Uscire dalle crisi: possibili politiche per il rilancio

di Bruno Coppola, Amministratore Delegato Butera & Partners

Abstract

  1. In poco più di un anno (settembre 2008- dicembre 2009) le economie occidentali hanno bruciato 4100 miliardi di dollari, circa 3000 miliardi di Euro. La lettura prevalente della crisi è legata alla crisi dei mutui subprime in USA.
  2. Una azione coordinata di governi e banche centrali ha rifinanziato l’economia globale, fiscalizzando una parte consistente delle perdite contabilizzate dalle istituzioni finanziarie.
  3. E’ visibile una forte dinamica dei prezzi delle materie prime: il petrolio nell’estate 2008 era arrivato a 140 $ al barile, poi è sceso a ca 100 $/barile (era 70 sei anni fa, prima della guerra in Iraq).

Qui si sostiene che quella attuale non sia recessione, ma crisi, cioè che non sia mero arretramento dell’economia, ma la cesura tra ciò che è stato e ciò che sarà; ha dimensioni e contenuti strutturali e richiede interventi e politiche capaci di incidere su fatti strutturali. L’invocato intervento pubblico non può limitarsi a “pagare i conti”, offrendo garanzie a un giro del credito fuori controllo, pena amplificare una crisi non riconosciuta, né utilizzare mere politiche espansive di natura fiscale e finanziaria, che finanziano la crescita assumendo l’efficienza a priori dei mercati; deve definire e sostenere direttrici di cambiamento per un modello di sviluppo più equilibrato. Si propone di spostare l’asse delle politiche pubbliche su politiche attive e con interventi diretti in sintonia con il settore privato, basate su patti per lo sviluppo, enfatizzando la dimensione locale, meno dipendente dalla finanza globale. Analisi e proposte vogliono partecipare a un dibattito, che spero attraversi la politica.

1) La crisi del subprime

La crisi dei mutui subprime è stata la incapacità di un largo numero di famiglie di sostenere le rate di mutui concessi loro dalle banche. Poiché si trattava in larga parte di fasce di popolazione che non sembravano avere tutti i requisiti di reddito per accedere al mercato immobiliare, quella dei mutui subprime era stata una politica di forte ottimismo sulle capacità del sistema economico (americano? o globale?) di crescere e realizzare processi redistri¬bu-tivi virtuosi, che realizzassero la promozione sociale di ampie fasce di popolazione. In termini politici era l’apoteosi del merca¬tismo. Ma ciò che in realtà è successo è che per un lungo periodo (almeno dal 2005 a tutto il 2007, più probabilmente già prima) sulla base di quei mutui sono cresciuti ingiustificatamente i prezzi delle case e i proventi finanziari di chi quei mutui ha finanziato. Cioè il processo di crescita e redistribuzione non ha funzionato, soprattutto la seconda, mentre crescono rendite vere e apparenti.

L’esplodere della crisi poi non è il momento in cui si distrugge la ricchezza, è il momento in cui si contabilizza l’avvenuta distruzione di ricchezza: è la riprova dell’insussistenza dei presupposti di una massa enorme di titoli di credito. E’ anche il momento in cui si riscontra l’infondatezza della assunzione di base: l’ottimismo espansivo basato sul modello economico in voga. Per una ricostruzione corretta dal punto di vista non contabile ma storico, una buona parte di quei 4 trilioni di dollari bruciati, nessuno può dire la cifra esatta, andrebbero tolti alla contabilità nazionale USA del periodo 2005-2007, poiché le registrazioni di crescita di quegli anni erano basate su una bolla di grandi dimensioni. In sostanza la prorompente crescita americana (si tratta di una semplificazione dello schematismo di queste pagine, in realtà anche la crescita di molti altri paesi) non era tale o era minima già da qualche anno. Come osserva Giulio Sapelli ne “La crisi economica mondiale”, è fenomeno enorme che dura da molto la sostituzione del profitto con la rendita. Lo svolgersi della crisi, ad esempio per parte importante dell’industria meccanica USA, lo ha rivelato in modi crudi: GM e Crysler si sono scoperte aziende arroccate, con scarsa capacità di produrre innovazione e competere sui mercati (né per Crysler ha valso il sostegno dell’edge fund Cerberus).

