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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Rapporto Isfol su formzione e occupabilità
di
Patrizia Dandolo
,
Dipartimento Formazione Ricerca CGIL
La recente indagine ISFOL su Alta formazione e occupabilità nel Mezzogiorno (PON ricerca 2000-2006) analizza e valuta, in termini non solo quantitativi ma anche qualitativi, l’efficacia dell’inserimento lavorativo a 18 mesi dalla conclusione dei percorsi di alta formazione. L’indagine approfondisce la lettura dei dati anche in merito al tema della partecipazione di genere.
L’investimento nel nostro Paese in istruzione terziaria risente di un sistema economico-produttivo che dimostra uno scarso interesse verso la valorizzazione e la qualificazione della forza lavoro: in Italia la quota di laureati è inferiore a quella degli altri paesi ad economia avanzata, così come inferiore è il loro salario. Nel nostro Paese le prospettive occupazionali dei laureati non sono sostanzialmente diverse da quelle dei diplomati, e, ad eccezione delle discipline mediche, il 50% dei laureati a tre anni dall’acquisizione del titolo di studio dichiara di svolgere un lavoro che non richiede la laurea conseguita.
Rispetto a dottorati, master e formazione post laurea, la banca dati del MIUR registra un aumento degli iscritti (nel 2005-2006 le iscrizioni sono quasi raddoppiate), in medicina e in discipline umanistiche e fisica, con una prevalenza della componente femminile. Si evidenzia, però,come la spesa italiana in R&S, nonostante un lieve incremento nel triennio 2002 -2005, è nettamente al di sotto della media europea e come la situazione meridionale sia maggiormente più critica. Il settore privato gioca un ruolo ancora modesto in R&S e l’università è il canale che assorbe la maggioranza dei ricercatori. Va, inoltre, aggiunto che la domanda di personale con titolo post laurea nel 2007 è stata molto marginale (6% del totale delle assunzioni).
DOTTORATI DI RICERCA
L’inserimento lavorativo delle donne meridionali in alta formazione (dottorati di ricerca in cui si conferma il maggior tasso di riuscita femminile rispetto a quella maschile) migliora rispetto al passato, riducendo il gap di genere dai 12 punti percentuali precedenti ai 6 attuali, ma si evidenziano ancora differenze regionali riferite alle condizioni dei mercati di lavoro territoriali. La Calabria risulta essere la regione con il miglior tasso di occupate a 18 mesi dalla conclusione del dottorato (95,8%), seguono Sardegna, Puglia e Campania. L’inserimento più basso è nel mercato del lavoro Lucano dove risulta occupata meno di una donna su due (46,7%). Si evidenzia, peraltro, come il livello occupazionale diminuisca in corrispondenza della fascia di età 30-39 anni a dimostrazione delle difficoltà di conciliazione tra carichi di lavoro e di famiglia. In particolare l’11% del campione femminile è alla ricerca di un nuovo lavoro e il 5,6% si dichiara inattiva. Il divario occupazionale aumenta al crescere del numero dei figli (16,2% alla ricerca di un nuovo lavoro e 8,2% inattive).
Emerge, dai dati, come l’occupazione sia condizionata anche dall’età dei figli: la rinuncia al lavoro è massima in corrispondenza dei primi due anni di età dei figli a conferma dell’inadeguatezza delle nostre politiche di conciliazione e di welfare a cui le donne del mezzogiorno rispondono con un forte ricorso alla rete parentale; diversamente non rimane loro che abbandonare la ricerca del lavoro. I problemi di conciliazione portano le donne in alta formazione a dover posticipare la maternità e a ricorrere al part-time: è del 13,1% il lavoro part-time per le donne con figli rispetto al 9,9% di quelle senza. Il lavoro part-time accentua la precarietà dell’occupazione, portando una diminuzione della stabilità contrattuale e lo sconfinamento in settori ad alta femminilizzazione (3 donne parttime su 4 lavorano nel settore dell’istruzione).
Lo sbocco lavorativo si conferma quello universitario con una presenza maggiore di donne nel settore della ricerca (51,4% nell’università, 8% in più rispetto agli uomini, e 9,8% negli istituti di ricerca). Le donne, quindi, si occupano prevalentemente in settori meno retribuiti, con forme contrattuali più precarie (atipiche il 70% delle donne occupate nelle università e il 65% negli enti di ricerca).
I settori di attività sono il sanitario e assistenza, istruzione, ricerca e sviluppo. Il settore scientifico è quello in cui maggiormente si sente il divario di genere. Se si analizzano fra loro gli stipendi , quelli delle atipiche sono inferiori rispetto a quelli delle colleghe con contratto alle dipendenze. Inoltre, mentre il reddito per un uomo è di circa 1450 € , per le donne è di circa 1.050 € mensili. In rapporto all’età migliorano le condizioni occupazionali soprattutto per le giovani nei settori scientifici hard, mentre ad un aumento dell’età anagrafica corrisponde una maggiore permanenza nei settori tradizionalmente femminili.
