La riflessione e le pressioni in corso sull’esigenza di ridurre i vincoli di Basilea 2 riaprono - ancora una volta - il dibattito sulle difficoltà delle PMI ad integrarsi a pieno titolo nell’ambiente competitivo nazionale ed internazionale, al di là delle pur utili misure adottate recentemente dal governo relative, ad esempio, alla moratoria dei debiti, al miglioramento delle modalità dei pagamenti statali, ecc. La grave persistenza delle difficoltà di concessione del credito bancario - con il contorno talora inquietante delle storie e casi aziendali - più che nel Mezzogiorno in altre aree avanzate del paese, come le Marche e la Toscana, appare dunque pienamente coerente con le fosche previsioni degli economisti secondo le quali c’è da attendersi gravi conseguenze sui livelli occupazionali delle PMI per i prossimi mesi.
Questa cornice pessimistica non aiuta - o quanto meno rallenta fortemente - qualsiasi programma di investimenti in ricerca e innovazione. Infatti occorre considerare, in aggiunta, i vincoli derivanti dalla piccola dimensione delle imprese e i persistenti fenomeni di autoreferenzialità del mondo della ricerca. Il settore finanziario privato è scarsamente coinvolto; non vengono attivati a pieno gli strumenti più adatti per favorire la partecipazione di banche e intermediari di capitale di rischio al finanziamento di iniziative di ricerca e di imprese innovative.
Le PMI tendono poi a trascurare l’innovazione di tipo organizzativo o gestionale, proprio quella che costituisce, spesso, la condizione per poter realizzare attività di ricerca e innovazione tecnologica e perciò assolutamente indispensabile.
Non parliamo poi del vistoso ritardo, particolarmente nostrano, nella produzione di laureati in materie scientifico-tecnologiche; persistono difficoltà nel passaggio dalla scuola e dagli atenei alla vita attiva e la fase di apprendimento non si estende lungo tutto l’arco della vita. Mancano dunque sostanziali interventi sulla formazione del capitale umano, considerando l’intera filiera che va dalla scuola secondaria all’alta formazione universitaria, ai cicli formativi post-laurea, in modo da alimentare delle necessarie competenze il sistema produttivo e le istituzioni scientifiche.
La dolenti note proseguono con il sistema di ricerca italiano e campano, in particolare che, oltreché angustiato dalla inaudita scarsità di risorse pubbliche, resta eccessivamente contenuto nei confini nazionali e regionali, con gravi limitazioni delle opportunità che scaturiscono dall’interazione reciproca. Da sempre si richiede il rafforzamento dell’inserimento nel più ampio contesto internazionale per rendere il nostro Paese una meta appetibile per i ricercatori stranieri, rafforzando fortemente i criteri meritocratici di selezione interni all’Università. In Campania, poi, abbiamo provato recentemente ad internazionalizzare i nostri Centri di Competenza, con un cospicuo investimento; sarebbe oltremodo utile conoscere i primi risultati di questo sforzo, anche per confermare e rafforzare ovvero per correggere eventualmente gli orientamenti e le policy praticate. E questo richiama le strategie di valutazione. Persiste una organica debolezza delle politiche attive rivolte al monitoraggio e alla valutazione dei risultati, che condizionano l’efficacia delle politiche per l’innovazione e la ricerca.
Occorre rafforzare la cooperazione e il coordinamento fra livello centrale e regionale di governo, così da evitare la sovrapposizione, fra azioni dei due livelli, promuovendo, al contempo, la cooperazione tra le Regioni stesse.
Occorre poi andare oltre all’innovazione strettamente legata ai risultati della ricerca scientifica: guardiamo altresì a quella legata alla creatività estetica e pratica delle PMI e alla capacità di combinare in modo nuovo e accettato dal mercato, elementi in larga parte già esistenti ma incrementati nei contenuti di funzionalità ed estetica. Questo tipo di innovazione non richiede alta intensità di scienza e capitale e fa invece riferimento essenzialmente a caratteristiche individuali quali l’intuito, il gusto, la forza personale di trascinamento e di persuasione dell’imprenditore coinvolto.
Si tratta di mettere a punto, in primo luogo, sistemi di osservazione dei cambiamenti e delle tendenze nell’organizzazione del lavoro a livello aziendale, territoriale, settoriale, nazionale e internazionale, in grado di sostenere l’innovazione e di permettere alle imprese di monitorare i mercati e introdurre mutamenti nell’organizzazione del lavoro tali da consentire maggiore competitività. Si devono anche rendere disponibili per le imprese “pacchetti” di politiche integrate, a sostegno delle trasformazioni necessarie alla competitività. Particolare rilevanza assume la formazione di figure professionali dirigenziali e manageriali, ivi comprese quelle figure di “cerniera” e di supporto all’innovazione particolarmente importanti per le PMI, per l’artigianato e nel settore agroalimentare. Il target “piccolo imprenditore” dovrebbe costituire una priorità per le iniziative di formazione, da costruire con attenzione sui contenuti e modalità didattiche di erogazione avanzate. Occorre anche favorire un contesto nel quale le imprese siano “soggetti attivi” nella progettazione e nella realizzazione di attività formative coerenti con le proprie esigenze. Questione di rilievo, su cui sollecitare anche l’attenzione delle strategie dei fondi interprofessionali, è la formazione dei responsabili delle risorse umane e la formazione dei rappresentanti dei lavoratori. L’obiettivo implica un elevato grado di condivisione di scelte e di definizione di modalità organizzative tra i partner sociali e la capacità di raccordarsi con il mondo delle imprese, con gli enti locali e con le autonomie funzionali del territorio.
