1. UNIVERSITÀ FABBRICA DEI SAPERI E NON SUPERMERCATO DI ABILITÀ
Il primo essenziale ruolo dell’Università è quello di fertilizzare il territorio, formando cittadini all’altezza della complessità delle moderne società, sia per cultura che per competenze, cittadini in grado di comprendere e governare le profonde e rapide trasformazioni tecniche, strutturali, sociali, etiche e politiche che li vedono coinvolti.
Di Vittorio affermava negli anni cinquanta che l’innalzamento della cultura popolare è strumento non solo di liberazione spirituale (cioè dall’ignoranza, dalla superstizione, dai pregiudizi), ma anche di liberazione da miseria, arretratezza e povertà.
La Campania ha un’antica tradizione in tal senso. Parmenide e Zenone furono, infatti, allievi della Scuola eleatica, fondata da Xenofane nell’odierna Velia in Cilento nel V secolo a.C. e Federico II nel 1224, nell’atto istitutivo dell’Università di Napoli che oggi porta il suo nome, scrisse che il nobile possesso della Scienza non deperisce se sparsa tra molti, anzi tanto più vive nei tempi, quanto più con la divulgazione diffonde la sua fecondità.
Il Prof. Tosi, Presidente della CRUI nel 2004, ha affermato che le aule e i laboratori universitari sono luoghi di studio e di ricerca ma anche luoghi dove si sperimenta la costruzione di una grande utopia:
- l’educazione per tutti
- l’innalzamento della formazione dei giovani nel nostro Paese.
Le competenze oggi sono fatte soprattutto di saperi e non di prassi (know why e know what e non soltanto know how) e cambiano continuamente. L’Università ha, quindi, l’obbligo di fornire in qualunque corso di studio una solida formazione di base indispensabile sia per il mondo del lavoro globalizzato che per continuare ad imparare per tutta la vita.
Le università devono essere pertanto
FABBRICHE DI SAPERE E NON SUPERMERCATI DI ABILITÀ
Un antico proverbio cinese recita:
Se dai un pesce a qualcuno lo sfami per un giorno, se gliene dai due lo sfami per due giorni, se gli insegni
a pescare lo hai sfamato per tutta la vita. Per dirla con le parole di Montagne (filosofo e pedagogista del ‘500)
TESTE BEN FATTE PIUTTOSTO CHE TESTE BEN PIENE.
2. UNIVERSITÀ TRA ESIGENZE DEI TERRITORI E GLOBALIZZAZIONE
Il trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (contenente norme su moneta unica, politica estera, sicurezza e cooperazione su giustizia e affari interni), l’accordo di Schengen del 6 marzo 1995 (sulla libera circolazione dei cittadini europei) ed il trattato di Amsterdam del 17 giugno 1997 (sui piani di riforma delle istituzioni europee) determinano la nascita dell’Unione Europea come soggetto politico e non soltanto economico. I tempi sono, quindi, maturi per affrontare la questione dello Spazio europeo dell’istruzione e dell’alta formazione.
Iniziano da allora nei paesi europei processi riformatori dei corsi di laurea. In particolare in Italia i D.M. 509/99, 270/04 e gli attuali progetti di ulteriori modifiche del sistema formativo delle università italiane mirano all’adeguamento dei Corsi di Laurea alle politiche di innovazione e sviluppo delle società della conoscenza, concentrando l’attenzione su due obiettivi:
- armonizzare, già dalla laurea triennale, formazione di base ed aspetti professionalizzanti
- rispondere alle esigenze formative dei territori.
Sono queste due grandi e complesse sfide. Il secondo obiettivo mi sembra particolarmente delicato per i seguenti motivi:
- Professionalità troppo specifiche, disegnate su un particolare territorio, producono inevitabilmente disoccupazione sia all’interno, una volta saturata la domanda di quella professionalità nel territorio, sia non trovando facilmente sbocchi altrove;
- Nel mercato globale le esigenze formative di un territorio mutano rapidamente secondo logiche finanziarie che spingono l’apparato industriale a continue delocalizzazioni in cerca di paesi a basso costo del lavoro.
La qualificazione dei giovani di un territorio e un’integrazione virtuosa tra il sapere strutturato delle Università e quello locale e informale, legato alla storia e alle tradizioni dei luoghi, sono condizioni necessarie per favorire gli investimenti produttivi. Le cattedrali nel deserto non producono da sole sviluppo, innovazione e progresso sociale: non bastano buoni semi per un buon raccolto, serve anche una buona terra.
