Parte 1 "Università e sviluppo locale"

di Marco Bellandi e Annalisa Caloffi, Dipartimento di Scienze Economiche, Università degli Studi di Firenze

Incontro Internazionale di Studi AISLo 2009 "Città e futuro" - Napoli, 10, 11 e 12 dicembre 2009
Laboratorio Tre "Come superare le ragioni dell'arretratezza del paese? A partire dal Mezzogiorno italiano, una nuova stagione di impegno per cambiare e vincere"


L'intervento sarà pubblicato in tre parti.

Premessa 

Uno degli effetti della crisi internazionale che stiamo tuttora attraversando è stato quello di raffreddare i toni di un vecchio dibattito, che aveva guadagnato nuovo slancio nei primi anni del nuovo secolo, sui “difetti di struttura” che caratterizzano l’Italia e che minano la sua capacità innovativa e competitiva. Ricordiamo in modo semplificato i termini del dibattito: si tratta del “difetto dimensionale” delle imprese, il nanismo, e del “difetto nella specializzazione settoriale” in prodotti tradizionali che sono stati al centro della lettura sulle cause dell’arresto del processo di crescita e della perdita di competitività italiana sul mercato mondiale (Nardozzi, 2004; Onida, 2004; Rossi, 2006).

Dalla fine degli anni ’90, la specializzazione in “settori tradizionali” ci espone alla concorrenza di economie emergenti a basso costo del lavoro, con più forti ripercussioni sulla bilancia commerciale e sulla crescita dell’economia nazionale di quanto non avvenga in altri paesi caratterizzati da diversi mix settoriali. Inoltre, la performance italiana risulta peggiore di quella di altri paesi europei non solo a causa della particolare composizione settori-mercati, ma anche a causa di una vera e propria perdita di competitività, dovuta alla più bassa crescita media della produttività (Rossi, 2006).

Alla base di questo risultato deludente c’è l’incapacità delle piccole imprese italiane di percorrere la via dell’adeguamento al mutato paradigma tecnologico e di finanziare processi di innovazione o di crescita su scala internazionale. Se l’entrata di nuovi competitor sul mercato mondiale è stata certamente responsabile di una parte consistente della perdita delle quote di mercato nei settori tradizionali a bassa tecnologia, il generale allargamento dei mercati ha anche offerto nuove opportunità per le produzioni “high tech”, che il nostro paese – coi suoi difetti – non è stato in grado di cogliere adeguatamente (Ferrari et al., 2007) (*)

Sebbene le analisi siano ovviamente più complesse di quanto sopra ricordato, i distretti industriali, e i loro raggruppamenti di piccole e medie imprese specializzate soprattutto in settori tradizionali, si sono spesso trovati sul banco degli imputati, in quanto manifestazioni tipiche dei difetti strutturali italiani. Ma il riferimento alle sole capacità interne alle imprese, e la definizione generica del contenuto tecnologico del modello di specializzazione del made in Italy, non ci sembra abbiano consentito di cogliere pienamente i termini del problema di competitività dell’industria italiana, né di definire un appropriato quadro di reazioni e di politiche.

Altre interpretazioni sullo sviluppo e sulla perdita di competitività dell’industria italiana, che fanno perno sulla riscoperta della dimensione locale dell’organizzazione industriale e dello sviluppo (Becattini, 2000), mostrano infatti come i successi dei distretti industriali nel corso della seconda metà del novecento, anche sui mercati internazionali (il made in Italy distrettuale), non siano stati effimeri, pur fra svariate crisi (Brusco e Paba, 1997; Sforzi, 2003) e trovino una spiegazione robusta nell’estesa capacità di realizzare economie distrettuali, esterne alla singola impresa, ma interne a un industria in sviluppo in cui le stesse imprese operano e interagiscono (Signorini, 2000; Signorini e Omiccioli, 2005).

Queste interpretazioni, confermate da numerose ricerche empiriche condotte negli ultimi anni, suggeriscono che le ragioni della perdita di competitività dell’industria italiana non siano da ricercare solo all’interno dei distretti industriali, ma risultino legate anche a più generali debolezze del sistema italiano e ancora di più a quelle di modelli organizzativi della produzione di tipo non distrettuale, come quelle caratterizzate dai luoghi di grande impresa.

