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05/11/2013, 17:16



Il-rododendro


 di Giuseppe Melillo



Dai ,fai un salto a Milano che devo parlarti. - mi disse Stefano in un modo cortesemente perentorio.

- A Milano? A fare che? Sai che io soffro di vertigini cardinali! Appeno qualcuo mi nomina il Nord mi gira la testa! Ma scusa, ci sono i telefoni, le video chiamate, Skype. Non serve l’aereo!

- No dai! Domani Cristina ti invia il numero di prenotazione aerea. Ci vediamo a Milano.- E chiuse.

Se avevo fatto bene i miei calcoli sarei arrivato all’aeroporto di Napoli con largo anticipo. L’aereo decollava alle 7.00 il check in chiudeva alle 6.20. Ero già in auto ed  erano appena passate le 4.00.

Il mondo intorno era buio. I paesi accovacciati sui dorsi delle montagne, lungo la statale Basentana, amplificavano  la densità  del  silenzio. 

Quasi 3 ore a disposizione  per  percorrere 150 km di ottima strada mi sembrava un tempo più che sufficiente.  La strada era completamente mia  e i fari della mia auto erano gli unici a incunearsi nel buio. Un viaggio tranquillo, mi godevo la mia sigaretta e il vento frizzante  della notte che si insinuava  dal finestrino socchiuso.

Sulla A-3,  con la notte che delicatamente  si ritraeva e con le auto che proporzionalmente aumentavano, riflettevo che con i milanesi, originari importati che siano, bisogna stare attenti come si parla. Il giorno prima sei al telefono e il giorno dopo ti ritrovi in aereo.

E poi a fare che?

Stavo andando a Milano, non mi era ben chiaro il motivo e per precauzione mi ero portato una cravatta

Arrivai , come previsto,  all'aeroporto di Napoli con largo anticipo sul check-in. Assaporai un paio di caffè e sfogliatelle; dovrebbero essere una consumazione obbligatoria a tutti i viaggiatori. .

Vagheggio nell'aeroporto, e nonostante il largo anticipo, mi presento al check-in in ritardo. Di un minuto, ma in ritardo.. Non ci sono stati modi di convincere l'addetto a farmi andare. Ho tirato fuori tutto il repertorio di scuse e varianti possibili. Niente da fare. Successivo  aereo ore 12.30! Erano le 6 e 25 .Mi aspettavano 6 ore in aeroporto.

Incredibile ero riuscito a perdere l’aereo  con un ora di anticipo. Come si fa a spiegare! Non si può succede e basta. Me ne feci una ragione.

Tirai fuori i dallo zaino i libri  che avevo portato con me: un saggio di Viesti, uno sul medioevo di Le Goff e  i racconti “Sei problemi per don Isidro Parodi” del tanto coinvolgente quanto inesistente scrittore argentino Bustos Domecq.  L’unico libro che avevo voglia di leggere  “ L’elefante scomparso “ di  Haruki Murakami non ce l’avevo.

Era stato un consiglio di lettura di Gianfranco  e il giorno prima di  partire andai in libreria per acquistarlo.

Gianfranco è un fumettista disegnatore , siculo di nascita e infanzia, napoletano di adozione e studi, potentino inconsapevole per amore.  Per una serie di motivi ci siamo trovati a lavorare assieme alla creazione di un fumetto e ci eravamo scambiato suggerimenti e consigli di lettura. Mi aveva delicatamente imposto la lettura di questi racconti.

Inizia svogliatamente a leggere uno dei tre libri. Nel frattempo twittavo qualcosa mentre i bar e i tavolini si riempivano di gente. L’aeroporto si stava animando e le parole del libro mi scivolavano via senza lasciare traccia.

Il check-in del mio volo apre. Stavolta ero il primo e anche con parecchie ore di anticipo sull’imbarco. Con l’addetta al check–in , la stessa delle 6, non ci rivolgiamo, in maniera sgarbatamente cortese, una parola.

Mentre mi dirigevo lentamente verso il gate di imbarco entrai però in una libreria e notai subito “L’elefante scomparso” di  Haruki Murakami, addirittura in edizione economica e in sconto. Mi sentivo come da bambino alla festa del paese quando desideravo  un giocattolo dalle bancarelle colorare e lo conquistavo dopo una serie di “trattative” con i miei genitori.

Ecco,–mi dissi- perché ho perso l’aereo

Mi immersi nella lettura, delle storie di Murakami tra elefanti che si rimpiccioliscono e scompaiono, tra cinesi sulle navi e hamburger, pagliai che bruciano e nani ballerini.

Il tempo volò ma questa volta anche io.

Mi ritrovai a Malpensa. Stefano sarebbe arrivato di li a poco  a bordo della sua twingo rossa

La loquacità mai scontata e brillante di Stefano, una bella giornata di sole mi accompagnarono attraverso luoghi circondati da una vegetazione selvaggiamente educata.

