Un progetto di futuro per una visione alta dello sviluppo

Intervento di Luigi Nicolais, ex Ministro Riforma ed Innovazione, all'Incontro AISLo "Ripensare approcci, temi, priorità per lo sviluppo" - Bari, 14 Marzo 2008
L’esperienza di governo centrale dell’innovazione e della Pubblica Amministrazione mi ha confermato in alcuni miei convincimenti, maturati negli anni al servizio del governo regionale campano: in particolare per quanto concerne le mie idee sullo sviluppo locale. La prospettiva centrale, per certi versi “meta-territoriale” che si acquisisce da Roma rende più nitide alcune considerazioni circa l’esigenza improcrastinabile di un nuovo slancio per le politiche di sviluppo locale, che sono a mio avviso fondamentali per permettere il rilancio del Paese nel suo complesso.

L’attualità ci costringe a riflettere su una situazione di incertezza sulla crescita economica dell’Italia, per alcuni versi determinata da fattori esogeni quali l’andamento dei mercati mondiali dei combustibili, ma per altri legata a debolezze strutturali del nostro sistema e – io direi – del nostro modo di affrontare i nodi dello sviluppo attraverso una gestione “moderna della complessità”. Una gestione che richiede, però, una visione. E la visione è che ciò che occorre al Paese per cambiare rotta e soprattutto velocità, è la capacità di apprezzare e sfruttare al meglio la sua principale ricchezza, il suo fondamentale punto di forza: cioè la presenza di capitale umano altamente qualificato, di giovani ad elevato tasso di scolarizzazione, di numerose competenze nel mondo della ricerca.

È questo il modello su cui dobbiamo puntare: un modello che vede nella conoscenza il punto di forza per il rilancio, per lo sviluppo, per il recupero di competitività su scala nazionale ed internazionale. Dunque, queste sono le sfide che ci stanno dinanzi e che è possibile affrontare e vincere solo in un’ottica di gestione sistemica della complessità. La qualificazione del capitale umano, la diffusione della conoscenza, la riconversione del sistema produttivo, la modernizzazione della PA, il riconoscimento di un nuovo ruolo alle città, la governance orizzontale e verticale degli interventi di politica industriale ed economica.

Trasversalmente, tutte queste sfide comportano che le si affronti tenendo bene a mente due criteri ed un fattore. I due criteri sono quelli della trasparenza e del merito. Sono le parole d’ordine che nel mio operato di ministro ho indicato quali bussole dell’azione dell’Amministrazione Pubblica e che informano i provvedimenti che ho emanato per determinare la nascita di una nuova PA. Trasparenza e merito sono alla base del concetto di società moderna, alla base di un modo nuovo - necessario e improcrastinabile – di concepire non solo la progressione sociale, ma in generale lo sviluppo economico che parte invariabilmente dai territori. Il fattore che attraversa quelle sfide, che le determina e le condiziona, è invece l’innovazione. Lo strumento stesso di un nuovo sviluppo e dell’elaborazione di un progetto di futuro. Se quelle sono le sfide e questi gli strumenti per affrontarle e – io credo – vincerle, occorre forse fare chiarezza proprio sul progetto.

L’obiettivo è quello da riallineare l’Italia ai Paesi più avanzati, colmando il gap di competitività, di intraprendenza, i divari dimensionali, le lacune infrastrutturali. Per questi motivi, diventa così critico e urgente mettere in atto politiche ispirate alla rilevanza dell’innovazione e della conoscenza. Occorre però che gli interventi di regolazione realizzati a livello centrale da un lato si inseriscano nel solco delle priorità e delle opportunità previste in sede comunitaria dalla riforma dei Fondi strutturali e dalla politica a favore della ricerca (7° Programma Quadro, Programma Competitività e Innovazione,…); dall’altro, vengano integrati con misure di carattere regionale o interregionale a sostegno delle specifiche esigenze dei territori.

Dobbiamo elaborare e mettere in atto progetti in grado di cambiare il volto del Paese nell’arco di un quinquennio: per fare questo, non dobbiamo essere legati alle contingenze attuali, piuttosto capaci di realizzare una progettualità che abbia una vision chiara sullo scenario di qui a cinque anni. Alcune politiche di ampio respiro sono state avviate nell’ultimo biennio, a livello centrale: penso alle liberalizzazioni, alla riforma del regime degli incentivi, a quella della PA, a quella del welfare. Molto resta ancora da fare. Penso alle infrastrutture materiali, le strade e le ferrovie, i porti e gli aeroporti. Nel Sud, accanto ad eccellenze riconosciute (Taranto e Gioia Tauro, i nuovissimi aeroporti di Bari e Brindisi) ancora, purtroppo, ci si confronta con le difficoltà di collegare il Tirreno all’Adriatico e al mondo. Il progetto del Sud come grande piattaforma logistica per l’Oriente va perseguito con sempre maggior forza e in tempi rapidissimi, prima che il traffico merci da e per l’Oriente riconosca in Valencia o in Marsiglia gli unici hub del Mediterraneo.