CORSI POST LAUREA
La presenza femminile nei percorsi post laurea è molto alta (73,8%), questo perché la misura III.6 del PON Ricerca è una misura esclusivamente rivolta a favorire la partecipazione femminile nel mercato del lavoro. Va, inoltre, ricordato che la tipologia dei formati post laurea finanziati dal PON Ricerca è molto eterogenea sia per caratteristiche socio-demografiche che per esperienza formativa e professionale. Marcate sono le differenze di genere in termini occupazionali (a 18 mesi risulta occupato l’80,7% degli uomini contro il 64,1% delle donne). A livello territoriale il divario di genere più elevato è riscontrabile in Basilicata e Campania, mentre in Sardegna risultano occupate 71 donne su 100.
La condizione occupazionale delle donne formate è correlata all’età: le donne over 40, con maggiori carichi familiari, sono le più colpite nell’inserimento lavorativo (37% in cerca di lavoro contro il 22% delle giovani formate). Una donna su tre ha un contratto a part-time scelto non per esigenza di conciliazione ma perché unica offerta del mercato del lavoro. La negatività prosegue anche per i contratti che sono maggiormente atipici (37% contro il 19,4% degli uomini formati) e che hanno durata nel 57% dei casi non superiore ai 12 mesi. Le donne risultano essere maggiormente occupate nella PA (13,7%), nell’università (12,8%) e negli istituti scolastici (11,2%), mentre sono sottorappresentate nei settori scientifici come ingegneria (solo il 13% contro il 30% degli uomini). Inferiore è anche, rispetto a quello maschile, l’inserimento lavorativo delle formate nelle aziende private (42% contro il 61% maschile).
MASTER
Nella misura III.4 del PON Ricerca rientrano i corsi post laurea professionalizzanti (Master) di alta formazione frequentati in misura maggiore da donne giovani su cui incide meno il carico familiare. In questa misura i risultati occupazionali femminili sono i migliori (a 18 mesi si occupa il 70% delle formate contro la media totale delle varie misure che è di 64 donne su 100).Per le formate di questa misura aumenta il lavoro alle dipendenze e nel settore privato (47% mentre si dimezza la % di donne occupate negli istituti scolastici) e diminuisce il lavoro atipico, che risulta però maggiore di quello maschile. Quasi il 23% (la media delle misure è il 19%) ha un contratto a tempo indeterminato, mentre nel lavoro atipico aumenta la durata del contratto che supera i 12 mesi. In riferimento ai settori si riscontra un miglioramento occupazionale rispetto alle altre misure anche per il settore scientifico (si riducono le differenze di genere nei settori ingegneria-informatica e scienze matematiche e fisiche).
MISURA III.6
La misura III.6 del PON Ricerca prevede percorsi professionalizzanti per l’inserimento in strutture di ricerca pubbliche e private specificamente per donne giovani disoccupate o in cerca di prima occupazione, donne in possesso di lauree deboli e azioni di formazione-intervento per l’imprenditoria femminile per donne con esperienze di lavoro. Questa misura è prevalentemente utilizzata da donne di età adulta. I risultati sono positivi (+20%) in termini di partecipazione al mercato del lavoro, ma confermano le maggiori criticità del genere soprattutto per le donne in possesso di lauree deboli. Sebbene in questa misura si dimezzi la quota di donne in cerca di prima occupazione, questa permane, comunque, alta (18,3% contro il 37,45%). La maggior parte delle donne occupate ha un lavoro atipico (42,7%) e la dimensione temporale non è solo relativa alla durata contrattuale ma anche al numero di ore lavorate. Solo il 15,9% delle donne ha un lavoro autonomo, sebbene la linea sia dedicata all’imprenditorialità femminile. Bassi risultano essere i livelli di reddito (1050€ ) che si elevano a 1450 € mese solo nel 4,25% dei casi. Il settore di maggior impiego risulta essere quello dell’istruzione, mentre la ricerca e lo sviluppo riguarda solo il 6,6% delle occupate. Il principale sbocco professionale per le formate in questa misura è l’azienda privata.
CONCLUSIONI
L’analisi non fa che evidenziare come retaggi culturali sui ruoli maschili e femminili e la mancata condivisione delle responsabilità di cura da parte degli uomini ( il permesso di paternità non è obbligatorio per legge!) siano ancora molto forti e condizionanti nel nostro Paese , e come un alto livello di istruzione non elimina la segregazione di genere. Tutto questo porta, anche in presenza di misure formative mirate allo specifico target, alla ghettizzazione delle donne nel mercato del lavoro, nella prospettiva di carriera, nella stabilità dei percorsi professionali e nello sviluppo della retribuzione. E’ indubbio come ci sia necessità di assicurare sinergia e complementarietà tra politiche formative e politiche economiche-sociali.
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