Naturalmente, la priorità riguarda la necessità di aumentare la propensione delle imprese a investire in ricerca e innovazione. Le linee d’intervento, da promuovere in questo ambito, potrebbero andare nella direzione di:
- Mettere a punto una sorta di “Antenne intelligenti”, per la previsione tecnologica e di mercato, con l’interfaccia delle strutture associative con concorrenti, centri di ricerca, aziende, clienti, università, per assumere informazioni ed elaborare informazioni riguardo allo stato e alle prospettive tecnologiche e di mercato, da integrare nella vision strategica della regione;
- Accrescere ovvero riorientare le iniziative e i servizi di collegamento tra Università-Ricerca-Impresa;
- Favorire la partecipazione congiunta a reti, nazionali ed internazionali, per la partecipazione a programmi comunitari, su innovazione, competitività e sviluppo di piccole e medie imprese;
- Favorire le relazioni con i centri di produzione della conoscenza attraverso la promozione di azioni di trasferimento di tecnologie innovative, gli accordi di partenariato tecnologico, la diffusione delle opportunità di cooperazione e altre forme di collaborazione scientifica e tecnologica con imprese e centri di produzione della conoscenza, anche a livello internazionale.
- Sensibilizzare le aziende verso una più spinta consapevolezza dei propri comportamenti virtuosi e sull’importanza di comunicarli sia all’interno sia verso l’esterno, quale punto di forza nelle relazioni di partnership, di rete, di subfornitura e in tutte le altre occasioni di confronto sul mercato.
- Sostenere lo sviluppo di strumenti finanziari volti a favorire l’afflusso di capitali di rischio verso piccole e medie imprese innovative.
Di seguito si elencano alcune esemplificazioni di indirizzi di Ricerca e Innovazione per la nostra regione.
- Diffusione dell’uso delle tecnologie della dematerializzazione della documentazione aziendale, a supporto delle piccole e medie imprese produttrici di beni o servizi, le imprese artigiane e le imprese commerciali, operanti sul territorio della regione Campania.
- Promozione di Laboratori di coproduzione dell’innovazione: modelli di integrazione tra il settore pubblico ed il settore privato, per favorire pratiche diffuse di innovazione territoriali.
- Costituzione di un Osservatorio dell’ Automazione delle PMI manifatturiere campane per misurare il patrimonio aziendale di tecnologie dell’informazione investito in infrastruttura ICT, strumenti software per la progettazione assistita, strumenti software per la gestione aziendale, macchine e software per la produzione automatizzata e strumenti software e dispositivi per la tracciabilità di filiera.
- Diffusione della modalità “Open Innovation” per coinvolgere attivamente nella collaborazione di massa le aziende, le persone comuni, gli scienziati, i professionisti e gli appassionati di qualsiasi disciplina per impegnarli nell’individuazione, nell’aggregazione e nella soluzione di problemi tecnologici e di innovazione di ogni genere.
- Concentrazione rilevante di risorse per investimenti nella formazione delle competenze professionali per l’innovazione nei settori produttivi avanzati della Campania.
Fa ben sperare, infine, il modello di intervento che la Regione Campania si appresta a seguire in materia di Ricerca e Innovazione. Su iniziativa dell’Assessorato regionale alla Ricerca e Innovazione, e nel quadro del PON 2007-2013 “Ricerca e Innovazione” che per la Regione Campania significa l’impiego di risorse nazionali aggiuntive a quelle POR per 1,9 miliardi di euro, ci si orienta a costituire un network che comprenderà, oltre alla struttura in house della Regione Campania, anche i Parchi Scientifici e Tecnologici, alcune università, rappresentanze autorevoli del sistema camerale e associativo. La prospettiva in tempi medi è un Accordo di Programma Quadro tra il MIUR e la Regione Campania per la gestione delle risorse sopra richiamate.
L’ultima considerazione riguarda la proprietà intellettuale. I dati più recenti dell’Ufficio Brevetti, commentati dalla stampa nello scorso giugno sono impietosi verso il Mezzogiorno. Se nei primi quattro mesi del 2009 a livello nazionale le domande di registrazione per le nuove invenzioni sono calate dell’8,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, al Sud il decremento è addirittura del 22,5%. La Campania che pur continua ad essere leader nel Mezzogiorno, per numero di domande inoltrate, fa tuttavia i conti con una flessione del 25,6%. Eppure occorre riflettere seriamente sulla tesi del Prof. Ugo Pagano dell’Università di Siena, secondo il quale i flussi del sapere scientifico e tecnico e della conoscenza rallentano fortemente la libertà economica di utilizzarli ovvero il protezionismo dei brevetti contribuisce alla crisi! Si tratta di un tipo di proprietà particolare che per impedirne l’uso in tutto il mondo finisce con l’impedire l’uso anche a chi raggiunge quella stessa conoscenza autonomamente. Al di là della tesi impraticabile di qui liberisti americani che vorrebbero abolire la proprietà intellettuale, il Prof. Pagano propone l’intervento statale ovvero regionale. Il pubblico potrebbe acquistare brevetti dalle imprese private e metterli a disposizione di tutti; si creerebbe così un enorme volano per gli investimenti e un grande incentivo innovatore.