E occorre interconnettere queste rotte con quelle che collegano il Mediterraneo al nord Europa: dunque potenziare i trasporti su rotaia e le autostrade del mare. Resta da compiere il potenziamento del tessuto imprenditoriale, da incentivarne l’incremento della dimensione media, da tutelare a fondo le compatibilità ambientali e paesaggistiche in modo da non frenare la crescita, da completare la trasformazione complessiva del modello produttivo: da quello basato principalmente sui settori tradizionali ad uno basato sullo sviluppo di filiere ad alta tecnologia e sull’innovazione dei sistemi produttivi tradizionali attraverso il ricorso massiccio all’ICT. Resta da intervenire in maniera più importante per consolidare il ruolo delle città come centri di aggregazione di conoscenze, competenze, capacità di interazione tra gli attori dell’innovazione, centri di produzione e diffusione del sapere, tra loro in rete.

Gli interventi a favore delle grandi metropoli sono l’inizio di una politica di sostegno alle città e alle loro infrastrutture “abilitanti”, senza le quali l’ossatura stessa del Paese risulterebbe debole e fortemente sottosviluppata. I territori rappresentano un terreno importante di sperimentazione di buone pratiche anche in questo ambito. Prendo spunto dall’emergenza ambientale che affligge la mia regione, la Campania, per aggiungere anche che proprio l’esperienza terribile di questi mesi – tanto “enorme” da assurgere a paradigma nazionale – è un banco di prova altrettanto forte della gestione multilivello della crisi. Il nostro obiettivo di sistema deve essere quello di ripristinare condizioni di gestione “ordinaria” del problema ambientale nel più breve tempo possibile, avviando da subito, però, politiche integrate che mettano a regime protocolli di intervento sempre più allineati con le previsioni normative europee e nazionali.

Un progetto di futuro, una visione “alta” dello sviluppo possibile si basa necessariamente sulla capacità del Paese di trattenere i propri talenti. E’ su questo stiamo giocando la vera sfida della modernizzazione e dell’emancipazione. Ed è in questo che occorre uno sforzo supplementare e coordinato tra centro e periferia, tra governo e regioni. E’ quello che si sta perseguendo, sperimentando politiche che premiano il merito: anche in questo caso, tra l’altro, esperienze di alcuni territori hanno tracciato la strada per iniziative del Governo centrale (penso alla Puglia, che ha lanciato il Contratto Etico, per cui i giovani laureati ricevono dalla Regione un finanziamento totale per frequentare un master fuori regione, con l’impegno di “tornare a casa” alla fine e spendere nel proprio territorio le competenze acquisite).

La priorità assoluta va data al potenziamento della filiera della conoscenza. Se oggi scontiamo una debolezza strutturale della classe dirigente è perché le ultime generazioni non hanno beneficiato di politiche coordinate che ne incrementassero i livelli medi di apprendimento e la necessaria consuetudine con le discipline scientifiche. Necessaria perché lo sviluppo tecnologico in gran parte deriva dalla ricerca di frontiera condotta in questi ambiti.

Aumentare drasticamente il numero dei laureati, dei dottori di ricerca, dei ricercatori; fertilizzare con le loro competenze non solo le istituzioni della ricerca, ma anche, fortemente, il tessuto imprenditoriale e l’alta amministrazione; diffondere i meccanismi dell’innovazione; connettere le diverse competenze in reti; potenziare le relazioni tra domanda e offerta di innovazione; stimolare l’impresa agevolandone i comportamenti innovativi e i rapporti con l’Amministrazione Pubblica; rendere i cittadini capaci di interagire rapidamente con la PA, di richiedere nuovi servizi sempre più evoluti e disegnati su una società in costante mutamento.

Il successo di un progetto di futuro che si basi su queste priorità, appena accennate, consiste tutto nella capacità che avremo di tessere reti tra soggetti, di innovare i processi decisionali e di governare la trasformazione, in un contesto che cambia continuamente.
Solo la capacità di condividere un processo così ampio e complesso potrà permetterci di raggiungere obiettivi tanto ambiziosi.



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