Il fatto che tutto il mondo si sia scagliato sugli eccessi e gli abusi della finanza è giusto ed è un bene, la volontà di porre delle regole ai mercati finanziari va sostenuta. Ma è una analisi zoppa per due motivi: 1) la finanza contemporanea è fatta di contratti con studiatissimi artifici legali (e già Tocqueville notava che nella democrazia americana manca un contrappeso al potere degli avvocati) ed è controllata da potenti sistemi informativi, anch’essi da “controbilanciare” e 2) occorre riconoscere che per un lungo periodo lo stesso benessere medio degli americani è stato sostenuto da un artificio della finanza, che ha sovrafinanziato la crescita interna USA e consentito agli americani nel loro un complesso un tenore di vita che non si potevano permettere. Un fenomeno made in USA nella forma, ma che riguarda tutto il nord del mondo nella sostanza.

La finanza insomma si è incaricata di fare un lavoro sporco: trovare le risorse per accontentare tutti nell’illusione di essere più ricchi di quello che si è. Attraverso i meccanismi redistributivi quel surplus di ricchezza non reale (basato sulla rendita, poggiata per di più su una base reale sempre meno visibile, fino al gioco dei puri titoli speculativi, dove dichiaratamente non esiste) ha toccato, in misura ovviamente molto ineguale, gran parte della popolazione. I più hanno partecipato al gioco dell’investimento sull’economia di carta, sul profitto a breve di cui non si conoscono le fonti e i fondamenti. Proviamo ad azzardare che i due terzi della cifra iniziale, a conti fatti 2K miliardi di euro, siano reddito improprio di una fascia di popolazione americana. Lì dentro ci sta sì una fetta importante dei sacerdoti del miracolo (dirigenti e operatori delle società finanziarie), ma anche una genia di altri soggetti: una stima del numero può aiutare a interpretare. Proviamo a dire che 2K miliardi di euro, su cinque anni, sono 400 miliardi di euro all’anno, il che rappresenta circa 4000 euro all’anno per 100 milioni di persone. I redditi americani sono un po’ più di 200 milioni. Naturalmente possiamo fare una stima assai diversa, che rappresentino circa 40.000 euro all’anno per 10 milioni di percettori, ma dal punto di vista delle ricadute sociali la cosa non cambia granché: avremmo una diversa curva di distribuzione del sovra finanziamento sulla popolazione.

Qui preme sottolineare il fatto che, per la sua dimensione, il fenomeno è ascrivibile solo in modesta parte al desiderio smodato dell’elite della finanza: l’intera economia USA è sovrafinanziata da tempo; il fenomeno è di portata generale; la classe media vi ha partecipato con aspettative di guadagni “facili”; ora i suoi interessi sono stati traditi, il suo risparmio eroso da un sistema speculativo che ha favorito una nuova fase di concentrazione della ricchezza.

Si può capire la portata della crisi attuale solo se si evidenzia la dimensione a livello mondiale del sovra finanziamento: un lavoro da fare che richiede tempo e competenze, ma di cui esistono stime; quelle non catastrofiste valutano un ammontare dei derivati ben superiore al Pil mondiale e un ammontare complessivo di presupposti di scarsa affidabilità comunque ad esso comparabile. Circolano inoltre oggi stime sul tasso di indebitamento globale (pubblico, delle imprese e delle famiglie) delle economie dei vari paesi, con punte del 350% sul pil: abbiamo tutti un mutuo.

Il sovra finanziamento dell’economia non è di oggi: il Keynesismo lo ha professato in maniera chiara, con il moltiplicatore economico del deficit di bilancio. I paesi, europei e non, hanno ampiamente sovrafinanziato le loro economie con indebitamenti che in alcuni casi sono arrivati al punto di rottura o lì vicino (nel 1992 l’Italia ha rischiato la bancarotta per un debito pubblico oltre il 120% del PIL e crescente, e un sistema produttivo non in grado di sostenerlo).
Ciò che maggiormente ha differenziato i paesi europei dagli USA è che in Europa il sovra finanziamento è stato garantito dagli Stati, con politiche pubbliche espansive e redistributive, negli USA se ne è incaricato maggiormente il settore privato e in particolare quello finanziario. Entrambi i sistemi hanno poi ridistribuito gli oneri sul piano internazionale. Certo in Europa in maniera molto più controllata e affidabile, poiché il governo politico e lo specialismo delle banche centrali è stato di gran lunga più avveduto ed onesto del governo privato delle finanziarie.

