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05/04/2013, 16:44



La-formazione-permanente.-Una-sfida-per-la-sinistra.


 Articolo pubblicato su L’Unità dello scorso 3 aprile.



Molto opportunamente sull’unità di martedì 2 aprile Fabrizia Giuliani dà tutto il rilievo politico che merita alla ricerca OCSE che mette l’Italia agli ultimissimi posti del mondo per quel che riguarda l’analfabetismo in età adulta. Le ragioni sono note. Il grande numero di persone uscite dalla scuola senza un livello di istruzione adeguato a preservare le competenze linguistiche nel tempo; la mancanza di un sistema di formazione permanente che le competenze sia in grado di farle vivere o di ricostruirle, e soprattutto per gli analfabeti giovani la disoccupazione, che li spinge in un limbo in cui leggere, capire, confrontarsi, mettere a frutto anche quel poco che si è studiato non è certamente incoraggiato. L’OCSE fa queste ricerche perché ormai è assodato da decine di studi l’effetto che i livelli di istruzione e di cultura hanno sullo sviluppo e sulla produttività dei sistemi Paese, e perciò ancor più opportunamente la Giuliani si stupisce della scarsa eco che questi dati, del resto del tutto coerenti con quelli che da anni ci hanno fornito ricerche su questo tema, hanno nel dibattito politico italiano.

Restringerei il mio stupore alla sinistra. Perché che Berlusconi, che tara i programmi delle sue reti e dei suoi messaggi politici sul livello culturale degli alunni di prima media- “e forse anche ripetenti”- ,non sia molto interessato al problema è del tutto ovvio; e forse anche per Grillo, che sembra pensare che il digitale sia di per sé in grado di superare di un balzo questi problemi, e affida a una sorta di referendum on line permanente la soluzione dei problemi connessi ad una idea di democrazia partecipata e discorsiva, che invece di alfabetizzazione ha bisogno, eccome. Ma per la sinistra il problema è vitale da almeno due punti di vista.

Il primo è connesso all’idea stessa di sviluppo sostenibile, che è l’unico paradigma possibile per riparare ai guasti della crescita e della crisi del paradigma neoliberista. Le città sono il terreno su cui si è cominciato a fare i conti concretamente con le sue possibilità e coi suoi problemi, sia col Patto dei sindaci, per ridurre drasticamente le emissioni di CO2 nelle aree urbane, sia con le opportunità nate dai bandi europei sulle smart city. Le città sono invitate a perseguire obiettivi di sostenibilità ambientale a partire dalla capacità di aumentare l’”intelligenza” dei propri edifici, della mobilità urbana, della raccolta dei rifiuti, del modo di rendere i propri servizi ai cittadini, con un uso appropriato delle tecnologie ICT. Chi ci sta provando constata immediatamente come il grado di alfabetizzazione dei propri cittadini è variabile decisiva per la riuscita delle azioni intraprese. E come il personalizzare i servizi- dall’anagrafe on line, a rendere più agevoli i percorsi del welfare e della sanità, a partire dalla possibilità di prenotare attraverso il web le visite specialistiche, o l’informazione sui tempi di passaggio e di percorrenza dei mezzi pubblici - rischi di creare un enorme differenziale di opportunità fra chi sa e chi non sa. Si è soliti ridurre questa questione al digital divide e alla necessità di formare tutti i cittadini all’uso delle tecnologie. Per accorgersi quasi subito che accanto agli analfabeti digitali sta crescendo un popolo di digitali analfabeti, di quelli cioè che possiedono cellulari di ultima generazione, I-Pad e quant’altro, e continuano a non essere capaci di decifrare i messaggi semplici che l’OCSE sottopone agli adulti per valutare il loro grado di alfabetizzazione. E che spesso le tecnologie sono un modo per mascherare l’analfabetismo, non per superarlo. Situazione insostenibile per un progetto di città intelligente, che è tale se riesce a cambiare non solo le strutture e le infrastrutture attraverso cui si forniscono i servizi, ma se vede crescere la partecipazione attiva dei cittadini, la loro disponibilità al cambiamento nel modo di rapportarsi al pubblico e nei propri stili di vita.

Il secondo ha a che fare con la crisi della rappresentanza. In particolare col popolo che intendiamo rappresentare. Forse siamo maggioritari fra quel 20% di italiani che secondo l’OCSE sanno decifrare un messaggio di una qualche complessità. Il guaio è che fra quelli che non lo sanno fare ci sono soprattutto i poveri vecchi e nuovi, gli anziani soli, un bel po’ di operai, e ce lo dice l’OCSE, una parte consistente di giovani disoccupati. Quelli che dovrebbero essere i primi destinatari della nostra azione per un’Italia più giusta e più eguale.

Un tempo potevamo pensare di avere una delega permanente da parte di questo mondo. Oggi sappiamo che nessuno delega più in permanenza, e che l’azione per la riconquista politica della parte più povera della popolazione è strettamente collegata alla nostra capacità di farla crescere e di renderla protagonista dei propri percorsi di crescita, prima di tutto attraverso la cultura e l’istruzione. Il giovane disperso a scuola, quello a cui non viene offerta nessuna possibilità di riqualificazione e di orientamento al lavoro, l’anziano lasciato solo davanti alla televisione, sono la base naturale dei messaggi demagogici e populisti, da qualsiasi parte provengano.

E allora dovremmo cominciare a pensare che gli attori politici più importanti sono in questa fase i tanti che, spesso nell’indifferenza generale, aprono università popolari, si impegnano per attivare corsi di riqualificazione al lavoro, si battono nelle scuole contro le dispersione, e provano, con tante difficoltà, ad aprire scuole e Università a percorsi di formazione permanente. Magari sostenendoli con una legge che affermi il diritto alla formazione per tutto l’arco della vita come un nuovo, imprescindibile, diritto di cittadinanza.
Andrea Ranieri, L'Unità, 3 aprile 2013


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