L’industrializzazione forzata (con incentivi statali) della Provincia di Caserta degli anni ’60 (Saint Gobain, Indesit, 3M Italia, Elettrografite Meridionale, …) è un esempio emblematico della fallimentare politica di sviluppo non organica alle tradizioni, alla storia ed ai saperi della nostra terra.
La nuova industria è sempre più legata alla ricerca di base e, quindi, necessita di competenze più elevate. La Cina e l’India investono ingenti risorse in ricerca scientifica, innovazione tecnologica ed alta formazione, L’Italia è uscita dalla crisi economica e produttiva degli anni ’80 con un apparato industriale costituito prevalentemente da piccole e medie imprese a basso contenuto tecnologico, che impiega soltanto il 5,7% di laureati, prevalentemente nei servizi.
3. LA PROVINCIA DI CASERTA: TRADIZIONI NOBILI E DISASTRO AMBIENTALE E MORALE
L’Italia ha il più ricco patrimonio culturale ed ambientale del mondo. In particolare il patrimonio vegetale è la più importante risorsa naturale rinnovabile del nostro paese (oltre la metà delle piante dell’intera flora europea cresce in Italia, a fronte di un territorio che è 1/30 di quello europeo). La valorizzazione di questo patrimonio avrebbe dovuto essere lo strumento per aumentare l’attrattività del paese. L’urbanizzazione e, più in generale, la pressione antropica non regolata hanno, invece, depauperato il ricchissimo patrimonio vegetale, generando aridità e desertificazione urbana, erosione dei suoli, dissesti e alluvioni ed una drastica riduzione dei terreni coltivati.
La Provincia di Caserta, la Campania felix di cui hanno parlato Plinio il vecchio e Virgilio, è (o era):
- una terra fertile con clima favorevole,
- monti boscosi e ricchi di acque termali e minerali,
- oltre 40 km di litorale con spiagge un tempo tra le più belle del mondo,
- bellezze paesaggistiche e monumentali straordinarie nella loro unicità,
- due Parchi Regionali (Matese, Roccamonfina),
- tre Riserve naturali (Castelvolturno, Foce Volturno e Lago Falciano) e l’area protetta Oasi di San Silvestro,
- tradizioni storiche, culturali e agroalimentari uniche al mondo.
Ciò nonostante la sua immagine è fortemente compromessa ed il turismo è essenzialmente “mordi e fuggi” e non produce ricchezza.
La Provincia di Terra di Lavoro è ormai soffocata da criminalità organizzata, disastro ambientale (delle coste e del patrimonio boschivo), infrastrutture insufficienti, classe politico-amministrativa spesso inadeguata, disoccupazione endemica e livello basso di istruzione e formazione.
Una politica di innovazione di processi e prodotti deve partire da un potenziamento della formazione e delle vocazioni produttive del territorio. La credibilità di un territorio per attrarre investimenti produttivi dipende in larga misura dalla qualità della vita, dalla qualità degli amministratori e dei suoi abitanti e dalla massa critica delle aziende.
La situazione socio-culturale ed economica della Provincia di Caserta è molto grave e rischia di raggiungere un livello di irreversibilità. L’attuale profonda crisi può essere, però, l’occasione e lo stimolo per il suo riscatto. Sono indispensabili
- politici ed amministratori competenti ed affidabili,
- impegno degli imprenditori,
- diffusa formazione di qualità (propedeutica alla quale è una scuola di qualità!)
- e, soprattutto, cittadini maturi e attenti. §
Il recupero ambientale e morale, il potenziamento di infrastrutture e servizi, la valorizzazione paesaggistica e monumentale, il potenziamento della filiera agroalimentare e un reale processo di internazionalizzazione sono i settori intorno ai quali è possibile provare a costruire una nuova politica di sviluppo basata sull’integrazione tra tradizioni e innovazione.
Ha scritto Italo Calvino in Palomar:
il nuovo sapere che il genere umano va guadagnando non ripaga del sapere che si propaga solo per diretta trasmissione orale e una volta perduto non si può più riacquistare e ritrasmettere.
Non è necessario costituire tavoli di concertazione o cabine di regia. Non è più tempo di parole, di firma di accordi, di formazione di gruppi di lavoro o di produzione di ponderosi volumi contenenti analisi spesso errate e progetti spesso inutili. Un esempio per tutti è il recente “Il Piano strategico della Conurbazione casertana” in cui tra gli ostacoli allo sviluppo del territorio si annovera un’università non attrattiva che causa la fuga dei cervelli!!!
Fuga dei cervelli causata da scarsa attrattività? Una vera fandonia. Purtroppo ancora opinioni non basate su fatti, soltanto propaganda negativa forse per scaricare le gravi responsabilità su un capro espiatorio.