2) La gestione della crisi

Comunque sia queste differenze di modi si sono enormemente assottigliate nel giro di pochi mesi, poiché gli USA hanno trasferito l’indebitamento derivante dal sovra finanziamento dai conti del settore finanziario e delle famiglie ai conti dello stato e della collettività. E’ il notissimo schema della socializzazione delle perdite. A seguire molto stati hanno a loro volta fiscalizzato le perdite del sistema finanziario (qui, va detto, l’Italia meno di altri).

L’intervento pubblico ha avuto la funzione di rifinanziare l’economia reale (e quella di carta) e di ristabilire le condizioni di credibilità di un sistema del credito che certo non ha perso i suoi vizi, ha solo una pausa di nuova sostenibilità. E’ solo la maggiore credibilità dei paesi e dei loro sistemi fiscali a consentire una ripresa di fiducia, perché certo non è stata creata nessuna nuova ricchezza.

E’ poi osservabile che i derivati hanno ri-iniziato ad essere usati: sono strumenti per i quali esiste una domanda reale. E quindi?

Il sovra finanziamento dell’economia è possibile solo per periodi limitati, poi porta sconquassi, ma le economie occidentali si sono abituate ad avere un certo tasso costante di sovra finanziamento.
A conti fatti i paesi dell’area OCSE hanno creato una situazione di indebitamento che si può leggere in due modi: un indebitamento di una parte consistente del mondo verso un’altra, cui fa seguito un duraturo sbilanciamento dei rapporti economici e la creazione di una modernissima forma di dipendenza di milioni di uomini da altri, oppure ancora più nettamente come un debito lasciato alle future generazioni, chiamate a saldare i conti delle precedenti.

L’Italia è un buon campo di osservazione, poiché il sovra finan¬zia-mento c’è stato soprattutto fino al 1992. Nell’ultimo quindicennio abbiamo assistito agli effetti. Politiche di rigore hanno portato ad un avanzo primario del bilancio, mentre al disavanzo si arriva con il pagamento degli interessi e di una quota (piccolissima) del debito. Il paese si è così trascinato in un lungo periodo di crescita ridotta rispetto alle altre economie del continente (difficile il paragone con l’economia USA, se si accetta l’idea di una necessaria correzione ai conti nazionali), perdendo competitività: in termini relativi la peggiore performance dell’area Ocse. Con il 2009 si è ripreso ad avere un disavanzo primario (la contabilità nazionale non lo dimostra ancora, ma è un’evidenza). Riprende oggi, in recessione, la pratica del sovra finanziamento e già peggiora il rapporto debito/Pil (1) . Insomma siamo un buon campo di osservazione degli effetti della ”malattia da sovra finanziamento prolungato”.

3) Il petrolio e le altre materie prime

Un secondo versante di crisi e polo di attenzione mondiale oltra la finanza è oggi l’energia e le sue fonti. Oggi la materia prima più in tensione sembra essere il Gas: è al centro di un complesso scacchiere geopolitico e di uno scontro soprattutto in Europa; si è dunque affiancato al petrolio al centro dei conflitti di interesse internazionali (anche se va ricordato che ce ne sono molti su altre materie prime e prodotti agricoli).

