Parte 3 "Università e sviluppo locale"

di Marco Bellandi e Annalisa Caloffi, Dipartimento di Scienze Economiche, Università degli Studi di Firenze


Incontro Internazionale di Studi AISLo 2009 "Città e futuro" - Napoli, 10, 11 e 12 dicembre 2009
Laboratorio Tre "Come superare le ragioni dell'arretratezza del paese? A partire dal Mezzogiorno italiano, una nuova stagione di impegno per cambiare e vincere"

L'intervento è stato pubblicato in tre parti.


University-centric industrial district?

L’espressione “university-centric industrial district” (UCID) si riferisce a un tessuto industriale locale le cui attività produttive e di ricerca sono fortemente centrate sulla presenza di reti di relazioni con il mondo della ricerca. Si tratta, come osservato da Patton e Kenney (2009) di un modello non contrapposto, ma differente, rispetto a quello del distretto industriale tradizionale, in cui la dinamica di crescita e sviluppo è regolata dalla centralità delle relazioni con il mondo della ricerca. In questo modello organizzativo della produzione e dell’innovazione la spinta al rinnovamento dei prodotti, dei processi, dei servizi, etc., non viene solo dall’intreccio di rapporti di concorrenza e di collaborazione tra le imprese che producono beni simili e complementari, ma da un “technology push” indotto dalle attività di ricerca.

Questa spinta si trasmette nel tessuto produttivo locale attraverso la presenza di organizzazioni e istituzioni relative alla terza funzione dell’università: essa si può tradurre nella nascita di nuove imprese innovative (spin-off della ricerca ospitate negli incubatori accademici), nonché in una più generale spinta all’innovazione e alla differenziazione delle produzioni caratteristiche del distretto, che si manifesta grazie alle varie occasioni di ricerca applicata e di sviluppo realizzate congiuntamente da attori del mondo della ricerca e del mondo dell’impresa. L’utilizzo del termine distretto (anziché, per esempio, quello di cluster o di altre definizioni più generiche di industria localizzata) si riferisce alle seguenti caratteristiche del modello:

  • l’UCID ha un cuore industriale, al centro del quale sta una popolazione di imprese e imprenditori legati – attraverso una fitta rete di rapporti di ricerca (applicata) e produzione, ma anche da una più ampia rete di rapporti sociali – agli attori del mondo della ricerca;
  • la popolazione delle imprese locali è alimentata da un flusso di spin-off accademici che, almeno temporaneamente, risiede nel territorio. Tale flusso è il risultato delle capacità di scouting delle iniziative e di sostegno agli spin-off espresse dall’università, in collaborazione con altri attori locali ed extralocali;
  • entro il cluster delle imprese, così come all’interno dell’accademia, esistono conoscenze e competenze altamente specializzate, in parte coincidenti e in parte complementari;
  • i rapporti industria-ricerca che regolano il funzionamento degli UCID sono rapporti di mercato e non di mercato: accanto ad una serie di strumenti formali e informali (Link et al., 2007) attraverso cui l’università espleta la sua terza funzione (iniziando dai formali: uffici per il trasferimento tecnologico e relative funzioni da essi svolte, incubatori per la promozione di attività imprenditoriali innovative, spin-off accademici, contratti di licensing; per gli informali: attività di consulenza svolta dai docenti presso le imprese, rapporti che danno origine a pubblicazioni congiunte, commercializzazione di nuove tecnologie attraverso un rapporto diretto con le imprese) troviamo una serie di relazioni basate su rapporti di collaborazione tra individui che possono nascere a partire dagli strumenti sopra citati, ma si sviluppano in modo autonomo.

È proprio nell’intreccio di rapporti collaborativi che troviamo un ingrediente fondamentale degli UCID, in grado di sostenere i processi di generazione e diffusione dell’innovazione nei tessuti produttivi locali. Attorno alle relazioni industria-ricerca che si sviluppano come diretta conseguenza delle attività caratteristiche della terza funzione dell’università possono nascere, infatti, altre reti di rapporti, più o meno informali, in grado di favorire il coinvolgimento attivo di porzioni sempre più ampie di attori economici attorno alle attività dell’università.