Io ancora non capivo dove andavo e chi avrei incontrato. Controllai nello zaino se ci fosse ancora al cravatta!

Far domande non valeva la pena. Meglio aspettare e vedere.  Arrivai, così,  in una villa sul Ticino dove ci aspettavano per pranzare.

Tutto scivolò piacevole e in un ambiente familiare. A lato una villa di altri tempi con un giardino enorme.. Quella bella villa m’incuriosiva. Stefano e Teresa si accorsero del mio interesse e mi raccontarono la storia della villa  e del  suo giardino. Mi raccontarono le sue vicende,  le storia personale di ogni singolo albero.

Un tempo apparteneva a loro. Ma era grande, troppo grande per loro. E Avevano così deciso di venderne una parte che però non gli impediva di beneficiare della bellezza di quegli enormi alberi

Teresa si amalgamava quel giardino, sembrava essa stessa parte del giardino. Era una donna di altri tempi. Moderna nel vivere ma con una arcaicità fiera nel comunicare.

Naturalmente come ogni storia di antiche famiglie si parlò anche di chi non c’è più. Di chi vive o sopravvive solo nei ricordi e negli affetti.

E mi raccontarono di un fantastico Rododendro che nel suo peregrinare decise di finire i suoi giorni sul Ticino

“…era un rododendro di 200 anni che è stato estirpato da una vecchia villa che andò a fuoco (non ricordo dove) e messo a dimora nel giardino del vivaista più famoso di Milano Sig. C. specializzato in bonsai. Uomo dagli occhi celesti, magro e alto. Amante delle piante, ma forse più amante del profitto: ha venduto il rododendro per una cifra di circa 80 milioni di lire. La pianta aveva un diametro di circa 20 metri che ad ogni spostamento si sono ridotti. Ho litigato con il Sig. C.(83 anni) accusandolo di non dimostrava amore sottoponendo la pianta ad un altro spostamento che probabilmente l’avrebbe fatta soffrire data l’età. Lui con un sorriso un po’ furbo mi disse: si fidi di me, vedrà che la pianta riuscirà ad ambientarsi. La gelata dell’anno successivo l’ha dimezzata: morta a metà.

Triste vittoria la mia.-disse Teresa con un attimo di pausa. Sembrava che i suoi pensieri si fossero fermati su una immagine lontana nel tempo. - Incontrai il vivaista qualche tempo  dopo. Guardandolo negli occhi gli ho sorriso: stava morendo anche lui.”

Quella sera, al ritorno verso Sud, ripensai al giardino di Teresa e Stefano che è la loro proiezione interiore, e per dirla con parole non mie quel giardino sul Ticino  è un giardino incasinato nei particolari ma con un senso nella sua interezza. Accoglie e accarezza silenzioso coloro che camminano sul suo suolo e coloro che volano fra i suoi rami. Solo Il vento gli dà voce quando, lieve,gioca fra gli alberi. Quel giardino è Teresa. Quel giardino è Stefano. Quel  giardino sono loro.

E ripensai  alla storia del rododendro e mi tornò in mente il racconto “L’elefante scomparso” di Maurakami che avevo letto la mattina in attesa dell’aereo. È la storia di un elefante misteriosamente scomparso che fece nascere le più strane ipotesi. Insieme a ll’animale si erano perse le tracce anche del suo guardiano. Alla fine si scopre che l’elefante in realtà non era scomparso nel nulla, si era semplicemente rimpicciolito per guadagnare la sua libertà e che il suo custode ne aveva seguito il destino.

Mi colpì il fatto che quella giornata mi ero imbattuto in storie di giganti che dovevano liberarsi del loro peso come condizione per  guadagnare una forma di libertà e che al loro destino era legato anche quello dei loro guardiani 

Avevo la percezione che il rododendro dentro di sé aveva scelto  quale sarebbe stata la sua ultima dimora. Vedeva il mondo dall’alto e da una prospettiva diversa . Era un albero di mondo,  aveva vissuto a lungo e visto troppe cose  per non  capire come finiscono certe storie. Aveva la determinatezza per poter scegliere. Aveva deciso che il Ticino sarebbe stato il luogo più adatto e la sua lapide, a futura memoria, sarebbe stata una villa del ‘700 sopravvissuta per molto, molto tempo ai tanti uomini.

E soprattutto aveva scelto i testimoni che avrebbero raccontato e trasmesso la storia del rododendro fiero, orgoglioso, imperiale, a chiunque con sguardo affascinato si fermava ad osservare al bellezza di una villa del’700 sulla sponda piemontese del Ticino.

Rientrai a Napoli in tarda serata e, mentre nel cuore nel buio guidavo verso sud, mi resi conto che per la prima volta dopo tanto tempo non avevo sofferto di alcun disturbo legato alle vertigini cardinali.

Giuseppe Melillo


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