Ad un conferenza di Nens a Roma, l’ing. Fanelli osservava che guardando i numeri è legittimo ipotizzare che la crisi attuale non sia da Subprime, ma sia una crisi petrolifera, poiché la bolletta petrolifera degli Usa è cresciuta di 1000 miliardi di dollari. Un numero impressionante. Tutti sanno che il petrolio sarà un problema e che una dinamica di tendenziale riduzione dell’offerta e di aumento della domanda è insostenibile. Ciò che non tutti sanno è il ruolo che ha il petrolio nel finanziamento delle scelte economiche e politiche degli stati. Il prezzo del petrolio cambia moltissimo, a fronte di una dinamica dei costi industriali legati al suo prelievo e trasporto che è semmai in riduzione. Attorno all’aumento del prezzo del petrolio cambiano in maniera vertiginosa le plusvalenze, che sono divise tra concessionari (le imprese petrolifere) e concessori (i paesi produttori). E’ noto che buona parte della quota in capo ai paesi produttori poi si riversa nel commercio e nella finanza internazionali e pochissima parte diviene sviluppo locale. I paesi produttori e le multinazionali del petrolio peraltro dirottano una quota del surplus nel finanziamento degli sforzi bellici in aree strategiche. La comunità internazionale quindi paga le guerre sia sotto forma di tasse, sia sotto forma di aumento del costo dell’energia: una parte non banale dell’aumento del prezzo del petrolio è comunque la forma con cui il mondo sta finanziando ad esempio la guerra in Iraq innanzitutto, il cui costo è stato, guarda caso, di circa 400 miliardi di dollari l’anno.

Altra cosa che non tutti sanno è che l’aumento del prezzo del petrolio ha un potere sperequativo in confronto al quale molte politiche pubbliche impallidiscono, tanto che è legittimo sostenere che la dipendenza da petrolio configura una moderna schiavitù.

Mi spiego. In tutti i paesi il prezzo finale dei combustibili ha una componente importante di fiscalità. Questa però non ha subito variazioni significative negli ultimi 5-6 anni. Con un pregiudizio positivo si può considerare la componente fiscale perequativa. Se si osserva il costo delle altre componenti, ci si accorge che i costi di prospezione, estrazione, trasporto, raffinazione, distribuzione sono limitati e sono in quota calante sul totale del prodotto. Quella che è fortemente variabile è la componente di marginalità. I margini delle petrolifere sono in costante crescita negli ultimi 5-6 anni (2) . Si può stimare che l’utile netto dell’industria petrolifera sia stato di oltre 400 miliardi di dollari nel 2008 (circa un quarto del pil italiano e una cifra non troppo dissimile da quella quota parte annuale -400 Mdi di €- del deficit accumulato di cui si è detto al punto 1). A questi vanno aggiunti i proventi dei paesi produttori, che rimangono molto concentrati.

Ciò significa che il mondo tramite il consumo di combustibili fossili sovra finanzia una sua componente largamente minoritaria: una minore dipendenza dall’energia fossile comporterà, è ovvio, una notevole redistribuzione della ricchezza reale nel pianeta, e sottrarrà una ingente massa di liquidità al mercato mobiliare. Naturalmente oggi è solo una componente, ma in termini aggregati l’industria petrolifera assicura, via utili redistribuiti e valore delle azioni, un consistente volano ai mercati finanziari.

Il nesso tra finanza e petrolio (e religione) è affrontato in alcuni suoi scritti da Kevin Phillips, un ex ideologo della destra conservatrice americana, che ha continuato ad osservare gli effetti delle politiche impostate negli anni 80 dai conservatori e ne hai poi denunciato gli effetti perversi.

4) Uscire dalla dipendenza da sovrafinanziamento

Due domande mi paiono rilevanti: perché avviene, e in questa misura, il sovra finanziamento? Si può invertire il trend?
Il sovra finanziamento dell’economia porta ad alcuni fenomeni desiderabili: consente il realizzarsi di investimenti, soprattutto perché, data una certa propensione al risparmio, aumenta la massa finanziaria destinata ad essi; consente anche di appianare conflitti redistributivi sottotraccia, che possono portare a spirali inflattive. Un certo livello di pace sociale e un certo livello di investimento sembrano risultati che valgono qualche sforzo sui conti.

Quindi il sovra finanziamento non sembra essere un peccato, finché è sostenibile. Ma siamo di fonte a un problema duplice: da tempo anziché gli investimenti sostiene le rendite, in particolare se la spesa pubblica va a sostenere il credito, e poi siamo arrivati alla soglia della insostenibilità, quindi bisogna smettere. Krugman, uno dei pochissimi economisti ad aver previsto la crisi, lo scrive da anni. In questa direzione va anche un recente volume di due economisti della Bocconi, Amato e Fantacci, “Fine della finanza”.