Ci riferiamo, in particolare, alla formazione di comunità di pratica che raggruppano professionisti operanti in specifici settori o ambiti tecnologico-scientifici, alla formazione di” club” o di associazioni di studenti o di ex alunni che mantengono contatti con le università in cui si sono formati, allo sviluppo di “club di innovatori” tra le imprese spin-off che condividono gli stessi spazi fisici o che operano all’interno degli stessi ambiti tecnico-scientifici, nonché alle molte altre reti di relazione che possono svilupparsi attorno ad una comunità produttiva e scientifica che condivide interessi e che almeno temporaneamente si trova a coabitare entro uno stesso ambito territoriale.

Alcuni spin-off ormai cresciuti lasceranno gli incubatori locali e si trasferiranno altrove, altri rimarranno nel contesto locale, in cui sono localizzati i partner fondamentali; alcuni professionisti che si sono formati presso l’università entreranno in un mercato del lavoro che non è necessariamente locale, altri andranno ad alimentare la popolazione di professionisti e imprenditori locali. Come riconosciuto da una recente letteratura sull’innovazione, il sovrapporsi di questo insieme di reti lunghe e di reti localizzate in cui gli agenti sono coinvolti assume un ruolo fondamentale nella generazione di contesti locali dinamici, favorevole allo sviluppo di processi innovativi (Cooke et al., 2004). La capacità di radicare parte di queste relazioni entro specifiche organizzazioni locali o, in termini più generali, di creare beni pubblici specifici al rapporto università-industria (Bellandi, 2004) influenza quindi fortemente le capacità innovative e competitive di un UCID, così come di altri luoghi di industria.


Gli UCID tra opportunità e difficoltà

La concreta realizzazione delle opportunità offerte dal modello degli UCID pone una serie di sfide per gli atenei e per i tessuti produttivi e territoriali italiani. L’innesco di virtuosi processi di co-evoluzione tra mondo della ricerca e mondo dell’industria comporta infatti delle necessità di adattamento delle organizzazioni e delle istituzioni esistenti, in modo spesso radicale rispetto al passato. La portata di tali adattamenti è molto ampia, dato che riguarda anche i policy maker regionali e nazionali, coinvolti nel design e nell’implementazione delle politiche per l’innovazione, così come tutti gli attori che a vario titolo e a vari livelli operano nel sostegno all’innovazione.

Abbiamo già accennato alla doppia difficoltà caratteristica dei due principali attori della relazione, ovvero, da un lato, alle rigidità strutturali dell’accademia (senz’altro quella italiana), che spesso ostacolano un adeguato sviluppo di strumenti e funzioni rivolte al supporto della terza funzione e dall’altro le difficoltà dell’industria a instaurare rapporti con il mondo della ricerca. Queste difficoltà assumono un peso più forte all’interno di contesti territoriali caratterizzati da piccole imprese tipicamente distanti dal mondo della ricerca, come quelle che operano in settori tradizionali, o in contesti in cui l’accademia è un grande ateneo generalista e le funzioni relative al trasferimento tecnologico – se esistenti – sono sommerse dal peso preponderante (anche in termini di incentivi ai docenti) delle altre funzioni tradizionali.
Prendendo spunto da alcune analisi recenti, condotte sull’università di Firenze, proviamo a tracciare un quadro di opportunità e difficoltà per lo sviluppo delle attività relative alla terza funzione in un ateneo generalista, in cui le funzioni relative al trasferimento tecnologico sono ancora poco sviluppate.