Le percentuali di lavoratori irregolari nel Mezzogiorno è di oltre il 25% in Agricoltura, circa il 15% nel manifatturiero, oltre il 20% nell’edilizia e circa il 20% nei servizi.
Le previsioni occupazionali Excelsior 2007 in Provincia di Caserta sono state di 8.850 unità così distribuite secondo il titolo di studio:
- 5% laurea (circa 430 nuove assuzioni!)
- 26% diploma superiore
- 14% formazione professionale
- 55% scuola dell’obbligo
Altro che Università scarsamente attrattiva! Vediamo i fatti della nostra università. In soli 18 anni di vita l’Ateneo si presenta con 28.000 studenti, 10 Facoltà, 68 Corsi di Laurea (tra triennali, magistrali ed a ciclo unico), oltre 30 Dipartimenti scientifici e 40 Dottorati di ricerca, un patrimonio di laboratori didattico-scientifici notevole, oltre 14 Biblioteche, oltre 1000 tra professori e ricercatori ed oltre 2700 unità di personale tecnico-amministrativo. Per numero di studenti si colloca al 24° posto in Italia e le strutture didattico-scientifiche, tranne quelle ancora in fase di completamento, sono assolutamente adeguate con punte di eccellenza. Negli ultimi anni una particolare attenzione è stata rivolta al potenziamento dei servizi agli studenti, ai rapporti con il territorio ed all’internazionalizzazione. Nell’ultimo biennio l’Ateneo ha assunto nel ruolo dei ricercatori universitari circa cento giovani e brillanti dottori di ricerca, formatisi prevalentemente nel nostro ateneo.
I laureati SUN nel 2007 sono stati 3.904 (9% Architettura, 10% Economia, 16% Giurisprudenza, 8% Ingegneria, 4% Conservazione beni culturali, 22% Medicina, 20% Psicologia, 2% Scienze Ambientali, 6% Scienze MFN, 3% altre). Ne segue che soltanto il 10% dei nostri laureati ha possibilità occupazionali nella nostra provincia. Mi sembra chiaro il reale motivo della “fuga dei cervelli”.
Questa drammatica situazione economica e occupazionale ha causato la ripresa a livello degli anni 50 dell’emigrazione dal meridione verso il nord Italia (oltre che verso la Svizzera, la Germania, la Francia,l’Inghilterra..): questa nuova emigrazione è prevalentemente costituita, però, da giovani diplomati e laureati formati nel Mezzogiorno. Le famiglie meridionali contribuiscono, quindi, con i loro sacrifici allo sviluppo del settentrione.
Niente più prediche, è tempo di pratiche. È necessario che politici, amministratori, imprenditori, lavoratori, cittadini, famiglie, scuola, università si convincano che agendo a favore della collettività si agisce di conseguenza anche nel proprio interesse.
La SUN è pronta a svolgere (ed in parte sta già svolgendo) il ruolo che le compete. La politica finanziaria dell’attuale Governo non favorisce una partecipazione attiva del sistema universitario nelle politiche di sviluppo: i corsi di studio sono sottoposti a continui processi riformatori senza un indispensabile periodo di sperimentazione, le risorse finanziarie pubbliche sono in significativa riduzione e il turn over del personale docente e tecnico amministrativo è fortemente limitato.
Dal punto di vista scientifico il nostro ateneo può mettere in campo gruppi di ricerca in:
- infrastrutture,
- urbanistica,
- servizi e logistica,
- ambiente e beni culturali,
- salute,
- biotecnologie farmaceutiche e agroindustriali,
- ecologia,
- botanica,
- economia aziendale e internazionalizzazione.
Dal punto di vista didattico i suoi corsi di studio formano esperti e management;
- per la riprogettazione e potenziamento delle infrastrutture,
- per la bonifica, il recupero e monitoraggio ambientale di suoli, fiumi e coste (ecologi, ingegneri, geologi, pedologi, esperti GIS),
- nell’agroindustria per l’innovazione di processi e prodotti e per la qualità, sicurezza e tracciabilità degli alimenti (biochimici, fisiologi vegetali, biotecnologi),
- botanici per il recupero, la gestione e la salvaguardia del patrimonio vegetale e boschivo (in particolare),
- nei beni culturali (storici dell’arte, urbanisti, esperti nella conservazione e valorizzazione dei beni culturali),
- nei processi di internazionalizzazione (J. Monnet).
Sono certo che gli abitanti della nostra provincia, le tante cittadine e cittadini onesti ed operosi, i vecchi e soprattutto i nostri giovani sono pronti a fare la loro parte. È venuto il momento che la politica dimostri di essere socialmente necessaria e i politici dimostrino di essere all’altezza del compito.