Un sistema integrato tra formazione e istruzione

di Pasquale Iorio - Vice Presidente AISLo
In questa fase di transizione il tema della formazione è scomparso dall’agenda politica ed istituzionale. Tocca agli attori sociali, al mondo del sapere e dell’associazionismo rilanciare l’attenzione su uno dei temi strategici dello sviluppo e delle politiche di coesione sociale, con il contributo degli organi di comunicazione.
Si può prendere spunto da alcuni interventi pubblicati di recente da operatori del settore (come Francesco Girardi e Gargiulo, dalla prof.ssa Luigia Melillo e altri).

Va dato atto che negli ultimi dieci anni a livello regionale è stato fatto un importante lavoro di pulizia e trasparenza in tutto il campo dell’offerta formativa, non solo con l’accreditamento ma anche grazie ad una azione di riqualificazione da parte dei servizi e delle competenze offerte dagli enti attivi dell’offerta formativa. L’altro dato da sottolineare riguarda il fatto che la nostra Regione si è dotata di normative che regolano tutto il sistema della formazione e delle politiche attive del lavoro, le quali sono ancora tutte sulla carta, vanno rese operative e incidenti sui processi economici e produttivi campani.

Nell’intervento di Girardi (ma anche altri) va sottolineato un limite culturale di fondo, che ancora condiziona larga parte degli operatori non solo istituzionali ma anche sociali: quello di non aver compreso ancora fino in fondo il senso dei nuovi indirizzi comunitari indicati dalla cosiddetta “strategia di Lisbona”. Per realizzare la società della conoscenza non è più possibile ragionare in modo separato di formazione professionale. Occorre avere la capacità di costruire un “sistema integrato della formazione e dell’istruzione”. In poche parole bisogna lavorare alla costruzione di nuove opportunità di apprendimento permanente (in Europa dicono di lifelong learning) lungo tutto il corso della vita.

Su questo punto in Campania siamo ancora molto in ritardo. Basti considerare il fatto che nell’assetto regionale, pur avendo un assessorato che accorpa tutte le competenze, i vari settori continuano a muoversi come compartimenti stagni. Finora è mancata una visione d’insieme tra formazione continua, istruzione ed educazione degli adulti (per non parlare dell’alta formazione), in stretto raccordo con il mercato del lavoro e le politiche di coesione sociale.

E su questo devo testimoniare personalmente (nel ruolo che rivestivo in quel periodo di Vice Presidente dell’OBR Campania) che non sono state colte alcune sperimentazioni avviate in modo originale, grazie anche all’apporto ed alla spinta delle forze sociali e produttive. Mi riferisco all’innovativo accordo sottoscritto nel 2006 (il primo in Italia, poi replicato in molte altre regioni) tra Assessorato, Confindustria e sindacati con Fondimpresa per avviare politiche di collaborazione e di promozione delle risorse pubbliche e private (fondi interprofessionali) nel campo della formazione continua. Pur avendo stanziato delle risorse, quell’accordo è rimasto nel cassetto per responsabilità di chi doveva gestirlo.

Un altro aspetto è rimasto sotto tono nei contributi precedenti: quello della verifica e valutazione dell’efficacia delle risorse investite in materia di formazione e politiche attive del lavoro. Se da un lato si è fatto pulizia e trasparenza nel settore con l’accreditamento; dall’altro va detto che mancano ancora misure moderne per monitorare e valutare la ricaduta sociale delle attività svolte. Ancora siamo in carenza di strumenti in grado di collegare i piani formativi finanziati alle esigenze ed ai fabbisogni del mondo delle imprese e del sociale. Su questo vi è stata una forte spinta del mondo del lavoro e delle imprese, senza una adeguata risposta.

L’altro elemento di debolezza (su cui si è cominciato a lavorare) riguarda le politiche dell’orientamento,non solo scolastico ma anche lavorativo. Per ritornare alla metafora dei draghi, è proprio vero quello che afferma Girardi: ma prima di riferirsi alle imprese e al mondo del lavoro, farebbe bene a riflettere sui limiti di competenze di chi ha gestito il settore.

Per colmare questa lacuna bisogna fare attenzione a quello che sta succedendo in altre regioni italiane. In particolar modo di studiare a approfondire altre realtà, come quelle della Spagna e del Portogallo (per non parlare dei Paesi più avanzati del Centro-nord Europa), dove abbiamo potuto modo di verificare e toccare con mano i passi da gigante realizzati in pochi anni: in questi Paesi – che finora erano più arretrati del nostro - vi è stata una forte capacità di innovazione, con il pieno coinvolgimento degli attori sociali ed istituzionali.

Non si tratta di copiare modelli, ma di fare tesoro delle buone pratiche. Infatti,il loro sistema si fonda su alcuni capisaldi: forte integrazione e flessibilità nelle procedure; capacità di fare rete tra gli attori sociali ed istituzionali nonché di promuovere la coesione sociale; concertazione e consultazione permanente del mondo delle imprese e del lavoro nel definire i contenuti ed anche i cambiamenti necessari.

In particolare dalla esperienza portoghese (un paese dalla dimensione abitativa di poco superiore a quella campana) si può prendere esempio per la costruzione di un vero ed efficace sistema integrato dell’educazione e formazione continua. Su questo obiettivo possono dare un contributo notevole il sistema delle imprese e del sindacato, il mondo della bilateralità (molto attivo nella nostra regione, a partire da politiche di integrazione con i fondi interprofessionali); la rete delle scuole e delle università (impegnate in importanti progetti per azioni di sistema a favore dell’apprendimento permanente sul territorio); il terzo settore ed i centri più qualificati di formazione professionale. Per questa via si possono rilanciare gli obiettivi delle Linee Guida Regionali per l’EDA (una delle poche esperienze avanzate in Italia, insieme con quella dei Circoli di Studio in Toscana) e dei progetti “scuole aperte” per una cultura della legalità e della cittadinanza.
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