindacali (il valore non è il concertare, ma il “capacitare” cioè far crescere capacità di governance territoriale);
• il deficit di cultura professionale e manageriale della classe dirigente locale.
• Il governo integrato di politiche pubblico-private richiede –lo dicono molti studi degli ultimi anni- forti responsabilità locali. Situazioni cioè, caratterizzate da: i) forte direzione politica, ii) responsabilità integrate e integranti, iii) creaive di formule istituzionali a geometria variabile, iv) management tecnico-professionale aperto al miglioramento. Città e Province, a seconda del caso, sono il livello giusto cui collocare la regia dello sviluppo locale (per esempio, dove sono le Città nelle strategie di promozione/attuazione della formazione continua? Perché la legge prevede che le Città abbiamo responsabilità sullo sviluppo, ma gli assessori in materia sono pochissimi?).
• Politiche integrate richiedono buona capacità di lettura di “segni del futuro”. Occorre aprire dappertutto sui territori processi di “vision building”, per costruire una “sintassi del futuro possibile” e dei relativi trend. Servono le viste inter-connesse dei cittadini, degli stakeholders, della filiera istituzionale locale pubblica e privata. Serve un vero rapporto di collaborazione strategica fra pubblico e privato. Città, Province, sistemi territoriali, regioni urbane sono luoghi naturali di comunità che progettano futuro.

5.   Strategie di lifelong learning e sviluppo locale: il nostro tema

a) la formazione continua può e deve essere un luogo importante del governo della diversità/ricomposizione dei processi e delle competenze che servono allo sviluppo locale, per il quale essa costruisce:
• una infrastruttura “chiave” per la regolazione delle interdipendenze fra specializzazioni, territori, professioni, competenze
• una offerta radicata nelle competenze/specializzazioni dei territori
• dei progetti basati su grandi azioni di sistema (da cui derivano e che propongono)
• dei progetti non per settore ma per cluster di territorio/competenze

Una concezione di Formazione continua come luogo di progettazione di futuro e di bisogni per l’economia, il capitale sociale, lo sviluppo produttivo, la ricerca e gli investimenti per l’innovazione.

b) la formazione continua per lo sviluppo locale poggia sulla centralità delle competenze che servono alle imprese e al territorio, competenze formali, formali non informali identificate e rese visibili e socialmente valorizzate da un sistema di certificazione pubblica e condivisa.
Le competenze territoriali descrivono natura e potenzialità dei sistemi produttivi locali; sono anche la forza principale dell’attrattività dei terriori.

Cosa serve per creare un circuito virtuoso di Formazione Continua che diventa motore dello sviluppo?
Serve una PA che mette a disposizione strumenti e sistemi di lettura e di certificazione delle qualità del lavoro e dei lavoratori. Servono imprese che ne fruiscono per migliorare il proprio posizionameno competitivo e la forza del sistema professionale proprio e del territorio.

Servono processi di accompagnamento delle imprese visibili, trasparenti, ad alta qualità professionale.
Lavoriamo nel paese, a partire dalla Emilia-Romagna, dove si stanno facendo esperienze le più avanzate.


Le competenze certificate, oltre che valore del patrimonio individuale dei lavoratori, diventano economia, competitività delle imprese, attrattività dei territori, flessibilità dei sistemi produttivi e del mercato del lavoro.

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