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L'Osservatorio della Competitività Urbana e Territoriale
Economie dal basso. Un itinerario nell'Italia locale
di Domenico Cersosimo e Guglielmo Wolleb
Ed. Donzelli (Collana Saggi, Storia e Scienze Sociali), Anno 2006, pp. 304, € 24,50
Alla fine degli anni novanta l’Italia ha vissuto un periodo caratterizzato da una maggiore apertura nei confronti dello sviluppo locale e dall’affermarsi di un approccio diverso ai temi delle politiche pubblice per lo sviluppo economico: un paradigma secondo il quale la competitività del sistema economico dipende meno dagli incentivi al capitale e al lavoro tradizionalmente intesi e più dai beni pubblici, ed è influenzata più da azioni di sistema, frutto di cooperazione istituzionale che da interventi puntiformi.
Da qui il programma di ricerca degli autori per sollevare il velo della retorica, e capire quanto questo nuovo approccio abbia cambiato realmente lo status quo italiano: un viaggio di ricerca, attraverso i territori, con lo scopo di osservare dal vivo i giocatori locali in campo, le regole del gioco, i risultati conseguiti. L’osservazione parte nel ’99, insieme all’avvio della programmazione negoziata e dai Patti territoriali, che si propongono di creare un insieme di procedure in grado di indurre e imporre precisi comportamenti, capaci di potenziare l’azione collettiva. Proprio sull’analisi di otto di questi Patti si focalizza il lavoro degli autori.
Dall’analisi emerge come il nuovo modello abbia portato a risultati apprezzabili sul piano dell’innovazione istituzionale e della coesione sociale, ma ancora insoddisfacenti sul piano dei risultati economici.
Le ragioni di tali limiti vanno ricercate a livello centrale ed a livello locale. L’azione centrale ha spesso prodotto una normativa instabile e poco trasparente che non ha fornito punti di riferimento chiari agli attori locali ed è stata spesso incapace di selezione i migliori progetti proposti dal livello locale. Per contro, gli attori locali hanno spesso fatto prevalere gli interessi elettorali di breve periodo su quelli strategici di lungo, senza riuscire a sviluppare competenze, a livello locale, si sono adeguate a produrre progetti innovativi capaci di innescare processi di crescita cumulativa.
Si delinea, dunque, un quadro dalla lettura non univoca dei meccanismi di concertazione: si individuano condizioni necessarie a che le politiche pubbliche cambino il contesto istituzionale (regole e procedure fissate centralmente stabili ed adeguate alle necessità locali; leadership locali legittimate tecnicamente e politicamente; equilibrio nel costruzione istituzionale tra efficienza e ricerca del consenso); si individua nella produzione di beni pubblici (e.g. associazioni di comuni, sportelli unici, aree attrezzate per insediamenti produttivi, interventi nel mercato del credito) una misura importante del successo dell’esperienza; si evidenzia il calo di tensione concertativa dalla fase di lancio del Patto a quella di gestione.
Resta indefinita la questione dello sviluppo economico “secondo i metodi codificati degli economisti”. Non è chiaro se i Patti siano riusciti o meno a “fare” sviluppo economico: se certamente non hanno avuto effetti peggiorativi, è pur vero, riconoscono gli autori, che non hanno determinato il salto di qualità che forse da questi attendeva.
In ogni caso, concludono, un “ritorno alle origini” per mancanza di risultati dissiperebbe il patrimonio di valori democratici finora accumulati e indebolirebbe le economie dal basso che, al contrario, dovrebbero essere incoraggiate ed irrobustite. Meglio, dunque, provare a comprendere in che modo da buoni processi si generino buoni risultati.
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