Diventa essenziale chiedersi come evitare un sovra finan¬zia¬mento prolungato e diffuso, come contenerne anche la spinta sociale. Ci sono due piste che si possono percorrere, una per così dire sul lato dell’offerta, limitando gli eccessi del sistema finanziario, l’altra sul lato della domanda, il cui fabbisogno va contenuto, con politiche espansive e di riequilibrio di natura non finanziaria.

Politiche finanziarie e politiche reali

Sul lato dell’offerta certamente entrano in campo le proposte di regolazione del sistema finanziario, poiché è evidente a tutti la non sostenibilità di una economia di carta. E’ difficile aspettarsi risultati concreti in questo senso, probabilmente tanto più difficile quanto più ci sia allontana dal settembre 2008. Difficile o meno, serve una politica di contenimento, ad esempio rendendo per via legale le istituzione della finanza responsabili dei prodotti che propongono, tramite regimi di compartecipazione; o imponendo regimi di riserva legale differenziati per tipi di prodotti finanziari e classi di rischio; forse anche riscoprire Tocqueville e trovare un sistema di regolazione degli eccessi della contrattualistica. Ma meglio lasciare questi temi a chi conosce i meccanismi virtuosi o perversi della finanza (ammesso, dati gli esiti, che questa conoscenza esista) e ricordare che questa linea è solo una delle risposte al fenomeno.

Ancora di più occorre dare risposta all’esigenza di sostenere sviluppo (ergo risparmio, investimento e lavoro) e assicurare, via processi redistributivi condivisi, un livello accettabile di benessere e pace sociale. La storia economica della fine 900 e del primo decennio del nuovo secolo non sembra indicare una capacità dei “mercati” di regolare questi punti nevralgici delle convivenza e del benessere; gli investimenti, sempre, procedono per onde e sono sposati a meccanismi di attivazione: una crisi cui dare risposta, la guerra, una aspettativa così favorevole che sarebbe sciocco non approfittarne, una forte politica pubblica; quindi fuori dai grandi periodi di crisi sui mercati sembrano tirare investimenti a razionalità limitata ed essi hanno bisogno del “drogaggio” da sovra finanziamento. Avanzo l’ipotesi che questa sia la condizione alla quale i mercati producono i loro effetti benefici e che in sua assenza essi abbiano un potenziale di sviluppo coartato.

Quindi nutro pochi dubbi sul fatto che debba essere una buona integrazione tra azione pubblica e mercati a sostenere questa duplice esigenza. Affermazione azzardata, poiché mentre gli effetti nefasti in particolare del mercatismo finanziario ci sono, l’ideologia mercatista è ancora dominante. Tanto da impedire di vedere ciò che a me pare evidente: così non siamo in grado di produrre sviluppo sostenibile, né ecologi¬camente né economicamente; occorre esplorare nuove strade. E il paradigma della sussidiarietà dell’azione pubblica in economia va in qualche misura ripensato.
Per far ciò occorre uscire dalla contrapposizione (retorica e strumentale) tra statalismo centralista e liberismo: perché almeno la nozione di sussidiarietà non significhi subalternità; perché non sia che il pubblico deve togliere le castagne dal fuoco e poi ritirarsi in buon ordine; e perché il fondamentale ruolo dei mercati non sia oscurato dal mercatismo come ideologia.

Per parlare di politiche attive si assume che esista e sia praticabile della buona politica, molto al di là del dibattito pubblico e della pratica politica oggi visibile. Le serve un colpo di reni e di orgoglio.

Politiche di sviluppo e politiche di coesione

L’evidenza fin qui mi sembra essere che le modalità e le leve per assicurare una accettabile redistribuzione del reddito (il mercato ed il commercio, la politica dei redditi, le politiche di welfare) sono solo limitatamente efficaci, portano ad una certa quota di sovra finanziamento (il welfare spesso) e hanno comunque bisogno di accompagnarsi a politiche di sviluppo.