Il primo passo è quello di considerare con attenzione le potenzialità esistenti: se, infatti, alcuni strumenti formali per il sostegno al rapporto università-industria possono essere poco sviluppati e poco utilizzati, le relazioni che legano l’università all’industria possono comunque emergere al di fuori di essi, attraverso altri canali. Per identificare correttamente i nuclei di relazioni esistenti – e da cui poter partire per la formulazione di adeguate strategie e politiche – occorre quindi considerare un “sistema” unitario e strategico delle collaborazioni industria-ricerca, di cui fanno parte anche le relazioni informali. Basata sull’esperienza del sistema universitario fiorentino, l’analisi degli accordi di ricerca – strumenti tipici di un rapporto industria-ricerca esistente, sebbene poco strutturato – ha evidenziato l’esistenza di una fitta rete di rapporti con l’industria (2068 contratti di ricerca in conto terzi nell’arco temporale 2004-2007 per un totale di circa 50 milioni di Euro), che coinvolge direttamente 554 docenti dell’ateneo (33% del totale dei docenti).

L’analisi delle partnership esistenti ha cercato di identificare buone pratiche che potessero da un lato fornire esempi e spunti di riflessione per il miglioramento e l’intensificazione delle relazioni del sistema e, dall’altro, cogliere le principali criticità cui questo potesse andare incontro. In particolare, partendo proprio dalle esperienze descritte, l’analisi ha cercato di identificare alcune scelte di policy, che potrebbero rivelarsi cruciali nelle dinamiche di ridefinizione delle modalità di ricerca e del cosiddetto trasferimento tecnologico coerenti allo sviluppo di modelli di UCID: i) necessità di ridefinire il sistema di incentivi al coinvolgimento dei docenti nelle attività relative alla terza funzione; ii) sostegno pro-attivo delle amministrazioni alle attività di ricerca; iii) in termini più generali, valorizzazione e diffusione di una cultura dello scambio di conoscenze con il sistema produttivo, anche su scala locale.

Il primo punto è strettamente connesso al problema (complesso) dell’introduzione di meccanismi di valutazione della produttività dei docenti all’interno del mondo accademico e del riallineamento dei mezzi a disposizione della ricerca rispetto a tali valutazioni. Si tratta di un punto oggetto di vivace dibattito all’interno del mondo accademico italiano, sul quale non ci soffermiamo: ci sembra comunque opportuno sottolineare che, in paesi in cui le attività relative alla terza funzione dell’università sono fortemente sviluppate, i meccanismi di valutazione – quindi di incentivo – ai docenti coinvolti sono decisamente più allineati agli obiettivi del trasferimento tecnologico di quanto non accada nel nostro paese.

La maggiore apertura del mondo universitario verso il territorio e gli attori pubblici e privati che vi operano, menzionata nel secondo punto, rende necessario ed urgente modificare la visione amministrativa della ricerca. Il principale supporto che la ricerca richiede in questo momento è quello di un’amministrazione che passi da una visione di “controllo” ad una visione “pro-attiva” del proprio operato. Ridurre la complessità burocratica e introdurre una differente coscienza del ruolo amministrativo dovrebbe essere un obiettivo prioritario per l’università.

L’unica alternativa non può infatti diventare l’esternalizzazione (attraverso consorzi o altre forme private) di quella che comunque è, e deve rimanere, la terza funzione dell’università, integrata il più possibile con lo sviluppo delle capacità didattiche e di ricerca. In questo, la compenetrazione delle risorse universitarie con figure professionali qualificate, anche esterne agli atenei, diventa fondamentale per la disseminazione sul territorio dei risultati e delle potenzialità offerte dalla ricerca.

Infine, per ciò che riguarda il terzo punto, l’analisi dei rapporti “spontanei” che già legano l’università con le imprese e gli altri attori dei sistemi di produzione locale costituisce un importante bacino di potenzialità da sfruttare. In passato si è spesso pensato alle relazioni università-industria come ad un dialogo preferenziale di alcuni professori o ricercatori universitari con le imprese, o come ad un percorso che solo alcuni dei settori disciplinari potessero intraprendere. Ad oggi, risulta sempre più evidente che queste limitazioni non sono il vero problema. In realtà la questione cruciale per l’università è principalmente la mancanza di una “cultura” dello scambio di conoscenze coi sistemi produttivi e territoriali. E’ sulla diffusione di questa “cultura” che la stessa amministrazione universitaria dovrebbe, in un futuro molto prossimo, investire.

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