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07/03/2013, 15:25



Noi-e-i-grillini


 Articolo pubblicato su L’Unità dello scorso 3 marzo



E’ presso che impossibile prevedere se Grillo e i suoi eletti coglieranno l’occasione di dare un contributo decisivo alla rinascita dell’Italia e della democrazia, o se si arroccheranno su una ipotesi di radicale rovesciamento del sistema, diventando punto di coagulo di tendenze autoritarie, di rifiuto globale della democrazia rappresentativa,  largamente presenti, è inutile nasconderselo,  nel  nostro Paese. E aperta è la questione se dovremmo confrontarci con le istanza che il Movimento 5 Stelle ha posto al sistema Paese in un dialogo costruttivo, o in una nuova campagna elettorale, ancora più aspra di quella appena trascorsa.

Ma questa incertezza non può cambiare in nessun modo le cose su cui dobbiamo da subito lavorare, la prospettiva che dobbiamo offrire al Paese. Sono condivisibili i punti che Bersani ha proposto  per trovare una soluzione alla crisi. Ma credo che dovremmo accentuarne il carattere di novità, e in alcuni casi di vera e propria inversione di rotta, rispetto a tante nostre analisi e proposte, recenti e meno recenti. E a tanti nostri comportamenti. Se accentuiamo gli elementi di continuità rischiamo di rendere queste proposte poco credibili non solo a Grillo, ma soprattutto a quei 3 milioni e mezzo di italiani che dal 2008 ad oggi hanno smesso di votarci.

Mi sono permesso di scrivere su questo giornale, con una certa continuità da qualche mese a questa parte, che il rischio più grande che il nostro Paese correva era di vedere scatenare contro i partiti e la democrazia rappresentativa la rabbia crescente contro il disastro sociale che le politiche liberiste e il monetarismo di Bruxelles   stavano  provocando . Non so se questo fosse chiaro all’insieme del nostro partito, ma è indubbio che non abbiamo fatto quello che era necessario per evitarlo.

Sul terreno sociale. Abbiamo continuato ad agitare come prioritario il mantra della crescita anche quando è chiaro che per un  po’ non cresceremo, e che anzi dovremmo affrontare il tema delle redistribuzione dentro una crisi probabilmente irreversibile del modello di crescita in cui siamo vissuti. Una questione di enorme portata, ed è un dato di novità importante che Bersani l’abbia colta nella conferenza stampa del dopo voto, perché del tutto nuova rispetto alla storia della socialdemocrazia e alla o stesso modo con cui i sindacati , italiani ed europei, hanno tradizionalmente affrontato questo tema.

Ci aveva a suo tempo pensato Berlinguer, proponendo al pese una politica di austerità contro gli sprechi di territorio, di intelligenze, di vite umane, che la crescita trainata dai puri meccanismi di mercato stava provocando. Penso che rivendicare e ricontestualizzare quella idea di austerità, contro l’austherity dei monetaristi, possa costituire un terreno fecondo di incontro con la cultura dei beni comuni, quella che ha trovato il suo punto più alto e più visibile nel referendum sull’acqua pubblica, che noi abbiamo in gran parte eluso. Perché la redistribuzione, quando la crisi economica e ambientale si presentano insieme con tanta drammaticità, passerà in gran parte proprio dalla difesa e dalla valorizzazione dei beni comuni, quelli di tutti, quelli che in nome di una crescita puramente economica si vorrebbero assorbire in una logica di mercato.
E abbiamo glissato sullo scomporsi e il frammentarsi del mondo del lavoro, dichiarando, noi e i sindacati, la ferma volontà di opporsi al precariato e di riportare la gran parte del lavoro dentro il modello del lavoro a tempo indeterminato, ma in tanto non trovando proposte efficaci per difendere, organizzare, dare corpo e voce ai frammenti in cui il lavoro si è diviso. E’ naturale che la sintesi i frammenti l’abbiano trovata sulla proposta del reddito minimo di cittadinanza, ed è ineludibile per noi e per i sindacati confrontarsi con questa proposta, e ragionare come a partire da qui vadano ridefiniti gli orizzonti  dei diritti, e gli spazi, i luoghi, i soggetti della contrattazione.

E infine la democrazia rappresentativa. Sono fedele alla vecchia tesi, fino a qualche tempo fa comune alla sinistra dei cinque continenti, che la democrazia si difende solo se si espande. Se non si limita all’esercizio delle delega, ma si esercita nei luoghi del lavoro e della vita, dà voce alle persone quando si prendono decisioni importanti per il loro futuro. L’assicurare la trasparenza e la tracciabilità di tutte le discussioni e le decisioni che riguardano la vita dei cittadini, mettere a punto nuovi strumenti di democrazia deliberativa, è oggi un imperativo per chi vuol difendere la democrazia rappresentativa,  non di chi vuole affossarla. E il web piò essere uno strumento decisivo in questa direzione.  Se non lo si intende come un semplice on-off da parte di individui atomizzati può essere il luogo in cui si addensano idee, contenuti, in cui si riunificano i frammenti. Il nuovo Parlamento, e il confronto con quelli che in rete sono cresciuti così tanto da essere determinanti per il nostro futuro, può essere la sede per dare corpo a una sintesi nuova fra democrazia rappresentativa e nuovi strumenti di democrazia diretta.

E infine la morale. Non sfugge di certo a nessuno che quando diciamo che vogliamo ridurre  tutti i costi della politica, a partire dai compensi dei parlamentare e dei consiglieri regionali, quando finalmente diciamo che è assurdo che un consigliere ragionale guadagni tre volte di più di un sindaco di una media città, la gente, non solo i grillini, pensa: ”Ma perché non lo hanno fatto fino ad ora? Perché non lo fanno subito, nelle situazioni dove sono loro a governare?” Dobbiamo dare una risposta a queste domande, e cominciare a riflettere quanto la stessa nostra modalità di essere partito, ancora purtroppo somma di filiere vecchie e nuove e di vecchi e nuovi personalismi più che sede di elaborazione e diffusione di un progetto condiviso, abbia contribuito ad accantonare e a far rinviare decisioni improcrastinabili, a mantenere ruoli e meccanismi spiegabili solo in una logica di pura autoriproduzione della politica. Finchè non arrivava la magistratura, quasi sempre prima di noi.  Occorrono misure radicali, e da subito. A partire dall’indennità dei parlamentari e dai rimborsi elettorali. Credo che i nostri parlamentari saranno fieri di dimostrare concretamente di essersi presentati alle primarie per spirito di serv izio e di sacrificio, e non per entrare in un’area di privilegio che il popolo italiano non tollera più.

Non so se il Movimento 5 stelle coglierà l’occasione per dare un grande aiuto all’Italia e al rinnovamento della democrazia. Per l’intanto non perdiamola noi.

Andrea Ranieri (L'Unità, 3 marzo 2013)


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