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Migranti come schiavi
a cura di
Antonio Iorio
, Giornalista, Buongiorno Caserta
Sfruttamento, violenze fisiche e psicologiche, condizioni abitative disumane: la vita dei migranti a Castelvolturno, un pezzo d’Africa bagnato dal Tirreno, è un inferno. Come e peggio di Rosarno. A denunciarlo è l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni - OIM* con un rapporto pubblicato nell’ambito del progetto “Praesidium”.
L’Oim chiede alle autorità italiane di indagare sulle condizioni di lavoro nel litorale casertano, enclave del clan camorristico dei Casalesi, potenziando i controlli.
Il contesto generale
Lavorano quasi sempre in “nero”, nei campi e nei cantieri edili: sono settemila, numerosi i rifugiati politici o i richiedenti asilo. Solo in pochi, circa 2.500, possono vantare un regolare permesso di soggiorno.
A Castelvolturno, teatro della Strage di San Gennaro che il 18 settembre costò la vita a sei africani, convivono circa 50 etnie.
Il rapporto OIM le suddivide in tre gruppi: i cittadini sub-sahariani, impiegati per lo più nel settore agricolo ed edilizio; i maghrebini e gli egiziani, che lavorano alla raccolta delle fragole o nei campi di pomodoro; gli indiani e pakistani, in servizio presso le aziende bufaline.
Il salario medio varia dai 15 ai 35 euro a giornata. Sgobbano per dieci, undici ore consecutive.
La loro odissea quotidiana inizia ogni mattina all’alba, quando gli stranieri si ritrovano sui bordi delle rotonde. Le chiamano Kalifoo ground. Ed è lì che attendono i “caporali”, i quali arrivano anche dall’hinterland napoletano. A volte capita che i migranti non vengono neppure pagati per le prestazioni svolte. O che subiscano minacce e maltrattamenti da parte degli sfruttatori. E come se non bastasse, sono tantissimi gli immigrati truffati da italiani senza scrupoli durante la regolarizzazione del settembre 2009. Dopo aver ceduto somme che variano dai 500 ai 4500 euro per accedere alla sanatoria, sono stati abbandonati al loro destino.
Il "costo" delle fragole
A differenza dei sub-sahariani, gli extracomunitari provenienti dal Maghreb e dall’Egitto lavorano soprattutto nell’agricoltura.
«Nel corso della nostra visita – spiega Flavio Di Giacomo, responsabile della comunicazione dell’Oim - abbiamo contattato un piccolo gruppo di egiziani residenti a Parete, piccolo comuni dell’agro aversano noto per la produzione di fragole. Le loro condizioni di vita erano inumane».
Ai margini dei campi, gli immigrati avevano costruito dei rifugi con materiale da riciclo e plastica. Erano state allestite delle vere e proprie tendopoli di fortuna, prive di elettricità e acqua corrente tanto che alcune associazioni, tra cui l’Arci, hanno organizzato dei campi di lavoro con i servizi igienici minimi.
«Gli stranieri – conclude Di Giacomo – si lamentavano dell’esiguità dei compensi, a quanto pare molto al di sotto degli standards minimi, ed in generale delle condizioni lavorative, poiché non viene fornita loro alcuna protezione, tutela o assistenza».
Nel 2009, a Parete, sono stati circa 60 i migranti che hanno lavorato per la raccolta delle fragole. Nei campi di pomodori di Villa Literno, invece, è stata stimata una presenza di oltre 150 maestranze straniere, tutte impiegate da imprenditori agricoli locali senza un regolare contratto.
Gli invisibili provenienti dall'Asia
Lo chiamano l’oro bianco perché il latte di bufala è l’ingrediente base della regina dell’enogastronomia campana, la mozzarella dop. Viene munto da un piccolo esercito di novemila addetti del comparto zootecnico, in servizio tra stalle e allevamenti. Un terzo di loro non è italiano. E neanche africano. Si tratta di operai specializzati provenienti dall’Asia, soprattutto da India e Pakistan. L’induismo ne fa ottimi fattori, sempre amorevoli con quegli animali che considerano sacri. Ma anche per loro non c’è nessuna pietà, nessun diritto. «In molti casi - spiega Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim - i cittadini indiani sono costretti a vivere nelle stalle insieme agli animali e sono sottoposti a estenuanti orari di lavoro. Un gruppo di “invisibili”, persone che per motivi di isolamento e carenze linguistiche, non hanno la possibilità di rivolgersi ad associazioni di supporto per chiedere assistenza o tutela». Gli stranieri impiegati nelle aziende zootecniche intercettati dall’Oim riferiscono di non avere assistito a controlli negli allevamenti da parte di istituzioni locali. Eppure, nell’ottobre del 2009, diverse aziende sono state sequestrate dai Nas dei Carabinieri a causa di una malattia infettiva degli animali (la brucellosi) e molti migranti hanno perso il lavoro. Tuttavia, vi sono ancora centinaia di asiatici in condizioni di semi schiavitù, in particolare nelle zone di Villa Literno e Ischitella.
