Sapere: un valore da salvaguardare

di Bruno Scuotto - Il Denaro
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Il dibattito sulla scuola è centrale per definire quale sarà il futuro dei giovani.


Come non mettere insieme in un unico ragionamento ed in una unica doverosa riflessione l'interessante focus sui "Maestri d'Italia" del 16 Gennaio e l'approvazione della Commissione Lavoro della Camera del disegno di legge che prevede la possibilità di uscita dalla scuola a soli quindici anni.

Per decenni mi sono interessato, ed ancora mi sento protagonista, di avvicinare il complesso mondo della domanda rappresentato dalle imprese a quello, ancor più variegato, dell'offerta rappresentato dal sistema dell'istruzione. Questo percorso mi ha dato l'opportunità di conoscere, in giro per le scuole e per le università, tante professionalità diverse, persone eccezionali e, soprattutto, centinaia di ragazzi tutti uguali, ad un primo superficiale sguardo, e così diversi nel proprio animo, nel carattere e nell'intelligenza.

La distanza tra domanda e offerta è ancora notevole e questo grazie principalmente alla tipologia di programmi ministeriali ancora troppo teorici e datati. Sicuramente il dialogo serrato tra i due mondi, inizialmente più distanti che distinti, è una garanzia di risultato anche se in medio termine. Lo specchio della scuola, emerso nell'incontro di sabato 16 alla scuola Neghelli di Cavalleggeri, è formato da giovani sempre più lontani dalla propria lingua e dalla grammatica ma, quello che è più grave, lontani dal lessico e dalla capacità di mantenere per almeno cinque minuti il filo comprensibile di un discorso da argomentare. Si legge sempre meno, si legge male, si studia poco e con molte distrazioni concomitanti e, ovviamente, non si scrive più.

Le indagini Ocse, la classifica del Pisa, piuttosto che qualsiasi altro misuratore dell'efficienza e della preparazione dei nostri giovani, confermano questo scenario. Un altro aspetto che per anni, non considerando l'ultimo trascorso per il quale la crisi economica potrebbe aver mutato l'andamento, ci siamo preoccupati di monitorare e motivare è stato quello della dispersione scolastica.

In tante occasioni ho personalmente portato ad esempio i valori della dispersione scolastica (intesa come delta tra gli iscritti al primo anno della scuola superiore in rapporto a coloro che successivamente si diplomano) paragonando due città con la stessa percentuale altissima: Napoli e Brescia. Argomentavo sempre che di fronte ai valori record di dispersione la città lombarda denunciava una disoccupazione vicino allo zero mentre la nostra una percentuale a due cifre.

In poche parole al nord si usciva dalle scuole per entrare in fabbrica mentre i nostri ragazzi scomparivano dalla vita attiva per finire nel lavoro nero, nella delinquenza o, più semplicemente, per restare a casa. Il disegno legge, prevedendo la possibilità di uscire dalla scuola a soli quindici anni, finisce per incentivare questo sistema. Lo fa in un momento di mercato globalmente e decisamente asfittico e autorizza a far uscire da un percorso (di per se già negativo come prima descritto ) culturale e di crescita intellettiva i nostri giovani e dunque parte del nostro futuro.

La cruda analisi, se si guarda anche al momento difficile che viviamo, potrebbe essere quella di un mondo di giovani lavoratori, precari e per giunta ignoranti. Non è decisamente questa la strada per la competitività del nostro paese e non è certamente questo il modo per rendere concreto lo sviluppo e la crescita del nostro sistema economico. Ben venga dunque un monitoraggio attendo e spietato sui valori e sulla preparazione dei nostri giovani per spingere sulle soluzioni attese oramai da decenni: meritocrazia per i docenti, edilizia scolastica, adeguamento dei programmi ministeriali, premialità per i docenti di alunni eccellenti.

Ma si fornisca anche un'alternativa all'uscita dei giovani di quindici anni dalle scuole. Sia che questi lavorino da subito o che vadano semplicemente a casa per non studiare più, va offerto loro un percorso parallelo di preparazione ed affiancamento civico prima che culturale, pratico oltre che teorico. Anni fa uno strumento simile ebbe un lancio interessante ed un'implementazione disastrosa. Fu definito "obbligo formativo" e, pur avendo in linea teorica un obiettivo molto simile a quello che ho descritto, naufragò nel nulla per la sua cattiva organizzazione a partire dal sistema di reclutamento dei ragazzi da inserire nel percorso.

Nella nostra regione, più che in altre realtà del paese, la priorità di salvaguardare il sapere dei nostri giovani e, parimenti, il loro inserimento nel mercato del lavoro, deve essere in testa all'agenda del nuovo governo regionale. Come sempre le associazioni imprenditoriali e quelle sindacali devono accompagnare con attenzione questo processo di valorizzazione e cambiamento. Il Gruppo Piccola Industria della Confindustria Campania ha già pronte una serie di proposte ed iniziative che presto condividerà con tutte le altre associazioni di rappresentanza delle Pmi.


* Presidente Gruppo Piccola Industria di Confindustria Campania