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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Università e formazione continua
a cura di
Giovanni De Falco
,
Presidente Ires Campania
Nel bellissimo scenario di Villa dei Papi, in Benevento, si è svolto un workshop su
“Il ruolo delle Università nel
Mezzogiorno a sostegno della formazione continua dei lavoratori”
organizzato dall’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori (Isfol), protagoniste le Università (di Firenze, di Roma tre, di Napoli “L’Orientale”, del Sannio, di Salerno, di Napoli “Parthenope”, di Napoli II Università, di Foggia, di Lecce, di Catanzaro “Magnia Graecia”, di Reggio Calabria “Mediterranea”, di Catania, di Messina, di Palermo, della Basilicata ed il consorzio CoInFo oltre all’ente bilaterale OBR Campania e all’Ires Campania).
La nostra partecipazione si collocava nell’ambito di proposte e riflessioni per il Laboratorio Interuniversitario sulla formazione continua, sulla possibilità, cioè, di realizzare una “rete” di collaborazioni territoriali tra università ed altri soggetti.
Man mano che si sviluppavano i lavori del workshop, con la presentazione di varie esperienze ed una serie di proposte per lo sviluppo di una offerta di Lifelong learning orientata allo sviluppo di politiche formative degli adulti, andavo sempre più convincendomi che i lavori erano permeati da una certa confusione ed ambiguità.
Nonostante il tema fosse così ben posto, pretendendo un percorso di ragionamenti puntuali e precisi riferiti al contesto del mercato del lavoro, delle competenze, dello sviluppo professionale… ho ricavato l’impressione, invece, di assistere ad una discussione rituale e fortemente autoreferenziale con accenni ad “aperture”, seppure confuse, al sistema della formazione professionale ma ben poco coerenti con il tema.
Sono anni che mi occupo dei temi di politica formativa e di mercato del lavoro; per ben dieci anni ho lavorato nel mondo della formazione professionale (nel gruppo IRI), per due anni ho fatto parte del Consiglio scolastico provinciale, per altri due anni del Consiglio di amministrazione del Centro di formazione per maestranze edili e, per finire, per tre anni ho svolto attività di assistenza e ricerca all’università. A completare questo percorso, lavoro da tredici anni all’Ires Campania per la realizzazione di attività di ricerca nel campo dell’economia e della società. Posso, a ben guardare, dire due o tre cose che “so di loro”.
La formazione professionale sono anni, ormai, che ha trasformato, o per meglio dire, è stata costretta a trasformare il suo mandato. Sono stato testimone di questa trasformazione: fino alla metà degli anni ’70 (in coincidenza con le ripercussioni della grande crisi energetica) le attività hanno contribuito a sostenere un sistema lavoro (imprese, organizzazioni, lavori, professioni) che ha proiettato l’Italia ai primi posti tra i Paesi più industrializzati al mondo, per numero, dimensione e qualità delle risorse; immediatamente dopo, in assenze di chiare scelte di politica industriale sui settori maturi da abbandonare immediatamente o da “accompagnare” con politiche di riconversione o di scelte delle attività strategiche su cui investire, la formazione è diventata “altro” sostituendosi ad un welfare imperfetto: l’alternativa alle procedure di licenziamento o di messa in mobilità o in cassa integrazioni guadagni straordinaria.
Questa trasformazione, questo nuovo ‘mandato’, nella generalità dei casi, si è protratta nel tempo fino ai nostri giorni. In più, ed in peggio, la formazione professionale è diventata, per certi versi, un ‘affare’ per chi la fa rispetto alla grande mole di finanziamenti comunitari. La formazione professionale oggi serve prevalentemente a sostenere il “sistema formazione” (società, agenzie, tutor, formatori…) non già imprese e lavoratori che, invece, dovrebbero formalmente usufruirne.
Soltanto così sono spiegabili i dati sullo sviluppo e la ricchezza dei territori misurabili attraverso un progressivo ed inarrestabile (sembra) calo del PIL totale e del PIL pro-capite (-20% rispetto al Nord del Paese e -40% rispetto ai Paesi dell’Unione) o la sempre più evidente incapacità di competere sui mercati internazionali delle nostre imprese.
Riprendiamo, però, l’argomento Università – formazione continua dei lavoratori. È del tutto evidente che questo rapporto può realizzarsi soltanto attraverso una fattiva collaborazione tra Università ed imprese. Già, ma quali?
