Parte 2 "Università e sviluppo locale"

di Marco Bellandi e Annalisa Caloffi, Dipartimento di Scienze Economiche, Università degli Studi di Firenze

Incontro Internazionale di Studi AISLo 2009 "Città e futuro" - Napoli, 10, 11 e 12 dicembre 2009
Laboratorio Tre "Come superare le ragioni dell'arretratezza del paese? A partire dal Mezzogiorno italiano, una nuova stagione di impegno per cambiare e vincere"


L'intervento sarà pubblicato in tre parti.

Il nuovo ruolo delle università

I generici benefici economici e sociali prodotti dalle università, come quelli relativi alle attività di alta formazione del capitale umano o alla produzione di conoscenze scientifiche e di infrastrutture innovative è stata da tempo riconosciuta come una fonte importante per l’innovazione delle industrie, in alcuni ambiti settoriali in particolare (Pavitt, 1991; Mansfield e Lee, 1996; Salter e Martin, 2001 Cohen et al., 2002).

In tempi più recenti, l’attenzione si è spostata progressivamente su quei benefici derivanti dalla terza funzione dell’università (il c.d. trasferimento tecnologico), inizialmente inteso come quell’insieme di attività rivolte a trasferire verso le imprese i principali risultati della ricerca scientifica. Da qui la nascita di strumenti quali gli uffici per il trasferimento tecnologico (industrial liaison office – ILO e simili), la gestione delle attività di licensing, la creazione di strumenti contrattuali utili all’interazione con il mondo dell’industria (p.e.: contratti di ricerca in conto terzi), la nascita di laboratori congiunti università-impresa, nonché il sostegno allo sviluppo degli spin-off della ricerca (Etzkowitz e Leydesdorff, 2000; Perkmann e Walsh, 2007).

Queste attività hanno avuto, com’è noto, una genesi piuttosto travagliata e uno sviluppo lento nello scenario italiano, per una serie di caratteristiche del mondo accademico e del mondo dell’impresa. Se da un lato i nuovi strumenti hanno faticato a farsi strada all’interno di un mondo accademico con numerose rigidità, e spesso in assenza di un adeguato schema di incentivi istituzionalizzati per i ricercatori coinvolti, dall’altro troviamo un tessuto imprenditoriale (non sempre ricettivo) che esprime necessità di flessibilità, tempi e organizzazione del rapporto con la ricerca che è vincolato dalle esigenze della produzione e del mercato.

La sperimentazione continua, tuttavia, in molti atenei e territori italiani: la crescente consapevolezza dell’importanza del sostegno al rapporto industria-ricerca per favorire l’innovazione e la crescita dei territori e delle industrie, confermata da molti esempi europei ed extraeuropei, impone di continuare a investire in questa direzione, cercando nuove formule di intervento.

Il ripensamento delle pratiche e degli strumenti di intervento prende avvio da una riconcettualizzazione delle attività di “trasferimento tecnologico”, che possono essere definite come un insieme di funzioni rivolte a (Bellandi e Lombardi, 2009):

  • il sostegno, ma anche il parziale orientamento, dell’avanzamento del potenziale tecnico-scientifico esistente nell’università, attraverso meccanismi radicati di raccordo durevole coi sistemi produttivi, in modi coerenti alle dinamiche e alle strategie di applicazione ai sistemi produttivi locali;
  • l’emersione di opportunità di incorporazione di input tecnico-scientifici di frontiera entro il mondo della produzione, non solo attraverso i meccanismi di raccordo su indicati, ma anche coll’annidamento degli stessi in piattaforme che aiutano lo sviluppo e l’articolazione di progetti imprenditoriali (domanda pagante, offerta di componenti complementari all’innovazione, finanziatori competenti, mercati per il trasferimento di impresa, ecc.).

Considerando che nei mercati attuali per prodotti ad alto valore aggiunto si combinano in vario modo le differenti forme di innovazione, si capisce che le basi di conoscenza coinvolte sono non solo quelle delle scienze naturali, mediche e tecnologiche, ma anche delle scienze sociali e umanistiche. Dunque si tratta di trasferimento e adattamento tecnologico e culturale, e di radicamento di capacità sistematiche di combinare tradizioni produttive e sociali con l’innovazione. Nello svolgimento di questa “terza funzione”, all’Università è richiesto di sviluppare capacità di collaborazione coi protagonisti del mondo della produzione, nonché con gli attori che già operano nel supporto all’innovazione.

La comprensione dell’ampia portata delle attività relative al trasferimento tecnologico impone un riorientamento degli strumenti creati per facilitare il rapporto con il mondo dell’industria. Si tratta sia di rendere più flessibili gli strumenti esistenti che di disegnare – assieme alle imprese e agli altri operatori che operano nel supporto all’innovazione – nuovi strumenti per la realizzazione di questo tipo di funzione. Non si tratta solamente di strumenti “hard” come quelli che hanno caratterizzato la prima sperimentazione del rapporto col mondo dell’industria (uffici per il sostegno alla brevettazione e per la gestione delle attività di licensing, incubatori per attività high tech, pratiche per la creazione di spin-off), ma anche e soprattutto di strumenti per favorire l’ingresso di neolaureati nelle imprese, lo sviluppo di percorsi di alta formazione realizzati congiuntamente con l’industria, nonché di favorire una più ampia attività di networking tra i due mondi.

L’interazione può avere vari tipi di sbocco in termini di innovazione nei sistemi produttivi e può costituire uno stimolo al rinnovamento di tessuti produttivi di piccola impresa, operanti nei vari settori produttivi. Consideriamo in particolare un modello di rapporti industria-ricerca che altri ricercatori (Patton e Kenney, 2009) hanno definito “university-centric industrial districts”, per delineare le prospettive che lo sviluppo delle funzioni di trasferimento tecnologico come quelle sopra ricordate aprono per il rinnovamento di sentieri di sviluppo locale come quelli che caratterizzano i distretti industriali italiani.

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