Sullo sviluppo, quindi sulle dinamiche di risparmio, investimenti e lavoro, sono molteplici le politiche pubbliche che fanno da corollario all’intrapresa: politiche fiscali di sostegno a risparmio e investimento, politiche di incentivazione pubblica, interventi diretti del settore pubblico nell’economia, politiche di sostegno alla ricerca ed all’innovazione, ancora una volta politiche dell’istruzione e della formazione. Rimane il fatto che nessuna di queste funziona in assenza di un tessuto imprenditoriale e di una certa propensione al risparmio ed all’intrapresa. La stessa economia dello sviluppo ha mostrato nei decenni come qualunque sforzo si innesta sulla dimensione, capacità e cultura del ceto imprenditoriale.

Una nuova “onda” imprenditiva è probabile negli anni a venire, ma è difficile immaginare che da lì venga la ripresa e l’elaborazione di un più equilibrato modello di sviluppo.

Dunque quali sono le politiche migliori per la ripresa?
Su questo punto mi pare utile tornare dopo aver affrontato il tema delle materie prime, che è anche collegato a quello dei conflitti.

5) Politiche sostenibili per uno sviluppo sostenibile

La dimensione enorme dei fenomeni riportati fin qui e alcuni dei meccanismi di correlazione tra essi fanno ritenere che quella del 2009 non sia la crisi della finanza allegra (la quale peraltro prospera incurante degli impulsi regolatori), ma esito di un modello di sviluppo non sostenibile, che mostra sempre minor capacità di aggiornamento e rinnovamento e comporta ciclicamente massicci impoverimenti. L’ideologia della fenice copre un sistema che via via consuma risorse naturali (materie prime, energia e ambiente) e umane (quanto sono cresciute in un decennio le ore lavorate al mondo?), nascondendo e rimandando i conti. A fronte di un dispiegamento come mai prima di forze produttive su tutto lo scacchiere mondiale, il risultato di maggiore benessere è alterno e mal distribuito, mentre per troppi continua a una parabola di declino.

I caratteri fondamentali di questo modello di sviluppo sono:

- costante presenza di politiche espansive e ricorso al debito, pubblico o privato (in ultima analisi collettivo)
- credo assoluto o quasi nel mercato e nella sua duplice capacità di regolazione e di promozione del benessere dell’umanità, quindi loro deregolamentazione, compresi i mercati finanziari
- industrialismo e sovra utilizzo dell’energia, in particolare dell’energia fossile. L’energia continua a essere un fattore base di produzione, senza che venga trattata come una risorsa scarsa (in molti progetti industriali il risparmio energetico non è una priorità, mentre lo è il risparmio di manodopera)
- rapporti internazionali in funzione della promozione del modello di sviluppo prima ancora che degli interessi nazionali
- separazione tra etica e prassi produttive (business is business)
- diffidenza verso tutto ciò che non è privato e non è particolare

Su alcuni di questi assi esiste una vera omologazione di pensiero, con visioni coincidenti tra schieramenti politici, che si distinguono più per interessi specifici rappresentati, che per modelli sostenuti.

Proposte di politiche di nuovo sviluppo

Credo occorra ricalibrare il mix delle politiche enfatizzando fattori di spinta alla sostenibilità:

