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Scheda sull'Open Innovation
a cura della Redazione AISLo
A Napoli è nata e si è insediata presso la sede de Il Denaro la nuova associazione NOI (Napoli Open Innovation). Animatori di questa nuova iniziativa tesa a diffondere la cultura dell'innovazione tra le imprese e le istituzioni territoriali sono il prof. Amedeo Lepore (Università di Bari) e Costantino Formica (Cesvitec), in stretto collegamento con le attività a livello globbale di Alexander Orlando e della prestigiosa rete di InnoCrowding.
Il termine “Open innovation” nasce nel 2003; l'autore è Henry Chesbrough, professore e direttore esecutivo del "Center for Open Innovation at Berkeley". Egli scrive un libro con un titolo "Open innovation: the new imperative for creating and profiting from technology". La sua definizione è: “un paradigma che afferma che le imprese possono e debbono fare ricorso ad idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati, se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche” (“a paradigm that assumes firms can and should use external ideas as well as internal ideas, and internal and external paths to market, as the firms look to advance their technology.”).
L'idea centrale di questo concetto è che, in un mondo come quello attuale dove la conoscenza viene largamente diffusa e distribuita, le aziende non possono pensare di basarsi solo sui propri centri ricerca interni, ma dovrebbero invece comprare o concedere in licenza le innovazioni (per esempio con i brevetti) attraverso scambi con le altre aziende.
Inoltre, le invenzioni sviluppate internamente ma non utilizzate nel proprio business dovrebbero essere date all'esterno (attraverso contratti di licenza, joint ventures, spin-offs). Al contrario, il modello "Closed Innovation" si riferisce ad un processo che limita l'utilizzo della conoscenza interna entro le mura dell'azienda e non favorisce l'utilizzo della conoscenza esterna. Prima della Seconda Guerra Mondiale, il modello Closed Innovation era il paradigma utilizzato nella maggior parte delle aziende. Le aziende maggiormente innovative mantenevano un elevato livello di segretezza sulle loro scoperte e non cercavano di reperire e/o assimilare informazioni esterne ai loro laboratori di Ricerca e Sviluppo.
Negli ultimi anni però vi è stato un significativo sviluppo della tecnologia e della società che ha facilitato moltissimo la diffusione delle informazioni (in particolare i sistemi di comunicazione ed internet). Al giorno d'oggi le informazioni possono essere trasferite in modo talmente facile che sembra impossibile bloccarle. In questo contesto il modello Open Innovation statuisce che, nel momento in cui le aziende non possono bloccare questi flussi di informazioni, devono capire come utilizzare tutto questo a loro vantaggio. Diventa focale per le aziende capire quali informazioni esterne portare al proprio interno e quali informazioni interne cedere all'esterno.
Nonostante la somiglianza del nome, Open Innovation ha poco in comune con l'Open Source che enfatizza lo scambio e non la vendita o la concessione in licenza delle innovazioni.
Le aziende che promuovono l'Open Innovation sono in continua, costante crescita; tra queste si annoverano nomi del calibro di Procter & Gamble, Spigit, IBM, Xerox, 3M, Google, Unilever, Lego, Philips, Braun, Daimler Chrysler, Electrolux, Swarovskj, Basf, Danfoss, Reckit Benckiser, Elektro-Werk, Alcatel, Ryan Air.
Quello dell’open innovation è un approccio moderno sicuramente coraggioso: si tratta di stimolare le aziende a ricercare le migliori competenze possibili che sono nel mondo e che utilizzino i cosiddetti network sociali, per cercare soluzioni ai problemi di innovazione, di crescita e di competitività e di scovare ricercatori, cittadini, professori universitari, accademici che siano in grado di affrontare e di risolvere il problema dell'azienda. Insomma, le soluzioni possono arrivare da fonti esterne, assolutamente inaspettate. Questo impatta con la delicata questione della proprietà intellettuale, dei brevetti.
Occorre, in prospettiva, ricercare un equilibrio più avanzato tra la tutela della proprietà intellettuale e quella dell' innovazione. Questa metodologia può contribuire a ridurre i costi della ricerca. Ciò è fondamentale soprattutto per le piccole imprese le quali hanno oggi grandi difficoltà di accesso alle fonti finanziarie. Questa modalità, dunque, può ridurre i costi dell’innovazione e avvicinare le piccole imprese al mondo degli innovatori, dei solutori di problemi tecnologici in qualsiasi posto essi siano, grazie ad un approccio veloce e moderno.
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