Partendo da queste interpretazioni, possiamo formulare un’analisi delle ragioni della progressiva perdita di competitività che ha caratterizzato l’industria italiana. In primo luogo, è in corso una dinamica strutturale che comporta una profonda modificazione della natura dei prodotti, dei modi di concepirli e di realizzarli in qualsiasi settore produttivo. Il nostro apparato produttivo, protagonista di ottime performance nei decenni passati, è in gran parte modellato sul precedente regime tecnologico, rispetto al quale un insieme complesso di nuove tecnologie introduce discontinuità rilevanti. In tale scenario, il ruolo, le conoscenze e le competenze degli agenti sono messe in discussione e non di rado soggette a radicali cambiamenti. Assumono, quindi, un ruolo fondamentale quelle organizzazioni e istituzioni che facilitano l’adattamento e il cambiamento; ma il loro sviluppo non è automatico, soprattutto all’interno di quei tessuti produttivi di piccola impresa, in cui i processi di apprendimento e innovazione sono plasmati su modelli di ritenzione e trasmissione di informazione e conoscenze, generazione di varietà e processi di selezione, fortemente ancorati a meccanismi di learning by doing e mobilitazione di regole di interazione sedimentate nel tempo e nei saperi locali.

I tessuti imprenditoriali dei distretti, presentano oggi necessità diffuse di innalzamento delle capacità innovative e di fertilizzazione con la ricerca tecnico scientifica, socio-economica ed umanistica, sia in campi di attività high-tech sia nelle produzioni tradizionali del made in Italy. Tali necessità acquistano una particolare urgenza nell’attuale fase di una crisi internazionale che ha pesanti riflessi sulle prospettive locali di impresa e di lavoro. Da una parte sono oramai urgenti cambiamenti profondi della struttura tecnico-economica e delle configurazioni intersettoriali dei sistemi produttivi, nell’ambito delle macro-tendenze internazionali. D’altra parte la fase storico-economica odierna impone di passare dalla spontaneità dei processi, alla creazione di una serie di iniziative sistematiche e multi-dimensionali del tipo “Tripla Elica” (Etzkowitz e Leydesdorff, 2000) su cui innestare dinamiche di progettazione congiunta bottom-up. Riordinando i termini del dibattito sulla perdita di competitività dell’industria italiana, possiamo quindi provare a formulare appropriate diagnosi e strategie di intervento.

Le diagnosi sulle debolezze di sistema e le ricette di intervento

Proviamo a fare un punto delle forze produttive e di mercato entro le quali si muovevano i distretti industriali italiani prima dell’attuale crisi internazionale. La situazione degli anni novanta poteva essere inquadrata in termini di bilanciamento fra due grandi tendenze internazionali: la “neo-fordista”, che riguarda la (crescente) capacità delle imprese transnazionali, grandi e meno grandi, di costituire capacità produttiva, di gestirla entro filiere a scala internazionale, di influenzare le preferenze per la diversità di vasti strati di consumatori non poveri, e la “neo-artigiana”. Quest’ultima permette la sopravvivenza autonoma di processi distrettuali (l’interazione positiva fra forze produttive e nessi socio-culturali e istituzionali radicati nei luoghi) ed è connessa alla spinta a una differenziazione non controllabile dall’alto degli uffici marketing, che viene dalla reazione delle società locali alla globalizzazione, dalla crescita del reddito di fasce importanti della popolazione mondiale, dall’emergere di nuovi bisogni di servizi personali e sociali per fasce sempre più estese di popolazione (Becattini 2000).

Negli anni novanta e nei primi anni del decennio in corso sono emersi fenomeni che spingono verso l’allargamento dello spazio per la tendenza neo-fordista. Ne ricordiamo alcuni: la crescente produttività nei servizi dell’economia americana, e la spinta sempre più forte alla de-localizzazione manifatturiera da parte delle sue multinazionali; la possibilità di de-localizzazione offerta dalla Cina (e dall’India) su una scala molto più estesa di quanto mai registrato con nuovi paesi industriali; il supporto costante alle strategie di investimenti internazionali, sia reali che finanziari, dato dalle istituzioni monetarie e commerciali internazionali (oltre che dal Tesoro americano: Washington consensus); la mancanza di un controllo internazionale efficace rispetto alla concentrazione di potere economico operata tramite processi di fusione a scala internazionale. Ancora per i distretti nell’Unione Europea, sicuramente in Italia, è da ricordare un quadro macroeconomico negativo sul fronte della domanda interna dei prodotti distrettuali tradizionali, con difficoltà di esportazione accentuate negli ultimi anni dalla discesa del dollaro e aggravate ulteriormente dalla crisi internazionale. Di più, insieme a nuovi bacini di manodopera a basso costo emergono in paesi a nuova industrializzazione anche nuovi sistemi industriali che portano una sfida articolata ai nostri distretti; che si estende non solo alle produzioni, ma anche alla tecnologia organizzativa dei sistemi distrettuali (Di Tommaso e Bellandi, 2006).