Il mercato del sesso a pagamento
Nell’ultimo girone dell’inferno di Castelvolturno ci sono loro: le cinquecento donne, per lo più nigeriane, costrette a vendere i loro corpi. E non hanno altra scelta, visto che per riconquistare la libertà dalle loro “madame” – per lo più ex prostituite che controllano il business locale del sesso a pagamento - devono saldare un debito che ammonta in media a 40mila euro. Una cifra da capogiro, a cui poi vanno aggiunti i 150 euro mensili necessari per l’affitto del “joint”, lo spicchio di marciapiede dove le nigeriane – di età compresa tra i 18 e i 40 anni – si prostituiscono per dieci o quindici euro a prestazione. Quasi tutte le ragazze, prima di lasciare il loro paese di origine, vengono sottoposte al rito voodo. Ed è così che il legame con i loro sfruttatori, spesso aderenti ad organizzazioni criminali che gestiscono in “subappalto” il mercato del sesso su concessione del clan dei Casalesi, diventa quasi inscindibile. Lavorano ad ogni ora della notte e del giorno, in gruppi di tre o di quattro per proteggersi dai malintenzionati. Ognuna di loro ha subito violenze, rapine, stupri. Il tempo necessario per estinguere il “debito” si aggira intorno ai quattro anni. «Nella nostra visita a Castelvolturno – racconta Di Giacomo – abbiamo seguito la postazione mobile della cooperativa Dedalus che, nell’ambito del progetto «Fuori tratta III”, tenta di offrire assistenza alle prostituite. Ebbene, la maggior parte delle donne contattate ha dichiarato di essere vittime dello sfruttamento. In molte desiderano cambiare vita e ci hanno chiesto maggiori informazioni sui programmi di integrazione in Italia».
Come uscire dal tunnel
Per restituire dignità ai nuovi schiavi di Castelvolturno, c’è bisogno innanzitutto di potenziare i controlli. Che non significa verificare se i permessi di soggiorno sono in regola. Bisogna, secondo l’Oim, approfondire le situazioni di grave sfruttamento lavorativo, assicurando ai migranti una forma di protezione, come ad esempio un permesso di soggiorno per protezione sociale, nei casi di chi denuncia alle autorità i propri sfruttatori. E poi, bisogna supportare in maniera più strutturata le associazioni che da anni lavorano per i diritti degli stranieri. La Jerry Essan Masslo che offre assistenza sanitaria, Casa Ruth che aiuta le prostitute a liberarsi dal giogo delle loro madame, il Centro Sociale Ex Canapificio: solo con il loro aiuto lo Stato potrà spezzare le catene dello sfruttamento.
Breve cronistoria dei flussi migratori nel casertano
Anno 1980: arrivano a Castelvolturno i primi lavoratori immigrati provenienti soprattutto dal Maghreb. Ad attenderli, durante la stagione estiva, ci sono tonnellate di pomodori da raccogliere nelle campagne di Villa Literno, il comune dell’agro aversano dove nel 1991 venne assassinato il rifugiato politico Jerry Essan Masslo. «Negli anni successivi – spiega Jean Renè Bilongo, mediatore culturale originario del Camerun - ai marocchini, ai tunisini e agli algerini si affiancarono i migranti sub sahariani, in prevalenza ghanesi e nigeriani». Contemporaneamente, aumenta la richiesta di manodopera a basso costo nel settore delle costruzioni. Gli “africani” si accontentano di corrispettivi salariali inaccettabili per qualsiasi maestranza locale. Ed è per questo che caporali e piccoli imprenditori senza scrupoli cercano soprattutto braccia di “coloured” . A Castelvolturno, tra l’altro, si trovano ben 36mila vani sfitti (secondo la stima del Piano Triennale sull’immigrazione della Regione Campania). Nelle villette del litorale casertano, s’insediano migliaia di extracomunitari, in condizioni di grave sovraffollamento. In molti casi, le condizioni igieniche e di sicurezza sono pessime. In un’indagine di Medici Senza Frontiere del 2008, emerge un dato agghiacciante: il 90,9 per cento dei braccianti intervistati non ha assistenza sanitaria. Nello stesso anno l’Istat censisce 2480 regolari. «Oltre 7000 gli invisibili che sfuggono ad ogni controllo – continua Bilongo - Contarli è praticamente impossibile. L’unica cosa certa è che Caserta è una delle province con il maggior numero di lavoratori senza permesso di soggiorno in Italia».
* Fondata nel 1951, l'OIM è la principale Organizzazione Intergovernativa in ambito migratorio.
- 127 Stati Membri e 94 osservatori, tra cui 18 Stati e 76 Organizzazioni Intergovernative e ONG globali e regionali
- Oltre 440 uffici nel mondo
- Personale operativo di oltre 5.600 unità e oltre 1.700 progetti attivi nel 2008
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