- dare un ruolo crescente a politiche industriali che incidano sulla qualità dello sviluppo rispetto alle semplici politiche espansive fiscali e finanziarie; contenere in termini relativi il finanziamento della crescita e limitare l’indebitamento pubblico e privato. Occorre favorire l’investimento produttivo rispetto alla rendita (difficile con le sole politiche fiscali, sempre elastiche)
- ridare dignità all’intervento pubblico in economia, mirandolo su investimenti in settori e opere che in cui il valore sociale prodotto è significativamente più alto del valore finanziario. Sul principio, mi pare possa concordare il ministro dell’economia in carica, ma il governo individua quegli investimenti in grandi infrastrutture viarie ed energetiche, drenando su queste gli investimenti FAS, che invece avrebbero la caratteristica di andare maggiormente sullo sviluppo locale. Nell’intervento pubblico oggi vanno evitati il gigantismo e la concentrazione, sostenendo invece integrazioni di sistema e reti territoriali.
- promozione di nuove forme di cooperazione pubblico privato, che non si limitino al terzo settore, ma si estendano a settori più marcatamente di sviluppo e in particolare nel campo dello sviluppo locale, per il quale è fondamentale esplorare anche nuovi modelli di governance e pratiche che consentano una cooperazione pubblico privato a basso costo
- disincentivazione del ricorso all’energia fossile e forte sostegno e sviluppo all’economia verde ed ai sistemi di produzione energetica distribuita. Una proiezione su questo solo punto mostra che si può spostare di molto il benessere diffuso. In larga approssimazione e con un artificio un po’ ideologico, basti pensare che la non partecipazione agli utili delle major petrolifere libererebbe ad ogni famiglia italiana circa ¼ della bolletta energetica, grossomodo 800 euro l’anno (3).  
- regolazione internazionale dei mercati finanziari e obbligo di copertura prudenziale dei titoli di credito (ne parlano molti)
- radicale e diffusa riqualificazione dei servizi pubblici e delle pubbliche amministrazioni in funzione di partner e regolatori sviluppo e produzione di valore. Sulla base di un suo studio, la della banca mondiale promuove la capacità operativa e di regolazione delle amministrazioni come uno dei più importanti fattori di sviluppo economico
- forte impulso all’economia della conoscenza (c’è già in Europa, ma non ha ancora risultati, né una sufficiente articolazione)
- nuovo sostegno alle forme di imprenditoria diffusa e cooperativa
- promuovere, anche con il ricorso al diritto, l’adozione di procedure contabili che rendano conto del valore pubblico dell’azione delle imprese e evidenzino le posizioni di rendita

Alcune di queste politiche sono di fatto in continuità con politiche attive in ambito comunitario, altre sono “nuove”. Per fugare dubbi interpretativi, va detto che le deregolamentazioni attuate a partire dagli anni 80 hanno avuto un ruolo nel complesso positivo e che è necessario tenersi lontano dalla costruzione di monopoli, pubblici o privati. Credo anzi fondamentale avviare una fase di maggiore mobilità sociale, e quindi liberalizzazione e abbattimento delle barriere protezionistiche a vari livelli; senza questo la sola idea che prendano forma nuove linee di sviluppo non è credibile. E peraltro creare spazi di mobilità sociale è il solo modo per attivare la più importante risorse che un paese ha nella definizione del proprio futuro: i giovani. Senza mobilità sociale e con sistemi chiusi, i giovani vanno più verso fenomeni di reazione e chiusura che abbracciare scommesse di sviluppo.

E’ impossibile qui discutere come impostare delle credibili politiche in tutte le direzioni individuate, ma d’altronde è bene che queste siano frutto di dibattito e della fantasia che caratterizza le fasi di cambiamento. Certamente molti tra coloro che operano nel mio settore, la consulenza, possono dare contributi ad almeno 4 delle direttrici individuate: promozione del pubblico-privato, quali¬fi¬ca¬zione delle PA, economia della conoscenza, accounting. La consulenza non è né neutrale in questi fenomeni. Può essere ancillare, o può giocare ruoli forti: come ha fatto una sua parte in anni recenti, plasmando assett importanti del sistema economico finanziario: ha proposto e diffuso una riorganizzazione dei sistemi finanziari che ha allontanato le banche dai territori e le decisioni dai clienti, mentre ha avvicinato i sistemi del credito ai grandi circuiti finanziari. Nel frattempo ha proposto e diffuso tra le imprese un sistema di valutazione, EVA, che di fatto assoggetta i parametri di buona gestione d’impresa alla finanza. Non è poco. Con la stessa forza va fatto in altra direzione nei prossimi anni.