Le forze sottostanti, che si manifestano ormai pienamente sullo scenario globale mutando gli assetti produttivi e organizzativi dei luoghi d’industria sono connesse al rapido e continuo avanzamento della frontiera tecnico-scientifica e della sempre maggiore pervasività dei processi di innovazione e cambiamento tecnico-scientifico. Nei vari ambiti, le conoscenze tecnico-produttive sono sempre più compenetrate da conoscenze scientifiche, secondo combinazioni aperte e non lineari che risultano in diverse innovazioni organizzative, di processo e di prodotto. Le dinamiche del trasferimento tecnologico, inteso in termini di diffusione di elementi strettamente complementari, quali dotazioni di capitale fisico, competenze e conoscenze congiunte, diventano uno degli ambiti su cui si giocano le possibilità – per le imprese e i territori – di misurarsi con sfide sempre nuove e più forti.

Tutto ciò assume un’importanza particolare in contesti settoriali ed economico-territoriali investiti da radicali processi di trasformazione strutturale, come quelli che caratterizzano i distretti industriali italiani, in cui si impongono intense dinamiche di transizione verso produzioni e modelli organizzativi differenti dal passato. In particolare, quando alle difficoltà di riorganizzazione dei meccanismi interni di apprendimento e innovazione si sommano problemi sul fronte del mutamento sociale dei luoghi d’industria, come quelle connesse al peso crescente di network di persone e di flussi di scambio che oltrepassano i confini locali, i distretti (quelli maturi in particolare) possono declinare progressivamente in modo irreversibile. Esempi di questo tipo di tendenza sono presenti sia in Italia, così come in altri contesti nazionali. D’altro lato, si hanno anche esempi opposti, di distretti maturi che sopravvivono e reinventano le proprie formule produttive e organizzative, modificando il mix di caratteristiche strutturali e di processi che li caratterizzano. Inoltre, in altri paesi europei si osserva l’emergere di nuove industrie e nuove forme di sviluppo locale (a vari livelli territoriali), alcune delle quali si combinano in modi nuovi con la presenza di distretti maturi e di industrie “tradizionali” (De Propris, 2002; Bailey et al. 2009).

La sopravvivenza della tendenza neo-artigiana e la sua combinazione con l’emergere di nuove industrie ad alta intensità di conoscenza sono possibili solo con il mantenimento e l’arricchimento delle fonti della produttività e della creatività locale e con la combinazione di strategie internazionali. In particolare, per la rigenerazione delle capacità dei distretti si richiedono investimenti crescenti non solo negli strumenti di promozione delle capacità “artigianali”, del contenuto estetico dei prodotti, il richiamo ai valori del bello e della qualità della vita, la certificazione ambientale e sociale, ma anche uno sforzo nella promozione dell’incorporazione, all’interno dei processi, dei prodotti e dei servizi, di conoscenze e competenze nuove.

Dall’altro lato, le risorse di competenze e conoscenze prodotte dalle università possono essere la base per lo sviluppo di nuove industrie ad alta intensità di conoscenza, più o meno strettamente connesse a specializzazioni “tradizionali” dei luoghi. All’interno di entrambi i sentieri di sviluppo locale sopra delineati (un nuovo sentiero di crescita per i distretti industriali; lo sviluppo di nuove industrie ad alta intensità di conoscenza) emerge quindi una nuova centralità delle relazioni industria-ricerca. Se l’incorporazione di nuove conoscenze all’interno di distretti maturi richiede un maggiore collegamento tra le piccole imprese e il mondo della ricerca, anche la nascita di nuove industrie richiede lo sviluppo di nuove vie di contatto tra le università ed i vari contesti locali.


(*) Per un approfondimento sui termini del dibattito, si veda Bellandi e Caloffi (2006), al quale il paragrafo fa riferimento.

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