Per restare in Campania il 92% delle imprese sono dimensionalmente Piccole e Medie, e di esse ben l’85% impegna, mediamente, 4 addetti. Ci troviamo di fronte un sistema che qualcuno, improvvido, battezzò con la frase «piccolo è bello», può anche darsi che in una dimensione economica ‘provincialmente’ locale lo fosse ma in un sistema economico internazionale, o come oggi si usa dire “globale”, il piccolo è ‘piccolo e basta’, incapace di impegnare capitali per il rinnovo delle tecnologie produttive, l’organizzazione del lavoro (non possono, per esempio, investire in formazione professionale!), il prodotto.
La partecipazione ai programmi di attività Università – Impresa restano affidati alla sensibilità ed alla buona volontà di alcuni, singoli, docenti che hanno la ventura, o la fortuna, di conoscere alcuni, singoli, imprenditori che in un primo momento “fidandosi” dei rapporti interpersonali con i docenti accettano di partecipare alle attività e che poi, in un secondo momento - se ne ricavano un qualche vantaggio - dimostrano una certa sensibilità ed un qualche interesse alla partecipazione a successive azioni. Il rapporto, inoltre, viene mediato, spesso, da alcune ambigue figure classificate come ‘consulenti del lavoro’, generalmente fiscalisti, ragionieri e avvocatucoli vari che curano gli ‘interessi’ di piccole e piccolissime imprese Non esiste, dunque, un “sistema” a supporto di questi processi né nelle Università, né nel tessuto imprenditoriale. Salvo casi sporadici: è l’eccezione, infatti, che fa la regola.
Quale interesse può venire dal lavoratore a partecipare ad attività formative per sostenere i suoi processi professionali se nel contesto lavorativo, in nessun modo (nè professionale né salariale), potrà vedersi riconosciuti i crediti acquisiti? Partecipare ad attività di formazione superiore significa ampliare, rafforzare ed acquisire ‘competenze’, magari partecipando anche soltanto ad un modulo didattico.
Ma nell’ottica dei percorsi didattici e dell’offerta formativa già questo rappresenta un problema perché l’ordinamento e l’organizzazione universitaria non sempre è disponibile a ‘certificare’ questi mini percorsi e, dall’altra parte, il sistema lavoro (le imprese) non intende in alcun modo procedere al riconoscimento di quello che si definirebbe “credito professionale”.
Viene a mancare, in questo modo, una possibilità di arricchimento e sviluppo delle competenze capaci di dare nuovi impulsi ai processi di sviluppo e di innovazione locali.
Nel corso dei lavori alcuni hanno fatto riferimento al mercato formativo locale, al sistema di imprese impegnate nelle attività di formazione professionale (un centinaio in Basilicata, poco più che cinquecento in Campania) accennando ad una qualche preoccupazione per la concorrenza che queste strutture potrebbero esercitare rispetto all’offerta dell’università. Questa affermazione mi ha fortemente preoccupato, ma allora l’università pensa di invadere il campo dell’attuale offerta formativa? Quella generalista e senza qualità alla quale accennavamo in apertura di questo articolo?
Io credo che non sia questo il piano del confronto, partecipando a questo importante appuntamento ho sempre, ed esclusivamente, pensato all’offerta formativa universitaria in termini di ‘alta’ o ‘altissima formazione’ non certo a quella scadente ed improduttiva offerta oggi dal settore, a meno che qualcuno non pensi di provvedere per altra via al recupero di quelle risorse progressivamente ridotte dal Governo. Ma tutto questo, però, è un’altra storia.
Vado, infine, convincendomi che in queste vicende le responsabilità sindacali siano sempre più evidenti. Manca, a mio parere, la capacità di contrattare efficacemente le politiche formative e, inoltre, una visione di sviluppo delle carriere attraverso l’acquisizione progressiva di ‘competenze’ in un circuito, appunto, di crescita professionale garantita da questo sistema. Ho l’impressione che siano ancora in molti a pensare la contrattazione delle crescite professionali esclusivamente basate sugli antichi e, in molti casi superati, mansionari.
Un’ultima osservazione. Ai lavori era prevista la partecipazione dell’Assessorato alle politiche de Lavoro e della Formazione della Regione Campania ed il Ministero della Università e della Ricerca scientifica, ambedue assenti. Anche questo ha un suo significato.
Credo, dunque, che questa giornata di attività abbia ulteriormente confermato, allo scrivente, la necessità di perseguire percorsi di innovazione nei processi della formazione professionale per i lavoratori anche nelle forme limitate della partecipazione a singole attività sperimentali ed in grado di mettere a punto un sistema di buone pratiche che, al momento purtroppo, mi pare non esserci.
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