L’attuale politica del governo non affronta questi temi (forse non può farlo, non so). Essa, molto attenta al breve e a ciò che appare, corre il pericolo di ulteriore amplificazione sottotraccia di ulteriori bolle. Affrontare il rischio significa:

- Evidenziare il carattere ideologico di dottrine dello sviluppo che come anche il Washington consensus si basano sulla presenza operativa dei mercati finanziari internazionali, evidenziando come spesso le prassi figlie di politiche di sviluppo finiscono per alimentare elementi distorti di un sistema ormai in crisi
- avviare, nel governo locale, una filiera più ampia possibile di sperimentazioni di politiche che mostrino risultati tangibili e che aspettino di essere portate a sistema, in un quadro di insieme maturo e in una idea di governo e sviluppo complessivo della società.

Sviluppo locale, relazione pubblico privato e sostenibilità

La dimensione globale soprattutto della finanza separa ogni azione dai suoi effetti e rende opaco ad ogni operatore se una propria scelta promuove o deprime sviluppo. Questa correlazione tra scelte ed effetti è visibile, a fatica, in ambiti locali. Ma lo sviluppo locale ha in Italia una battuta d’arresto da qualche tempo: le prassi concertative alla base di una stagione di lavoro hanno mostrato i loro punti deboli, sia in fase decisionale che attuativa.

Uno dei nodi chiave della difficoltà è far interagire interesse privato e interesse pubblico: su questo le prassi concertative si sono fermate a metà del guado. Di fatto il pubblico ha trovato difficoltà a condurre il gioco; dove ci sono stati attori privati forti, con una loro forte strategia, hanno condotto i percorsi di sviluppo (anche superando la dimensione locale), dove non ci sono stati in partenza, il pubblico ha fatto fatica a coinvolgerne o li ha coinvolti solo in superficie. Per dar efficacia alle prassi occorre dare spazio ad una cooperazione fattiva tra pubblico e privato, su diversi terreni:

• Cooperazione sullo certificazione e lo sviluppo congiunto delle migliori competenze, come patrimonio individuale e collettivo, soprattutto dentro sistemi territoriali che mirano all’eccellenza
• Sviluppo e tenuta di una contabilità territoriale ad uso delle AAPP e delle imprese, con modelli contabili, misure e indica¬tori di competitività e benessere della comunità da convenire
• Sistemi di marketing territoriale e attrazione degli investimenti
• Investimento sulla valorizzazione delle eccellenze territoriali
• Creazione di strutture legali di scopo, non profit, per lo sviluppo delle azioni di base di piani condivisi e patti locali
• Realizzazione di co-investimenti precompetitivi, non esclusivamente in parchi, incubatoi etc e creazione di reti tra università, imprese, Enti
• schemi di incentivazione e/o compartecipazione per iniziative imprenditive ad alto rischio sulla frontiera della green economy
• Realizzazione di sistemi a rete per collettività e imprese:
– Comunicazione digitale
– Trasporti
– Energia, con infrastrutture energetiche distribuite efficienti
– Salute
– Cultura

Sono solo spunti, su cui serve molto più che una discussione.


(1) Il world economic outlook prevede un rapporto debito/pil dal 105,8% del 2008 al 115,3% del 2009, al 121,1% del 2010, al 129,4% del 2014. Il rapporto deficit/pil salirebbe dal 2,7% del 2008 al 5,4% nel 2009, prima di scendere al 4,5% nel 2014. Il PIL italiano 2000- 2014 cresce meno di tutti gli altri paesi, tranne alcuni africani.

(2) Qualche dato su Chevron, Exxon, BP: Chevron tra il 2003 e il 2008 passa da 13 a 24 Mdi di dollari di utile, con patrimonio netto da 45 a 86 Mdi (sempre $). Exxon ha 45 Mdi di utili nel 2008, erano meno di 15 in media nel triennio che precede la guerra in Iraq 2000-2002, 21 nel 2003, nel 2008 ha 121 Mdi di patrimonio netto, con un ritorno sul capitale impiegato del 34,2%. BP ha un utile lordo da 10 mdi nel 2002 a 35 nel 2008. Sono disponibili per Shell, Total, Agip, Q8; ma Gazprom?

(3) Ci è stato invece a lungo offerto il valore del “successo internazionale” di un Enel troppo indebitata, mentre le nostre utilities pensano poco a un nuovo modello, assai più a fare cassa con il vecchio.








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